Agli albori dell'informatica italiana

Agli albori dell’informatica italiana

La storia dell’informatica, agli albori, era strettamente legata alla matematica e alla logica. L’idea era quella di sviluppare macchine in grado di perfezionare nel minor tempo possibile calcoli complessi. Sebbene sin dall’inizio ciò era inevitabilmente intrecciato allo sviluppo di un’intelligenza meccanica (o artificiale, come si usa oggi), era proprio per aumentare le capacità di calcolo da un lato e poter restare al passo con le innovazioni dall’altro che anche in Italia, nella seconda metà degli anni Cinquanta del XX secolo, che aumentò l’interesse verso le macchine calcolatrici.

Le prime macchine calcolatrici italiane

Gino Cassinis – via it.wiki

Il 31 ottobre del 1955 veniva inaugurata presso il Politecnico di Milano la prima calcolatrice elettronica a disposizione di un dipartimento di ricerca italiano: era la CRC 102A della ditta californiana Computer Research Corporation, arrivata l’11 ottobre del 1954 e acquistata dall’allora direttore del Politecnico, il matematico Gino Cassinis. Se questo fu il primo atto dell’inizio della computazione in Italia, a sancire l’inizio della rivalità tra le sedi di ricerca in questo campo fu la progettazione della Calcolatrice Elettronica Pisana, ideata su suggerimento di Enrico Fermi dopo che i fondi stanziati nel 1953 dalle province di Pisa, Lucca e Livorno per la costruzione di un sincrotrone, 150 milioni di lire, risultarono inutili dalla costruzione di quello di Frascati. A questo punto, seguendo il suggerimento dell’illustre fisico, parte dei fondi (120 milioni) vennero destinati per la progettazione e la costruzione di una macchina calcolatrice italiana: la notizia della costruzione della CEP, destinata a essere la prima del suo genere costruita dal nostro paese, ebbe una certa opposizione da parte di Mauro Picone, direttore dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo (IAC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).
Nel frattempo lo stesso Picone si stava impegnando per portare in Italia un’altra macchina calcolatrice, una delle migliori al mondo, la FINAC, calcolatore elettronico costruito dalla ditta inglese Ferranti Ltd a partire da un progetto sviluppato all’Università di Manchester da un gruppo costituito, tra gli altri, da Alan Turing, Patrick Blackett, Tom Kilburn e Frederick C. Williams. Costato 250000 sterline, venne inaugurato il 13 dicembre del 1955 presso i laboratori informatici dell’IAC alla presenza delle autorità italiane.

Mauro Picone – via it.wiki

A causa di un disguido, dovuto soprattutto allo scarso interesse mostrato a fine ottobre da parte del Corriere della Sera, tale inaugurazione generò alcuni attriti tra Picone e Cassinis, che a mezzo stampa mostrò il suo disappunto per il maggiore risalto che era stato assegnato alla FINAC rispetto alla CRC 102A, giunta in Italia un mese e mezzo prima ((Buona parte dei dettagli di questa introduzione sono estratti da La nascita dell’Informatica in Italia: l’esperienza romana di Pietro Nastasi (pdf).)).
Al di là delle diatribe interne tra i vari gruppi di ricerca italiani interessati allo sviluppo dei sistemi di calcolo elettronico, la FINAC ebbe un ruolo fondamentale nell’informatica italiana, grazie allo sviluppo di una vera e propria scuola di ricercatori che iniziarono subito dopo a proporre agli studenti l’insegnamento dell’informatica presso l’Università di Roma. Tra questi protagonisti si ricordano Giorgio Sacerdoti, che successivamente passò alla Olivetti, Paolo Ercoli e Roberto Vacca. In particolare questi ultimi compaiono, insieme con lo stesso Picone, all’interno de I numeri del futuro, storia appartenente al ciclo Topolino Comics&Science pubblicata sul numero 3279 del settimanale su testi di Francesco Artibani e disegni di Valerio Held e su soggetto di Roberto Natalini, attuale direttore dell’IAC, oggi intitolato proprio a Picone.

L’importanza del calcolo informatico

Uno dei problemi più noti in cui il calcolo numerico, se portato avanti con tempi più brevi rispetto al calcolo umano, avrebbe permesso di avere enormi avanzamenti era il problema dei tre corpi.
Dal punto di vista analitico, risolvere le equazioni di Newton che descrivono il moto di due corpi celesti gravitazionalmente legati è relativamente semplice. Già aggiungendo al sistema un terzo corpo, come nel caso del sistema Sole-Terra-Luna, arrivare a una soluzione analitica risultava particolarmente complesso, se non impossibile anche per menti eccelse come Henri Poincaré. Il punto è che equazioni semplici, come quelle della gravità newtoniana, se messe a sistema risultavano particolarmente complesse da risolvere, suggerendo così un approccio numerico, che però era evidentemente incompatibile con l’età media umana.
Da qui, allora, nasce l’importanza di dotarsi di strumenti di calcolo quanto più veloci possibile e proprio per questo scopo Picone impiegò buona parte del suo impegno come direttore dell’IAC. Il culmine di quest’attività fu l’arrivo del FINAC, ed è proprio in quel periodo che è ambientato I numeri del futuro.
In questo caso Topolino e Pippo devono recarsi nella Roma del passato per recuperare il professor Marlin, che non ha fatto ritorno dal viaggio nel passato per assistere all’inaugurazione della macchina calcolatrice romana.
Artibani, grazie anche alla corposa documentazione ricevuta da Natalini, riesce a unire gli aspetti matematici, approfondendoli con precisione, con le atmosfere da giallo investigativo all’inizio e da spy story nel seguito del soggetto messo in piedi dalla collaborazione con il matematico. In particolare Roberto ha suggerito, per l’ambientazione delle indagini di Topolino e Pippo in casa del principale sospettato della sparizione di Marlin, le prime scene di Un maledetto imbroglio, film del 1959 di Pietro Germi. Inoltre, attraverso gli oppositori al FINAC, lo sceneggiatore trova lo spunto per raccontare sia le perplessità sia i vantaggi del calcolo informatico. In questo senso forse sarebbe stato più utile assegnare a Picone le battute che nel finale vengono messe in bocca a Marlin, anche se tutto ciò nulla toglie o aggiunge alla gradevolezza della storia, in grado di divulgare e divertire allo stesso tempo senza essere eccessivamente didascalica.
Ottima, inoltre, la scelta di assegnare i disegni a Valerio Held: il tratto scarpiano dell’esperto disegnatore risulta particolarmente efficace nel rendere al meglio l’ambientazione dell’avventura temporale.
Nel complesso un’altra bella avventura che arricchisce il già corposo elenco di Topolino Comics&Science.