Human: l'uomo del futuro

Human: l’uomo del futuro

500000 anni e più nel futuro. Intorno alla Terra orbitano satelliti e rottami spaziali in disuso, molti distrutti. Tra questi c’è una struttura che ricorda una stazione spaziale. All’improvviso un modulo si stacca e precipita sul pianeta. Dopo l’esplosione seguiamo un animale che, dall’alto di una rupe, dispiega le sue ali e vola sulla superficie fino al luogo dell’impatto. Dalla posizione relativamente lontana che abbiamo, l’ombra volante potrebbe essere uno pterodattilo e la Terra che vediamo, in realtà, quella della preistoria: persino la vegetazione e il gigantismo dell’ambiente sembrerebbe suggerirlo. Invece, quando ci avviciniamo al luogo dell’impatto, la figura diventa più definita: è una specie di scimmia con le ali.
Le guide nell’esplorazione di questo regredito mondo del futuro sono Diego Agrimbau e Lucas Varela e usano come cicerone un robot, Alpha. Il suo compito è assistere lo scienziato terrestre Robert che ha ideato insieme con la moglie June un piano complesso per ripopolare la Terra di homo sapiens. Robert, infatti, prevedendo il destino di estinzione degli esseri umani, ha deciso di congelare se stesso e la moglie nell’attesa che il pianeta si riprenda dai disastri ecologici lasciati sulla sua superficie dal passaggio della razza umana.

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Il progetto, però, si scontra con alcuni problemi: innanzitutto l’ambiente ostile, abitato da differenti generi di primati; quindi il ridotto numero di robot a disposizione di Robert rispetto al previsto; e infine la morte di June, che spinge Robert in uno stato di follia completa.
La narrazione, per quanto sostanzialmente lineare, ricorda non poco Frederick Peeters, mentre la storia e la caratterizzazione di Robert non possono non richiamare a JG Ballard. D’altra parte il tratto morbido di Varela è squisitamente francofilo dalla linea chiara e con un’inchiostrazione marcata, mentre la composizione della tavola è abbastanza standard, per lo più usando la griglia classica di 3 strisce da 2 vignette ciascuna.
Human si costruisce un pezzo alla volta, vignetta dopo vignetta, pagina dopo pagina. Alterna momenti di silenzio, quasi in contemplazione del nuovo ambiente naturale, ad altri fitti di dialoghi senza dimenticare l’azione pura, come ci si aspetterebbe da un mondo tornato allo stato selvaggio. La rivelazione fondamentale della trama, quella che da un senso al titolo, al di là dell’idea del riprendersi dall’estinzione, è in realtà l’essenza stessa dell’evoluzione così come viene raccontata da Leon C. Megginson:

Non è la più intelligente delle specie quella che sopravvive; non è nemmeno la più forte; la specie che sopravvive è quella che è in grado di adattarsi e di adeguarsi meglio ai cambiamenti dell’ambiente in cui si trova.

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