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La diversità attraverso gli occhi di pollo: “Elmer” di Gerry Alanguilan

17 Febbraio 2026
Cosa c’entrano i polli con il razzismo? Più di quanto si possa immaginare, come dimostra l’opera di Gerry Alanguilan portata in Italia da NPE.
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Di animali dalle caratteristiche antropomorfe, nei fumetti, ce ne sono parecchi: il pensiero corre immediatamente al celebre Maus di Art Spiegelman, che attraverso l’utilizzo metaforico delle specie animali raccontava l’orrore dell’olocausto, o il più noir Blacksad, in cui il protagonista è un gatto che riprende in maniera precisa lo stereotipo del malinconico investigatore. Animali che diventano maschere umane, in cui ci rispecchiamo nonostante l’apparente alienità: perché sotto pelo e baffi, celano tutti i nostri vizi e difetti, così come le nostre più profonde paure.
Di polli, però, ce ne sono pochi, a conti fatti: lo racconta lo stesso Gerry Alanguilan, fumettista filippino e autore di Elmer, portato dopo anni dalla sua pubblicazione in Italia da Edizioni NPE: fumetto in cui a fare da protagonisti sono tali pennuti, per lo più abbastanza emarginati dagli universi narrativi. Nella sua post fazione, infatti, Alanguilan racconta: “Perché dei polli? La risposta è davvero ovvia. Penso che i polli siano spettacolari1

Elmer cover

Tali spettacolari polli, però, non sono soltanto un escamotage per raccontare (ancora una volta) gli uomini: o meglio sì, ma non solo. Nell’universo di Elmer, infatti, un giorno tutti i polli acquistano improvvisamente coscienza, sviluppando una sorta di nuova e incredibile consapevolezza rispetto a loro stessi e alla loro esistenza. Non si tratta quindi di umani “sotto mentite spoglie” (come nelle narrazioni precedentemente citate): i polli restano polli, ma intelligenti. Si ritrovano così a dover condividere il mondo con i loro aguzzini, gli esseri umani che fino al giorno prima li cuocevano a puntino e impiattavano sulle loro tavole. 

Elmer è quindi, in primo luogo, la narrazione di un incontro col diverso, o con ciò che inevitabilmente percepiamo come diverso da noi. Come è scontato che accada, la prima istintiva reazione di fronte a tale diversità, che ancora non si sa come e dove inquadrare, è la paura: l’autentico e puro terrore che, in un inevitabile concatenarsi di precipitosi eventi diventa violenza, inarrestabile e sistemica.

Le tavole di Alanguilan, il cui meticoloso bianco e nero lascia emergere chiaramente il passato da inchiostratore di narrazioni supereroistiche quali X-Men e Superman: Birthright, ripercorrono quindi tutto ciò che è seguito al giorno fatidico del “grande risveglio”, attraverso le parole che il vecchio pollo Elmer, appena venuto a mancare, lascia in eredità al figlio Jake in un lungo diario.
Sono tavole pulite e schematiche, dall’andamento cronachistico, che aumentano nel lettore la sensazione di realismo,
 fortemente evocata anche da un tratto attento al dettaglio, in particolare quando si sofferma sui polli. Se in alcuni passaggi, come quelli sugli esseri umani, il tratto di Alanguilan si fa più grossolano, in quello della rappresentazione dei polli protagonisti dà il suo meglio, riuscendo a donare loro espressività e spessore emotivo. Evidente appare poi anche il suo passato da architetto: nella ricostruzione attenta degli sfondi e dei paesaggi e nella geometria perfetta delle tavole.

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Il diario di Elmer guida quindi il lettore, a metà strada tra un memoir e un documentario vero e proprio, nell’incontro-scontro tra uomini e polli e nella terribile e violenta reazione di fronte a ciò che non siamo ancora pronti a comprendere. È forse scontato sottolineare il modo in cui tale narrazione si faccia inevitabilmente metafora del calvario attraversato dalle minoranze etniche nel corso dei secoli, e in generale dai gruppi marginalizzati della società: la violenza normalizzata da parte del sistema, la lotta costante per essere ascoltati e riconosciuti, ma anche l’apparente inclusione che viene meno non appena si cerca nuovamente un capro espiatorio. 

Uno dei passaggi più forti, infatti, è quello sull’influenza aviaria: nonostante a quel punto fossero stati ai polli riconosciuti gli stessi diritti degli esseri umani, allo scoppio dell’epidemia la violenza umana si riversa di nuovo prepotentemente su di loro (“Era triste vedere come le stesse persone che un mese prima celebravano i polli, ora gridassero per le loro teste”). In questi passaggi, la storia di Elmer ha sicuramente il pregio di divenire esemplare, raccontando attraverso l’escamotage incredibile e paradossale dei polli improvvisamente intelligenti, la storia fin troppo aderente alla realtà di milioni di persone che nel corso dei secoli hanno lottato strenuamente per i loro diritti civili.

Proprio in questa volontà di essere esemplare, talvolta la narrazione risulta però eccessivamente frettolosa in alcuni dettagli che forse avrebbero meritato più spazio, e forse fin troppo palese nel suo desiderio di far arrivare il messaggio, che così talvolta sovrasta la narrazione stessa. Chiaro è infatti l’accento sulle sofferenze subite, ma l’ottenimento dei diritti viene attraversato invece in maniera più sbrigativa, così come l’effettiva integrazione dei polli nella società.

La linea temporale del figlio Jake, che eredita il diario del padre Elmer, e dei suoi fratelli, appare in questo senso interessante proprio perché lascia emergere di fatto queste contrarietà, interrompendo la linearità a volte eccessiva del racconto, e arricchendo la storia anche delle sfumature di una, seppur breve, saga familiare. Così come risultano interessanti gli sprazzi di vita di questa seconda generazione, che pur non avendo vissuto il trauma del risveglio, affronta una serie diversa di problematicità, lasciando intuire chiaramente al lettore che, anche una volta riconosciuti i dovuti diritti, la strada non è comunque in discesa. Un conto è la realtà ufficiale, un’altra quella pratica, in cui spesso i polli continuano a sentirsi discriminati o vittime di marginalizzazione. Jake diviene l’esempio lampante di una rabbia a lungo interiorizzata, conseguenza delle difficoltà di tale processo di accettazione, in cui in qualche modo ci si sente ancora nella condizione di dover chiedere il permesso di esistere, e di farlo nel modo corretto.

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Quello che sicuramente commuove è infatti il tentativo ostinato di essere visti e ascoltati: non è solo la metafora intorno al razzismo, però, a colpire il lettore. Uno dei punti di maggiore forza, nella scelta dei polli come protagonisti della narrazione, sta infatti anche nel terribile sfruttamento animale che gli uomini compiono in maniera assolutamente normalizzata. I ricordi del “pollaio” (luogo che diviene inevitabilmente simbolo del “prima”) sono ammassi confusi di atrocità e sofferenze: quello che Elmer racconta in questo senso è effettivamente un meccanismo di rimozione del trauma, che inconsciamente viene sepolto per proteggere la propria psiche. Il trauma, però, è sepolto ma non sparito: ed emerge anche, e soprattutto, attraverso la scrittura. È quest’ultima, infatti, a permettere a Elmer di tramandare la propria storia, inclusi i frammenti confusi di quel passato macchiato di sangue.

La scrittura serve quindi, come spesso accade, da una parte a ricostruire la propria memoria, dall’altra a interrogarla nuovamente, guardandola con occhi nuovi. Ed anche il lettore è chiamato ad avere un nuovo sguardo, un nuovo filtro sugli avvenimenti: osservando dal punto di vista degli animali, le azioni degli esseri umani appaiono atroci già nel “prima”. Sta qui, forse, l’elemento più disturbante, e quindi più riuscito, della narrazione: a disturbare il lettore non è solo ciò che l’uomo ha fatto ai polli una volta divenuti intelligenti, negando loro diritti e rifiutando di ascoltarli, ma anche quello che gli ha fatto prima, quando erano semplicemente inconsapevoli creature. 

Decidere di raccontare il razzismo e la lotta contro le discriminazioni non è infatti facile: ci pone di fronte a un tema così esplorato e attraversato, non solo dal fumetto ma dallo storytelling in generale, che il pericolo di risultare banali o ridondanti è sempre dietro l’angolo. Un pericolo a cui neanche Elmer è del tutto estraneo: il suo punto di forza sta però nel riuscire ancora a illuminare di tale tema nuovi possibili attraversamenti. La scelta di tale punto di vista inedito riesce infatti a mettere in luce anche non scontati parallelismi (che molte filosofie antispeciste condividono) sulla sofferenza umana e quella animale, spingendoci a metterci in discussione, ponendo stavolta l’intera umanità dalla parte “privilegiata”, rispetto all’animale sfruttato e abusato. 

L’animale diviene simbolo del diverso, che spaventa nel momento in cui ci chiede di ridefinire il nostro concetto di uguaglianza e la sua applicazione. La storia dei polli, infatti, conosce un lieto fine: ma Elmer ci insinua il dubbio su tutti gli altri animali rimasti nel “pollaio”. Così, al di là delle possibili singole posizioni sul tema del consumo della carne, questa opera riesce a costruire una narrazione che fa della violenza il suo centro focale, ricordandoci che ogni sua forma è capace potenzialmente di risvegliare in noi la sua intollerabilità. E se non lo fa, è probabilmente perché non l’abbiamo ancora guardata con lo sguardo giusto: quello di coloro che la stanno vivendo.

Abbiamo parlato di:
Elmer
Gerry Alanguilan
Traduzione di Luigi Formola
Edizioni NPE, 2025
114 pagine, cartonato, bianco e nero – 19,90 €
ISBN: 9788836272860

  1. Dalla postfazione di Gerry Alanguilan in Elmer, edizioni NPE, 2025. ↩︎
Federica Tortora

Federica Tortora

Nata a Napoli nel 1998, si è laureata in Filologia moderna all’università di Napoli Federico II, interessandosi in particolare alle letterature comparate e al dialogo tra letteratura e arti visuali. Si appassiona alla nona arte durante i primi anni del liceo, comprando i primi manga all’usato e leggendo i vecchi Dylan dog del fratello maggiore: da lì in poi le letture fumettistiche si moltiplicano e accumulano anno dopo anno. Nella vita vorrebbe continuare ad occuparsi di scrittura e letteratura.

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