
Un’opera che potrebbe fare da spartiacque tra due concezioni del fumetto d’autore: quella che non può prescindere dalla qualità del disegno realizzato rigorosamente a mano, e quella più moderna che premia un autore anche se questi ha demandato gran parte della sua realizzazione ad un computer.
Perché se è vero che l’indie americano ci ha ormai abituato ad autori che disegnano “male”, Johnny Ryan per citarne uno, e che di questa caratteristica hanno fatto il loro punto di forza spacciandolo come vezzo autoriale, è anche vero che questi restano ancorati a una concezione classica che vuole il disegno sia artigianale. Ciò nondimeno è innegabile il ruolo crescente che la computer grafica sta avendo anche nell’ambito del fumetto più mainstream: dai colori ai disegni, i moderni strumenti digitali sono incredibili opportunità per velocizzare i processi produttivi, ma senza comunque andare mai a sostituire il talento dell’artista. Che si tratti di una matita su carta o di una tavoletta con penna Wacom, cambia lo strumento ma non la responsabilità creativa, se così vogliamo definirla, perché sempre a un talento manuale si deve risalire. Significa che Il colore delle cose è tutto opera di un software? Ovviamente no, ma Panchaud assume piuttosto il ruolo di organizzatore di contenuti. Non possedendo talento nel disegno, realizza un fumetto che è piuttosto l’espressione di un talento grafico: ogni tavola è una ricercatissima sequenza di oggetti in grafica vettoriale, realizzati con Illustrator e impaginati su InDesign, che raccontano una storia sfruttando la grammatica del fumetto.

L’opera è infatti salita alla ribalta proprio a seguito del prestigioso Fauve d’or 2023 ottenuto al Festival del Fumetto di Angoulême, solitamente restio a premiare sceneggiatori che non si dimostrino anche abili disegnatori. Ed è interessante come la sua pubblicazione avvenga nel pieno del dibattito sulle intelligenze artificiali accendendo i riflettori sul pericolo che queste possano sostituirsi all’artista generando arte e rivoluzionando il processo creativo per mezzo di algoritmi. Ma Il colore delle cose, pur facendo ricorso a software, è senz’altro la dimostrazione di come nessuna AI possa sostituire l’inventiva e la creatività umana. Soprattutto quando questa opera al di fuori degli schemi esplorando nuove possibilità e regalandoci sguardi originali e personali sull’arte e sulla sua capacità di comunicare empaticamente.
Per Panchaud l’apporto dato dagli strumenti digitali è più di un semplice ausilio che gli consente di aggirare il limite imposto dalle sue doti di disegnatore, diventa anzi lo strumento perfetto per dare espressione alla propria, personalissima, sensibilità artistica che fa del suo fumetto una sorta di racconto per infografiche (proprio le infografiche di Star Wars sono state il primo passo che gli ha permesso di farsi conoscere).

E pur nella sua originalità è innegabile che anche Panchaud abbia avuto i suoi autori di riferimento. Nonostante abbia ammesso, causa dislessia, di non essere mai stato un lettore appassionato di fumetti, è evidente l’influenza che su di lui ha avuto un autore come Chris Ware non solo nello stile, che ricorre alla linea ultra chiara e al colore dato per grandi campiture, ma anche per certe scelte tematiche. Se in Jimmy Corrigan il protagonista è un anonimo individuo che vive una perenne condizione di disagio perché incapace di sentirsi accettato dal prossimo, ne Il colore delle cose il suo alter ego è Simon, un quattordicenne sovrappeso fatto oggetto di scherno e costantemente bullizzato dai suoi coetanei. In entrambe le opere svolge inoltre un ruolo fondamentale la figura del padre, che riappare dal passato per cercare di ricucire un rapporto mai sbocciato.
Ma sarebbe ingiusto etichettare Il colore delle cose come semplice omaggio a Chris Ware, perché pur prendendone le mosse sviluppa poi idee assai personali sia in ambito figurativo, che tematico.

L’azione è ripresa dall’alto, e Panchaud sembra non voler lasciar zone d’ombra, ogni cosa è spiegata, anche con eccesso di razionalità. Una rissa diventa occasione per approfondire scientificamente la vulnerabilità di un fegato nel combattimento corpo a corpo, per non parlare della bravata di creare una vagina finta a cui Panchaud dedica un’intera tavola-tutorial. Un eccesso di informazioni dunque, spesso fini a se stesse e che non hanno alcun peso all’interno della storia se non quello di farci entrare nella labirintica mente del suo autore. In questo caos organizzato trova posto persino una balenottera azzurra che ha, suo malgrado, il ruolo di deus ex machina.
Ma Il colore delle cose è anche un originale studio sul fumetto come mezzo di comunicazione. Persino concetti all’apparenza banali come lo scorrere del tempo diventano oggetto di rappresentazioni peculiari: alle lancette dell’orologio si sostituisce una torta che viene consumata di vignetta in vignetta, o un bicchiere di birra che piano piano si svuota. L’attenzione è rivolta ai dettagli che diventano legenda di un racconto che si dipana come un rebus per la cui comprensione non è richiesta alcuna abilità enigmistica se non lo sforzo di accettare le regole di un linguaggio che procede per simboli e segni cui non siamo abituati ma che ci sorprenderemo a far nostri già dopo poche pagine.
Abbiamo parlato di:
Il colore delle cose
Martin Panchaud
Traduzione di Giovanni Zucca
Coconino Press, Ottobre 2023
236 pagine, cartonato, colori – 25,00 €
ISBN: 9788876186813
Intervista all’autore:
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Il primo acquerello astratto è un dipinto a mano del 1910 di Vasilij Kandinskij a cui la critica fa risalire l’inizio dell’Astrattismo. ↩







