Dotter of her father’s eyes: quando sono le figlie a “uccidere i padri”

Dotter of her father’s eyes:  quando sono le figlie a “uccidere i padri”
Memorie personali e narrazione biografica si intrecciano per dare vita a un affresco della vita e della cultura del Novecento europeo in quest'opera di Mary e Bryan Talbot.
COVER Dotter of her Father's Eyes low-res RGB per web

James Joyce è indubbiamente uno degli autori più importanti del Novecento europeo;  la sua opera, originale quanto complessa, continua ad essere una pietra miliare degli studi letterari contemporanei. Ci vuole quindi del fegato nel prendere uno dei mostri sacri della letteratura moderna e confinarlo nel ruolo di comprimario in un’altra storia, modernissima anche questa, sebbene per differenti ragioni; e in special modo se a farlo è un’autrice alla sua prima prova come sceneggiatrice di fumetti.

Dotter of her father’s eyes è l’opera prima di Mary Talbot, accademica britannica nonché moglie di Bryan Talbot, pluripremiato disegnatore di ben note opere a fumetti. Ma la circostanza familiare che dà lo spunto alla storia non è questa, bensì il fatto che il padre di Mary è stato uno dei più eminenti studiosi dell’opera di James Joyce, la cui competenza è riconosciuta anche dall’Enciclopedia Britannica che riporta un suo breve saggio. Padre e figlia nel loro rapporto tenero ma spesso conflittuale, ma non solo. Anche James Joyce aveva una figlia, Lucia, nata durante il soggiorno triestino dello scrittore. La storia di Lucia deve aver non poco affascinato Mary Talbot: bella e artisticamente talentuosa, tanto da diventare una ballerina di primo livello, era però dotata di una psiche fragile che la condusse progressivamente a un internamento in manicomio che durò trent’anni, fino alla morte.

Due storie in parallelo, quindi: da un lato, Mary, con la sua personalità vivace, e suo padre, spesso chiuso nel suo lavoro tanto da risultare un estraneo in famiglia; dall’altro, Lucia, nella sua sensibilità e indipendenza mentale, e James, alle prese con la non facile vita dell’intellettuale di nicchia. Le due storie si alternano, ma non si intrecciano; sono distanti nel tempo (quella di Mary è ambientata nell’Inghilterra post austerità, quella di Lucia in giro per l’Europa degli anni Venti) e diverse nella loro evoluzione.  È sicuramente possibile per il lettore ravvisare delle analogie, ma non sono né forzate né volutamente sottolineate da parte dell’autrice: sta a noi riportare i due vissuti su binari paralleli o convergenti.  Sebbene da più parti quest’opera sia stata definita come biografica, facendo prevalere come importanza la storia di Lucia, più probabilmente invece le due storie sono l’una il pretesto dell’altra. E il libro si può leggere non tanto come la storia di Lucia e del suo ingombrante padre, quanto come la storia di Mary e del suo amato e odiato papà; in questo senso, la storia di Lucia potrebbe essere un brillante pretesto narrativo utilizzato per smorzare il carico emotivo di un vissuto familiare denso di ricordi e di affetti contrastanti, e per non cadere nell’eccessivo autobiografismo.

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Dotter of her father’s eyes è un albo breve, meno di cento pagine, eppure denso di spunti su temi tutt’altro che banali. C’è il tema dei conflitti familiari, innanzitutto: tanto Mary quanto Lucia hanno un rapporto ambivalente col padre, da una parte caratterizzato da grande affetto e dipendenza emotiva, dall’altra sempre pronto a sfociare in contrasto, specialmente nelle fasi dell’adolescenza e della giovinezza in cui le personalità decise delle due ragazze mal sopportano le direttive dei rispettivi padri. E c’è anche il tema dei conflitti di genere, soprattutto in riferimento a Lucia che non tollera di essere limitata nella piena realizzazione delle sue espressioni artistiche dai vincoli della società patriarcale, che vede le donne ancora relegate ad angelo del focolare. Lucia si pone in aperto contrasto con questa visione, un contrasto che la lacererà a tal punto da esacerbare le sue tendenze schizofreniche; Mary ovviamente vive la sua giovinezza in un’era più favorevole, e la sua storia ha un finale molto più lieto.

Tuttavia ambedue diventano testimoni, ciascuna per la fase in cui hanno vissuto, di una faticosa transizione verso la modernità, nel passaggio dalla società familistico-patriarcale a quella dei diritti di espressione individuale e, ancora più faticosamente, a quella dell’affrancamento femminile. Qui le due ragazze giocano il ruolo di coloro che tentano di spezzare gli equilibri inveterati, mentre ai padri resta l’onere di affermarli e mantenerli in vita, anche a discapito delle loro amatissime figliole. Interessante a tal proposito notare come la grande modernità di Joyce come autore, e di Atherton (il padre di Mary) come letterato siano palesemente contraddette da un forte conservatorismo nella vita personale, una circostanza ben esplicitata soprattutto per Joyce, severo nei confronti della figlia fino al punto da non comprendere l’effetto psicologico devastante sulla figlia dei suoi ammonimenti.

Altri temi affiorano tra le pagine: l’erudizione come fuga dalla realtà, ben presente in ambedue le figure paterne e fortemente osteggiato sia dalle figlie che dalle mogli in quanto causa di carenze affettive e difficoltà materiali; e, dal lato opposto, l’arte come salvezza dalla follia e mezzo per restare ancorati alla realtà. Sono tutte tematiche di un certo spessore, che potrebbero costituire materiale per diverse pagine, invece qui sono fuse in un lavoro che scorre con leggerezza, nonostante il “peso” degli argomenti. In questo l’autrice mostra una sorprendente maturità di scrittura. La maniera in cui Mary ricorda gli eventi non è appesantita da rancore o da tristezza, è semplicemente il racconto maturo di una donna ormai risolta sia professionalmente che personalmente, capace quindi di vedere gli eventi passati in prospettiva, senza per questo smarrire la ricchezza dei dettagli emotivi.

Inevitabile pensare, durante la lettura, a Fun Home di Alison Bechdel: un accostamento di sicuro oneroso, dato  il grande successo di critica e pubblico di quell’opera.  Ma Dotter of her father’s eyes non è una lettura qualsiasi: piuttosto, come già detto, talmente densa di contenuti da poter essere sviscerata in profondità, con la certezza di ritrovare un ulteriore livello di significato.

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Dal punto di vista dei disegni, assistiamo a una grande prova di Bryan Talbot, efficacissimo nel rendere  lo spirito delle storie con la necessaria ricchezza e levità che caratterizzano lo script. Le due vicende parallele sono trattate con palette di colori differenti, toni del seppia per Mary e del grigio-blu per Lucia. L’alternanza è quindi chiara ed efficace, così come il tratto di Talbot è nitido nelle linee ma arricchito da gradevoli acquerelli. La tavola non è composta da vignette bensì da quadri dai bordi sfumati, articolati liberamente, che danno un grande movimento alla pagina. Un curioso dettaglio sono gli occhi dei personaggi, tutti indistintamente rappresentati con due punti neri , un po’ come quelli di Tin Tin: probabilmente un espediente grafico per richiamare il gioco di parole nascosto nel titolo (dot significa punto in inglese, e dotter suona allo stesso modo di daughter, cioè figlia).

Da sottolineare a tal proposito, nell’edizione italiana, lo sforzo di traduzione da parte di Gloria Grieco, che ha preferito lasciare in originale alcune frasi tratte dalle opere di Joyce, talmente complesse anche nella loro lingua d’origine che sarebbe stato probabilmente inutile tentare di ricavarne un analogo in italiano, sacrificandone la ricchezza idiomatica. E in generale non deve essere stato facile riprodurre anche altre espressioni dell’autrice che, involontariamente, fa riferimento a circostanze della vita britannica che per altri possono essere di meno immediata comprensione.

Ma al di là di qualche inevitabile “localismo”, alla fine della lettura, il lettore avrà ripercorso quasi un secolo di vita europea, nell’intersecarsi di eventi storici, sociali, culturali e intimi; una lettura intensa, che per la sua maturità espressiva e grafica non sfigurerebbe all’interno di un programma di letteratura scolastico.

Abbiamo parlato di:
Dotter of her father’s eyes
Mary e Bryan Talbot
Traduzione di Gloria Grieco
Nicola Pesce Editore, 2020
96 pagine, brossurato, a colori – 14,90 euro

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