Cronachette di Giacomo Nanni: un manifesto minimalista

Cronachette di Giacomo Nanni: un manifesto minimalista
Giacomo Nanni Coconino Press, 2007 - 360 pagg. bros. b/n - 16,00euro

la copertinaCronachette, per molti aspetti, potrebbe rappresentare un perfetto manifesto del minimalismo1 nel fumetto europeo. Racconta del rapporto dell’autore con la propria gatta, Esterina, attraverso episodi di vita familiare slegati tra loro, ma che ricorrono più volte a tracciare una trama sottile che si ripiega e insegue. Originariamente pubblicati con regolarità sul sito dell’autore, il volume li raccoglie e li amplia, cercando di dare una struttura a un materiale poco omogeneo.
Gli episodi salienti sono: un distacco quasi siderale dei gatti dall’umanità (Esterina sulla luna); l’osservazione dei dintorni dell’abitazioni di Nanni attraverso una finestra; Esterina che gioca, insegue un uccellino; un bambino timido osservato sempre da casa; un trasloco e la relativa fuga di Esterina da casa; la silhouette del gatto in continuo movimento.
Il tratto eredita proprio dal minimalismo le sue caratteristiche salienti. Da pagine in cui mutano i dialoghi, ma non la postura dei protagonisti, ad altre in cui Esterina è rappresentata in un lento, pigro e continuo movimento (le silhoutte di cui sopra, macchie nere su sfondo bianco), ad altre ancora nelle quali gli interni della casa sono disegnati con linee essenziali e tremolanti, prive di ombre, di dimensione e sostanza. Il tutto attraverso un meccanismo progressivo di reiterazione e di variazione attorno a temi semplici, ripetuti.

Il minimalismo, che non si è mai connotato come un movimento vero e proprio né nelle arti visive né in musica, e che nel tempo ha assunto un valore stranamente negativo, è sempre stato una sorta di etichetta attribuita da critici e osservatori a singole opere o percorsi creativi di artisti e musicisti. In letteratura, dove vige lo stesso principio, si considera da anni massimo esponente di questo stile Raymond Carver2, con i suoi racconti fulminanti, essenziali, gelidi.
Nel fumetto, che solo negli anni ’90 si apre a una forma narrativa che presenta caratteristiche comuni al minimalismo (se mi è permesso escludere tutto il movimento underground degli anni ’60/’70 che presenta alcuni importanti tratti comuni ma umori viscerali fin troppo accesi), abbiamo almeno quattro autori fondamentali che possono in parte rientrare nel gruppo vischioso dei minimalisti: James Kochalka3 (Sketchbook Diaries), Adrian Tomine4 (Il Sonnambulo, Shortcomings), Daniel Clowes5 (Caricature, David Boring) e Chris Ware6 (Jimmy Corrigan, The Smartest Kid On Earth).
Si tratta di autori molto diversi tra loro ma che, a mio avviso, condividono alcuni importanti tratti comuni. In particolare, accostando le loro opere emerge da subito un’importante distinzione dalle altre forme espressive che sembra essere propria solo del fumetto: l’utilizzo di un codice espressivo nuovo e fortemente emotivo, che contrasta con conduzioni narrative spesso apparentemente meccaniche e distaccate.

Cronachette si inserisce a pieno titolo all’interno di questo filone. L’invenzione artistica, infatti, sembra nascere da sentimenti personali, importanti ma decisamente “comuni”, tali da non motivare, apparentemente, la necessità di un racconto.
D’altra parte, Cronachette sembra rielaborare in forma nuova tale approccio, per almeno due caratteristiche: un’ironia non cinica e disincantata come nelle altre opere citate, ma quasi sentimentale, affettuosa; un’apertura maggiore all’improvvisazione, alla sorpresa, alla scoperta espressiva.
Ecco che Cronachette presenta due finali, quello necessario e quello poetico. Ecco che i ripetuti inseguimenti tra un uccellino ed Esterina diventano invenzione simbolica, sovrapposizione, decontestualizzazione, rielaborazione di vecchi modelli ereditati dai cartoni animati (Tom e Jerry) in modalità inedite e lontanissime. Ecco che l’osservazione del bambino timido diventa occasione per una riflessione illuminante (“bambino timido, non fare il timido”; “bambino timido, non fare il bambino”). Ecco che la fuga da casa di Esterina (sogno, finzione?) è un pretesto per osservare la città, con le sue strade, con i suoi orrori (auto che investono, cani che abbaiano, …) in modo ingenuo e sorprendente.

Tra gli autori citati, è probabilmente il James Kochalka di Sketchbook Diaries quello che più si avvicina all’impostazione di Cronachette. Nei suoi diari, Kochalka mette in atto una ricerca personale che tocca il cuore del minimalismo e al contempo lo supera. L’esperimento di realizzare una pagina a fumetti ogni giorno, basata sui banali episodi della quotidianità, da un semplice esercizio creativo sembra nel tempo trasformarsi in una vera e propria riflessione sul rapporto tra la vita, la creatività e l’attimo presente. Si trasforma cioé da “episodio minimalista” a “percorso meditativo”, simile all’Haiku7 della tradizione giapponese, un breve componimento che vorrebbe rappresentare l’essenza delle cose che ci circondano. Meglio ancora, il completamento di un percorso meditativo intorno a quel singolo oggetto, a quella singola esperienza.
Cronachette si avvicina a questo meccanismo, ma se ne distanzia nel momento in cui Nanni decide di riflettere e ripercorrere gli stessi temi più e più volte, in una modalità molto vicina al tema con variazioni proprie della musica. Certo è che l’esigenza di raccontare si mischia in modo indissolubile con la necessità (esistenziale e, perché no, editoriale) di ricercare e inventare.
Il tutto coperto da una patina dolcemente malinconica, dovuta alla consapevolezza che Esterina è morta da almeno due anni e che molte delle storie raccontate sono invenzioni intime della mente dell’autore, nelle quali si riflettono, più che ricordi reali, le emozioni nostalgiche ad essi collegati. Un gioco di specchi, quindi, che dal reale si distacca per pescare nell’immaginario. Un processo assai diverso da quelli più comuni del minimalismo, che da questo punto di vista si ridimensiona nella sua validità euristica.

, con questo volume, si conferma autore ricchissimo di potenzialità e di spunti, che sta affrontando un cammino espressivo unico nel panorama del fumetto mondiale, ma che non sembra ancora aver trovato una dimensione definita. Si respira, dal punto di vista creativo, un’irrequietezza e un bisogno di ricerca che, seppure apre la strada a lavori originali e sempre nuovi, indica al contempo una personalità artistica ancora in via di definizione.
Forse, il libro in lavorazione, Lara Canepa (il personaggio appare e scompare in questo Cronachette con un guizzo doloroso che non passa inosservato) saprà chiarire alcuni dei dubbi che l’autore, in compagnia della sua Esterina, sembra attraversare in questo periodo.


  1. Da Wikipedia due definizioni interessanti di minimalismo:
    Minimalismo nelle arti visive.
    Le opere appartenenti a questa corrente hanno come caratteristica l’utilizzo di un lessico formale essenziale, le opere sono composte da pochi elementi, i materiali in alcuni casi derivano da produzioni industriali, alcune delle matrici formali sono la geometria, il rigore esecutivo, il cromatismo limitato, l’assenza di decorazione. Il risultato è oggettuale. Oggetti geometricamente definiti, formati dalla ripetizione e variazione di elementi primari, forme pure, semplici. La pittura dalla parete passa ad occupare lo spazio.
    Minimalismo in musica.
    L’architettura della musica minimale si sviluppa su cellule melodiche brevi e semplici, e su figure ritmiche immediate, e dipana il discorso creativo sulla ripetizione, spesso ossessiva, di tali moduli, mentre il castello armonico e timbrico si evolve a formare la chiave espressiva dell’opera, utilizzando talvolta strumenti di raro utilizzo e sonorità inusuali, con la complicità dell’elettronica e della musica popolare.?Nella maturazione di questa modalità vi è un riferimento a formule musicali tipiche della musica etnica proveniente da aree sociali nelle quali il ritmo e il suono percussivo e ricorsivo erano caratteristiche strutturali, come nella musica della zona centrafricana. Ma lo spunto è soltanto una cellula intellettuale dalla quale generare forme che permettono chiavi espressive interessanti e diversificate. 

  2. Un articolo di Angelo Guglielmi da La Stampa su Raymond Carver offre molti spunti interessanti sul significato di minimalismo in letteratura. Riporto una citazione interna al testo: «storie di povere esistenze che si rifugiano nelle piccole cose cercando di mascherare con la loro (delle cose) confortante presenza i baratri di solitudine che si aprono nel loro (delle povere esistenze) vissuto». 

  3. James Kochalka è stato pubblicato pochissimo in Italia mentre è una specie di superstar del fumetto e della musica negli Stati Uniti. I suoi Sketchbook Diaries sono stati tradotti in italiano da Fernandel. L’ottimo smoky man ha poi tradotto sul sito Ultrazine.org il suo manifesto sul fumetto. Gli spunti per una riflessione sul medium e sul rapporto tra arte, espressività e vita sono interessanti anche se non sempre condivisibili. 

  4. Adrian Tomine è considerato l’epigono di Carver in ambito fumettistico. Il suo primo romanzo lungo, Shortcomings, recentemente pubblicato in USA e ancora inedito in Italia, conferma la volontà di raccontare storie intimistiche, semplici sul piano strutturale, ma complesse sul piano emotivo. Uno sguardo sulla vita contemporanea che riesce a rappresentare con efficacia un vuoto esistenziale incolmabile.  

  5. Daniel Clowes è molto più che un autore “minimalista”. È un vero inventore di universi individuali credibili e potenti. Il suo stile, in effetti, muta radicalmente da lavoro a lavoro (Ice Haven né è l’esempio più chiaro) e svela il desiderio di superare la barriera dell’incomunicabilità del mondo interiore delle persone.  

  6. Chris Ware con il suo Jimmy Corrigan, The Smartest Kid On Earth (atteso da anni per Mondadori, ma ancora inedito in Italia) ha rivoluzionato il codice linguistico del fumetto contemporaneo attraverso una sintesi che accomuna i maestri delle strisce degli anni ’20-’30 con le espressioni più originali della pubblicità del secolo scorso, gli schemi “industriali” del minimalismo in arte contemporanea alla forza evocativa del fumetto underground. Non si può descrivere. Bisogna leggerlo.  

  7. Dal sito silloge.it, riporto una parte molto attinente al testo che ho scritto: “Chi compone lo haiku (haijin) non deve solo concentrarsi sulla brevità del componimento, ma soprattutto sulla profonda spiritualità insita nello stesso. L’essenza dello haiku è radicata nei tuoi sensi, nella tua capacità di vedere sentire, gustare, toccare, odorare. E’ nel potere insito in te di distogliere l’attenzione dal tutto e catturare quella cosa di cui vuoi parlare, andando oltre a ciò: creando un vuoto tutt’intorno ad essa, svuotandola di qualsiasi orpello ed abbellimento. Quello che rimane è solo essenzialità. Lo haijin non scrive è quello, ma semplicemente quello. Altro non serve.” 

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