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First Issue #114: Up, up and away!

Puntata speciale di “First Issue” tutta dedicata agli 85 anni di vita editoriale del supereroe per eccellenza: Superman.
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Il martedì e il mercoledì in USA sono i giorni dedicati all’uscita dei nuovi albi a fumetti, molti dei quali sono numeri di esordio di serie e miniserie, i first issue.
First Issue è la rubrica de Lo Spazio Bianco dedicata ai nuovi numeri uno in uscita negli States! Ma questa è una puntata speciale, dedicata a un anniversario molto importante per il fumetto supereroico mondiale: gli 85 anni di vita editoriale di Superman.
I True Believers hanno deciso di festeggiare questo traguardo dell’Azzurrone a modo loro: raccontando la loro “prima volta” con le storie del personaggio simbolo della DC Comics.
Una nota prima di iniziare: perdonateci se negli interventi che seguono troverete anche piccoli pezzi della nostra storia personale. Siamo anche quello che i nostri interessi e le nostre passioni costruiscono, anno dopo anno, e il primo incontro con un personaggio, una storia, un’opera d’arte resta un tassello importante nella biografia di ciascuno, indistintamente.

Superman

Federico Beghin

Superman Cenisio 38Faccio fatica a dire con certezza quale sia stato il mio primo incontro con Superman e a collocarlo con precisione nel tempo. Penso che sia avvenuto attraverso i cartoni animati in technicolor che venivano trasmessi all’ora di cena su TeleChiara, emittente padovana che di punto in bianco decise di sospenderne la messa in onda. Al tempo rimasi così male che chiesi ai miei genitori di fare qualcosa e, per tutta risposta, mi diedero l’elenco telefonico, mi misero in mano il ricevitore e mi consigliarono di telefonare direttamente ai piani alti per protestare. Chissà se lo feci e, se sì, come andò a finire…
Piuttosto, ricordo bene il mio disappunto nel seguire domenica dopo domenica le sconfitte dell’Azzurrone. Sì, perché nonostante poi vincesse, per prima cosa l’eroe prendeva un sacco di mazzate durante le puntate della Superman TAS. Non mi andava affatto a genio: per me, bambino, il protagonista doveva darle e non prenderle, dimostrare subito la propria superiorità e non riorganizzarsi dopo una batosta. Non c’erano solo i contro, però, tanto che so ancora bene quanto amassi la sigla italiana e quanto l’episodio in cui un giovane Clark salva da un incendio i suoi compagni di scuola sia entrato nel mio cuore e nella mia mente.
Ma i fumetti? Chiaramente sono arrivati anche quelli! L’ipotesi maggiormente degna di fede è che il mio primo Superman sia stato il #38 pubblicato da Editrice Cenisio nel febbraio 1979. Sicuramente me lo regalò mio papà, acquistandolo in una bancarella durante una delle nostre solite gite del sabato. Probabilmente era il 1998 o il 1999, sono certo che abbiamo letto insieme l’albo seduti in treno durante il viaggio di ritorno e che, passando a salutare la nonna, io le abbia sventolato in faccia lo spillato tutto orgoglioso del mio bottino.
La copia in mio possesso è usata, molto usata: qualche pagina è un po’ stropicciata, la rilegatura con le graffette traballa e qui e là, a partire dalla copertina, ci sono scarabocchi a penna ed evidenti segni di pennarello. Ebbene sì, il precedente proprietario aveva scritto e colorato sopra il fumetto.
Buona parte delle pagine raccolte tra la cover con disegnati Superman e Lois al centro, sotto il titolo della testata e il prezzo (400 lire!), e la quarta di copertina con la pubblicità della Girella – “La morale è sempre quella! Fai merenda con Girella!” – è dedicata a un’avventura di Kal-El chiamato a difendere le persone a cui tiene di più dalla furia di Amazo. L’antagonista mette il superuomo davanti a una scelta: o gli consegna il Professor Ivo oppure soffrirà per la morte di una persona cara. A complicare la situazione sono le radiazioni di un sole rosso che indeboliscono l’Uomo d’Acciaio, costringendolo a viaggiare a bordo della Supermobile, per sopperire alla mancanza di superpoteri.
Più dell’arrivo della JLA, leggendo l’albo oggi colpisce uno degli effetti collaterali delle radiazioni: sulla Terra le persone non riescono più a dormire e non chiudono occhio da cinque giorni. Sulle prime, le reazioni sono positive, tutti sono iperattivi e pieni di energie che riversano nelle attività quotidiane e in particolare nel superlavoro. Chissà se nel 1979 lo sceneggiatore Cary Bates sapeva di anticipare il desiderio della società attuale che ci vorrebbe svegli e produttivi ventiquattro ore su ventiquattro?! Chiaramente all’euforia iniziale nel fumetto succedono stanchezza, delusione e inefficienza, problemi ai quali Superman deve porre fine il più velocemente possibile. Sicuramente da bambino non colsi questo aspetto della storia, concentrandomi sulle botte e sulle gesta dell’eroe, ma a trentun anni non posso non accorgermene. Mi piace però pensare che già il piccolo me si sia reso conto della grandezza di un disegnatore come Curt Swan. Che fortuna incontrare per la prima volta Clark Kent e il suo alter ego grazie alle matite di uno degli interpreti più famosi e, meritatamente, apprezzati. Swan, affiancato da Frank Chiaramonte, conferisce al kryptoniano forza ed eleganza, alla sua identità di reporter gentilezza e ingenuità, a Lois e a Lana una bellezza genuina e raffinata allo stesso tempo. Nelle tavole in bianco e nero presenti nello spillato si può godere della pulizia delle linee e della profondità degli spazi aperti, mente in quelle a colori della vivacità con cui vengono portati sulla carta i diversi eventi.
A completare il sommario c’è un racconto breve con protagonista Superboy (sempre Kal-El). Il giovane deve affrontare una minaccia terribile: l’ira di Lana Lang, più che decisa ad averlo tutto per sé. Si tratta della ristampa di una narrazione che forse era fuori tempo già nel 1979 e che, letta oggi, risulta stucchevole. Fortunatamente la sceneggiatura di Bob Brown e Murphy Anderson è visualizzata da un Frank Robbins in forma, abile a giocare con le espressioni facciali dei personaggi.
Dopo Superman #38 per me fu la volta de Gli archivi di Superman pubblicati da PlayPress e di un bel volume Milano Libri, Superman – Dagli anni 30 agli anni 70. Con il tempo persi l’interesse per l’Azzurrone, ma lo ritrovai verso i diciotto anni. Il mio rapporto con lui è sempre ottimo ma un po’ strano: fatico a seguire le serie regolari che gli vengono dedicate, però non mi lascio scappare miniserie e storie autoconclusive. Certamente non mi privo della bontà di un eroe che da ottantacinque anni ispira l’umanità e la sprona a dare il meglio di sé in ogni istante della vita.

Paolo Garrone

Superman 3 cenisioDevo premettere che la mia prima volta con Superman si divide in due passaggi: la prima copertina e la prima storia letta. La prima cover, opera di Bob Oksner, la vidi in un’edicola di Bardonecchia, ridente cittadina montana del Torinese, e mi colpì molto perché questo supereroe di cui avevo sentito parlare e forse visto qualche cartone in TV era intento a ingozzarsi di hamburger. Scoprii anni dopo il motivo, che era un esubero di energia che costringeva il kryptoniano a sovralimentarsi per riuscire a coprire il suo accresciuto fabbisogno. L’albo era il Superman #3 dell’Editoriale Cenisio del marzo 1976, che non acquistai subito perché la mia paghetta di bambino non bastava. Ma rimase indelebile nella mia memoria il famoso supereroe, che s’abbuffava apparentemente senza costrutto.
Invece, la prima storia che ricordo di aver letto appartiene allo stesso periodo, ed è quella con il buffo (allora, perlomeno) Vartox, che ricordava un personaggio interpretato da Sean Connery in un film di fantascienza di quegli anni (Zardoz). Un extraterrestre in cerca di vendetta, non alla sua prima apparizione ma relativamente nuovo per quegli anni. Il numero è il 31 (sempre Cenisio), che conteneva anche altre storie di cui non ho ricordi specifici: siamo in pieni anni ‘70 sia come data (luglio 1978) sia come spirito. Infatti, malgrado Vartox sembri inizialmente un ambiguo personaggio animato solo da desiderio di rivalsa e dominio, è un supereroe. Figlio di un’epoca ingenua, creato dai leggendari Cary Bates e Curt Swan (che non disegna questa storia, degnamente sostituito da Kurt Schaffenberger e Vince Colletta), anche il suo aspetto è oggi invecchiato male e appare ingenuo, ma all’epoca era perfettamente in linea con gli standard: una minaccia, seppur benevola, allo strapotere del kryptoniano, così potente da essere in grado in grado di impensierirlo ma non di sconfiggerlo. Che poi era il problema principale con cui si arrovellavano gli scrittori dell’epoca: chi metti contro Superman (allora praticamente onnipotente) senza rendere l’esito della lotta sempre scontato? In questo caso per rendere interessante l’oppositore si optò per un clone del popolarissimo Connery, tanto magniloquente quanto sostanzialmente inetto. La storia in sé è abbastanza irrilevante e non ha lasciato grandi tracce, se non insegnarmi che a quell’epoca Clark Kent lavorava per la televisione e non per la carta stampata e indossava quell’abito blu, sempre uguale (quasi un costume da Clark Kent), che sarebbe stato pari pari quello indossato da Christopher Reeve nel kolossal che è uscito pochi anni dopo (1978), cambiando per sempre la concezione del supereroe in live action.

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Ferdinando Maresca

Superman Secret OriginSembra che il detto “il diavolo è nei dettagli” abbia origini antichissime e che derivi da un precedente detto che recitava: “Dio è nei dettagli”. L’idea era quella di esortare le persone a compiere qualsiasi azione in modo accurato, senza tralasciare mai i particolari che risultano essere importanti. E in effetti i dettagli contano, nel loro apparire come circostanze minute o elementi specifici. Prendete un paio di occhiali, ad esempio, quale elemento particolare o caratterizzante del viso di un individuo. La montatura può darci qualche indizio caratteriale di chi la indossa o raccontarci qualcosa della sua personalità, seppur in forma di piccolo dettaglio. Ebbene sì, smetto di girarci intorno, gli occhiali di Superman mi hanno sempre incuriosito.
Non ricordo il mio primo fumetto di Superman ma di sicuro non dimentico i suoi occhiali. Una esile barriera che separa l’identità comune del nostro Clark Kent da quella di invincibile superumano. Su gli occhiali! giù gli occhiali! ed ecco a voi due persone diverse, antitetiche, della cui somiglianza nessuno sembra accorgersi. Ci pensai molto, all’epoca, leggendo e rileggendo le avventure di Superman alla ricerca di un indizio, una spiegazione, un semplice dettaglio o un particolare. Alla fine mi accorsi di avere sempre avuto sotto gli occhi la soluzione e arrivai a capire, a darmi una spiegazione, tanto semplice quanto complessa. E come vuole il detto originale, anche questa volta, Dio era nei dettagli o forse il solo Clark Kent.
Non ricordandomi del primo albo di Superman letto mi permetto di scegliere un gruppo di storie che, vista la mia fisima giovanile, se scritte all’epoca, avrebbero fornito una spiegazione al mio dilemma: bastano un paio di occhiali a cambiare completamente la fisionomia di un individuo? Si tratta della miniserie del 2009 Superman – Secret Origin del trio Geoff Johns, Gary Frank e Jon Sibal, nella quale torniamo a essere testimoni dell’adolescenza dell’eroe kryptoniano, ritratto nella campagna rurale americana, alle prese con i classici problemi della pubertà. Difficoltà relazionali e prime pulsioni amorose filtrate attraverso la particolare natura aliena del personaggio.
Questa nuova riscrittura delle origini di Superman sembra strizzare l’occhio sia alla serie tv Smallville, trasmessa in quegli anni, che alla pellicola cinematografica sull’uomo d’acciaio di Richard Donner. Al centro della narrazione emergono tutte le difficoltà del nostro giovane eroe nella gestione dei suoi poteri durante i profondi mutamenti adolescenziali. Una difficoltà che si tramuta in terrore quando le persone attorno a lui vengono coinvolte in incidenti causati dall’incapacità di gestire la super forza o la vista calorifica.
Johns riesce a sintetizzare con lucida empatia tutte queste tematiche mostrando il volto umano del figlio di Krypton, modernizzando senza mai stravolgere i classici elementi delle storie di Superman. Presente e vitale tutto il cast dei comprimari che vanno da Lana Lang, Lex Luthor, Lois Lane e la famiglia del Daily Planet. E proprio nel mezzo di questa travagliata transizione, che porta il Super Boy di Smallville a diventare il Superman di Metropolis,  fanno capolino  i fantomatici occhiali. Johns ci spiega che la loro funzione, grazie all’utilizzo di lenti prese dalla navicella che ha portato Kal-El sulla Terra, è quella di contenere i devastanti raggi calorifici che sfuggono al controllo del nostro protagonista. Qui basta un bacio, uno sfioramento giovanile, una improvvisa eccitazione ed ecco incendiarsi le pupille del nostro eroe, inarrestabili macchine di distruzione. Una spiegazione pratica, utile, quasi necessaria nell’incedere della storia, ma troppo razionale e poco romantica. Nei numeri successivi siamo testimoni dell’arrivo di Clark a Metropolis dove la personalità del nostro eroe guadagna ulteriori sfumature. Vittima della paura del diverso e di una malcelata punta di stomachevole razzismo, il nostro Superman combatte per essere benvoluto da una società che sembra viaggiare a una velocità diversa, nella quale riuscirà con fatica a farsi accettare come uomo/alieno di pace e giustizia.
I disegni di Gary Frank offrono un brillante compendio alla pura narrazione scritta, dando vita alle emozioni del giovane Superman in diversi e riusciti primi piani che fanno realmente capire il subbuglio emotivo del giovane eroe. Nei disegni di Frank spiccano sempre gli occhiali che, con il procedere della storia, sembrano assumere sempre maggiore rilevanza in qualità di dettaglio che caratterizza in chiave naive Clark, facendolo apparire come un timido e ingenuo ragazzotto di provincia. La prima apparizione di Superman sui cieli di Metropolis, causata dalla caduta da un grattacielo di Lois Lane, mette in scena per la prima volta il Miracolo.
Clark Kent si spoglia dei suoi abiti e dei suoi occhiali per diventare un altro. È qui che capiamo che la spiegazione che ci dà Johns dell’uso degli occhiali è sicuramente utilitaristica, ma incapace di alimentare la sospensione della credulità. Incapace di creare una giustapposizione tra umano e divino. Gli occhiali di Clark Kent, per me, sono sempre stati l’idea romantica di un alieno che, giunto sulla terra, cerca di immedesimarsi negli esseri umani, con l’intento di scomparire nel flusso della gente che popola il pianeta. Gli occhiali sono quindi una sottile barriera di vetro e metallo che separa l’uomo dal fantastico, che separa Clark dalla trasfigurazione che precede la venuta di Superman.  Vestito del costume blu e rosso, l’uomo e i suoi camuffamenti cessano di esistere per dare spazio al divino che, per sua natura, resta inconoscibile agli esseri umani. E in questo sta la chiave di lettura dei supereroi quali miti moderni. Gli occhiali sono quindi solo un camuffamento che palesa l’idea che Superman coltiva intimamente di noi esseri umani, quali persone fragili e impacciate. Persone inclini al fallimento ma coriacei e tenaci nella voglia di riprovarci, senza mai perdere la speranza. Persone che a seguito della comparsa di Superman imparano ad alzare lo sguardo per scrutare il cielo, distaccandosi dalle cose terrene per tornare a rivedere le stelle.

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David Padovani

superman75Come molti – non tutti, per fortuna, ma tanti – di colore che sono stati bambini negli anni ’70, il mio imprinting fumettistico di genere supereroico è stato quello dettato dalle testate dell’Editoriale Corno e, dunque, di stampo totalmente marvelliano. Eppure, io piccolo True Believer devoto alle storie e ai personaggi della Casa delle Idee, conoscevo anche Superman anche se sinceramente non ricordo di averne mai letto un fumetto in quegli anni. Ricordo però con una nitidezza straordinaria – dono selettivo che ogni tanto la nostra memoria ci regala – l’estasi e la meraviglia che provai uscendo da un cinema fiorentino nel 1979, con l’assoluta certezza che un uomo poteva volare.
Con un salto temporale di circa quindici anni arriviamo ora agli anni ’90, quando un me ventenne – sempre grazie a Superman, ma stavolta attraverso i fumetti – scoprì che un supereroe poteva morire.
Non posso dire per certo che la saga della morte di Superman (di cui – anniversario nell’anniversario – nel 2022 sono ricorsi i trent’anni dalla pubblicazione) sia stata la mia prima volta con le gesta dell’eroe kryptoniano a fumetti. Anzi, per certo non lo è stata, dato che qualche anno prima avevo ricevuto come regalo di Natale il volume della Milano Libri che raccoglieva Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller e in quella storia Superman c’è eccome, con una rappresentazione che resta iconica e indimenticabile. Però gli albi che compongono la Death of Superman Saga sono stati i primi albi in lingua originale che ho comprato con le avventure dell’Uomo d’acciaio e per me restano una “prima volta” e ancora indimenticabili, pur con tutte le criticità che la distanza degli anni fa affiorare in quel prodotto tipicamente figlio dell’industria fumettistica statunitense degli anni ’90 (prima fra tutti, la profusione di copertine variant ed edizioni speciali).
Oggi che la morte nel fumetto di genere supereroico è ormai derubricata a piccolo infortunio o, ancora di più, a una sorta di rito di passaggio grazie a Jonathan Hickman e al suo HoXPoX, ciò che Dan Jurgens, Roger Stern, Louise Simonson, Jerry OrdwayKarl Kesel fecero – sotto l’egida dell’editor Mike Carlin e in quella che può essere definito un prototipo ante litteram della contemporanea writing room degli sceneggiatori – assume un valore tutt’altro che relativo, a prescindere di quale fu il seguito di quella storia (che peraltro segnò un altro precedente su cui il fumetto americano ha campato per i successivi vent’anni, ma questa è un’altra storia).
L’eco mediatica che l’evento suscitò, portando il fumetto sulle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali non solo statunitensi ma di tutto il mondo, resta un passaggio fondamentale nel cammino di affermazione e riconoscibilità più ampi del linguaggio del fumetto. Ma ancora di più, il meccanismo narrativo che gli autori costruirono resta ancora oggi valido ed efficace: un crescendo della tensione che si accumula numero dopo numero per poi deflagrare in quella pagina tripla che chiuse Superman #75 (gennaio 1993), con l’eroe morto tra le braccia di Lois Lane, due figure in una novella Pietà agnostica che riverbera echi michelangioleschi (quanto meno nell’ispirazione).
Ma ciò che sconvolse i lettori – o almeno me, come lettore – fu l’assurdità della morte dell’eroe, ucciso per mano di un villain sconosciuto senza sapere il motivo. Quasi a significare che, anche per Superman come per il resto degli esseri umani, trovare un significato e un senso alla fine della vita resta difficile.
Poi, è vero, Superman risorse e tornò, aprendo un filone di morti e ritorni sempre più scontati e insignificanti, ma la sensazione che un eroe potesse davvero morire, in noi lettori che vivemmo “in diretta” quell’evento, resta ancora oggi inalterata.

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Giuseppe Lamola

Adventures of Superman_500Come probabilmente è accaduto a tante altre persone della mia generazione, il mio primo vero contatto con il Superman a fumetti è avvenuto in occasione della morte del personaggio. O meglio, con la sua rinascita.
Conoscevo il personaggio, ovviamente, soprattutto grazie all’iconica e indimenticabile interpretazione cinematografica di Christopher Reeve, ma fino all’inizio del 1994 non avevo ancora avuto modo di approcciarmi al suo universo di storie cartacee.
L’albo che ha segnato il mio vero esordio come lettore delle storie dell’Uomo d’Acciaio e stato il numero 6 del quindicinale Superman, pubblicato da Play Press nel gennaio del 1994. In copertina, la scritta “Rinato!” e il logo di Il regno dei Superman, saga di cui questo spillato proponeva i primi tre episodi, tratti dalle serie regolari statunitensi del personaggio. All’epoca (il famoso periodo dei triangolini per indicare la corretta sequenza di lettura tra le diverse serie) erano quattro: Action Comics, Adventures of Superman, Superman: The Man Of Steel e Superman, ognuna con un suo team creativo, con un taglio narrativo differente e, in quei mesi… con un protagonista diverso. Già, perché l’eredità di Kal-El (morto pochi mesi prima, con tanto clamore, ma io avrei recuperato quelle storie solo successivamente) era stata letteralmente e fisicamente scissa da Dan Jurgens e soci in quattro versioni, quattro esseri differenti che affermavano in egual misura di essere il “vero” Superman, di rappresentarne l’essenza e raccoglierne il lascito: l’Ultimo figlio di Krypton (figura spirituale, con un appeal quasi religioso), Acciaio (“new entry”, di colore, con un backgroud sociale e culturale peculiare), Cyborg (enigmatico essere con innesti robotici e con lo stesso DNA di Superman) e Superboy (versione giovane e con un bel caratterino).
Chi conosce la continuity DC sa come si sarebbe poi evoluta e conclusa la vicenda, ma personalmente ricordo che queste idee mi apparvero fresche, al passo coi tempi e in grado di catturare bene l’attenzione di nuovi (e anche giovani) lettori, non per forza a conoscenza degli anni di continuity sul groppone, ma desiderosi di leggere avventure interessanti. A ben pensarci, all’idea iconoclasta e storicamente rilevante di uccidere Superman, emblema e archetipo del supereroe, non aveva fatto seguito un facile e rapido ritorno in pista, ma era stata messa in campo una saga lunga e articolata incentrata sul mistero del suo ritorno e su queste nuove figure che potessero in qualche modo portare chi leggeva a porsi alcune domande cruciali: chi è Superman? Che ruolo ha? E cosa lo rende unico rispetto a tutto il resto (anche rispetto agli altri supereroi)?
La sua unicità, l’esigenza della sua presenza nel contesto narrativo di Metropolis, l’emergere di un cast di comprimari sempre più validi e intriganti, sono stati in qualche modo i temi che hanno tenuto banco in quei primi mesi di letture.
E già da questo forse avrei potuto intuire quanto l’idea dei corsi e ricorsi storici nel fumetto supereroistico sia imprescindibile, pur con delle variazioni sul tema che, proprio in quegli anni, stavo imparando ad apprezzare.

Superman reborn

Per questa puntata è tutto. Non ci resta che darvi appuntamento al mese prossimo con First Issue #115.
Stay tuned!

Federico Beghin

Federico Beghin

Padovano, Federico legge molto e ama il calcio. Scrive per le riviste "Lo Spazio Bianco" e "Quasi", parla per i podcast "hipsterisminerd" e "La Kame House" e per "LSB Live".
Ha sceneggiato "Origini SegretiSSSime" per i disegni di Denis Gatto (In Your Face Comix). Insieme a Nicola Stradiotto ha realizzato “Una carcassa grottesca”, fumetto breve pubblicato in “Zazà Mag” #4, la cui versione estesa è presente in "Jackpot" (In Your Face Comix), e "Stand-up comedy" (Interiors).
Insieme a Emanuele Vascon ha scritto l'antologia di racconti "In due" (Amazon).
Ha scritto il saggio "Il Batman: sanguinario e spensierato" (Oblò) ed è presente nel libro "Quaderni di Comicon: Edmond Baudoin" con il saggio "Piero, Baudoin e i giovani lettori".
Suoi racconti si trovano nelle antologie "Francamente me ne infischio" vol. 1 (Re Artù Edizioni), "Otaku Stories" (Idrovolante Edizioni), "Albori Letterari".

Paolo Garrone

Paolo Garrone

Nativo di Cuneo (10 settembre 1967), ma torinese d’adozione. Vive a Settimo Torinese. Ama, anzi si nutre di fumetti (ovviamente), cinema e serie TV. Qui ci vuole un punto se no sembra che si nutra anche di loro: adora i gatti (non che abbia qualcosa contro i cani, eh). Esordisce “criticamente” sul defunto – ma mai dimenticato – Infofumetti per poi approdare sui lidi dello Spazio Bianco. Qui, con molta fortuna ma anche grande gratificazione del suo ipertrofico ego, fa una carriera rapidissima, arrivando a diventare uno degli editor più attivi; finché un bel giorno subisce un grave distacco di retina (a cui ne seguirà un altro, circa 2 anni dopo), che lo costringe a ridurre drasticamente il suo apporto. L’amore per i fumetti e il legame d'amicizia con la redazione lo inducono comunque a non desistere e, ogni tanto, cerca di scribacchiare ancora qualcosa, principalmente sull'argomento che predilige, i supereroi. Si è anche dedicato a "LSB Live", dove (s)parla sempre di comics e dintorni.
Da queste parti, in qualche modo e maniera, lo troverete sempre.

Giuseppe Lamola

Giuseppe Lamola

Nato a Martina Franca nel 1984, Legge fumetti praticamente da sempre. Con il tempo si appassiona alla Nona arte come mezzo espressivo. Insieme ad altri amici fonda a inizio 2012 il blog de Gli Audaci.
Collabora con Lo Spazio Bianco dal 2011, ne è redattore dal 2015 e ha contribuito all'ideazione e al coordinamento degli Speciali tematici dedicati a Martin MystèreMarvel Now!, BatmanOrfani: da Ringo al Nuovo Mondo, Nathan Never e Dylan Dog.
Continua ad accatastare pile di fumetti.

Ferdinando Maresca

Ferdinando Maresca

(Napoli, 1970) Appassionato di fumetto supereroistico si chiede ancora dove siano finite le sue collezioni Corno e Cenisio, disperse a seguito di un trasloco. Dal 2008 collabora con Lospaziobianco.it realizzando recensioni e articoli. Vive e lavora a Milano condividendo le sue giornate con due gatte e una moglie.

David Padovani

David Padovani

Fiorentino, classe 1972, svolge la professione di architetto. Grazie a un nonno amante della fantascienza e dei fumetti, scopre la letteratura fantastica e il mondo degli albi Corno della seconda metà degli anni '70.
Tex e Topolino sono sempre stati presenti nella sua casa da che si ricordi, e nella seconda metà degli anni '80 arrivano Dylan Dog e Martin Mystere e la riscoperta del mondo dei supereroi USA.
Negli anni dell’università frequenta assiduamente le fumetterie, punti d’incontro di appassionati, che lo portano a creare assieme ad altri l’X-Men Fan Club e la sua fanzine ciclostilata, in un tempo in cui di web poco si parlava ancora.
Con l’avvento del digitale, continua a collezionare i suoi amati fumetti diminuendo la mole di volumi cartacei acquistati, con somma gioia della compagna, della figlia e della libreria di casa!

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