Parola agli autori, agli editori, a esperti: per approfondire la conoscenza di chi il fumetto lo crea, lo vive, lo valorizza.

Intervista ad Alfredo Castelli per i 30 anni di Martin Mystère

Alfredo Castelli, nato a Milano nel 1947, è un personaggio poliedrico e dai molti interessi: autore televisivo e radiofonico, sceneggiatore, giornalista, saggista e storico del fumetto (nelle vesti di divulgatore ha scritto numerosi testi sul fumetto di fine 800 ed inizi del 900). Tra i massimi autori del settore è tra i più prolifici interpreti del fumetto italiano. Giovanissimo, nel 1965 crea, con Paolo Sala, la prima fanzine italiana di fumetto: Comics club 104. Esordisce come soggettista-disegnatore alla col personaggio Scheletrino, una parodia del fumetto “nero” edito in appendice a Diabolik. Dal 1967 scrive per vari editori: Universo (Pedrito el drito, Rocky Rider, Piccola Eva…), Mondadori (Topolino), Alpe (Cucciolo e Tiramolla) e la stessa (Diabolik). Crea alcuni spot pubblicitari per “Carosello”. Nel 1968 è coautore dei periodico Tilt, giornale satirico (il “Mad” nostrano) edito dall’editore Bertieri. Nel 1969 per l’editore Gino Sansoni dirige insieme a Pier Carpi il mensile Horror e su quest’ultimo realizza la striscia Zio Boris e svariati racconti autoconclusivi. Nel 1970 al salone di Lucca riceve la prima di una lunga serie di riconoscimenti: lo Yellow Kid come migliore sceneggiatore dell’anno. Collabora in veste di redattore oltre che autore a varie testate: Corriere dei Ragazzi, Il Giornalino (ed. Paoline), SuperGulp! (Mondadori), Eureka (Corno), Magik Boy (Massimo Baldini editore). A Parigi conosce vari artisti e collabora con le riviste Pif e Scop; nello stesso periodo collabora con l’editore tedesco Koralle Verlag alla rivista Zack. Ha creato molte serie di successo edite in vari Paesi: Mister Charade, L’Ombra, Gli Aristocratici, L’Omino Bufo, Gli astrostoppisti, Mike Merlin…
Le sue serie vengono tradotte in una quindicina di Paesi. Dal 1971 collabora con l’editore iniziando con storie per Zagor, Mister No e due episodi di Un uomo un’avventura. Nel 1982 crea Martin Mystère e tutte le edizioni correlate, e di cui cura personalmente il licensing ed il merchandising.

Come hai conosciuto e quale è stata la prima collaborazione con la sua casa editrice?
Nel 1965, Paolo Sala, co-creatore della fanzine “Comics Club 104” e io bussammo presso tutti gli editori di fumetti di Milano per cercare di venderne qualche copia. Passammo anche per la Bonelli, che allora si chiamava Araldo; ci aprì Liliana Gentini, la prima persona della casa editrice che ho conosciuto, ancor oggi in prima fila negli uffici di via Buonarroti, la quale ci disse che ci avrebbe fatto parlare con “Sergio”. Io non avevo la minima idea di chi fosse: il suo nome non compariva negli albi, in più allora era estremamente schivo e solo quelli del mestiere sapevano di chi si trattasse. Con mia sorpresa acquistò una decina di copie: un atteggiamento generoso nei confronti di chi dimostrava di amare i fumetti che ha portato avanti fino alla fine.
Quasi immediatamente dopo, mi offrì di scrivere una storia del fumetto italiano per la “Collana Oceano”; poi mi affidò qualche sceneggiatura di “Carabina Slim” per Bernadette Ratier di “Aventures et Voyages”, con cui la Bonelli era in stretti rapporti di lavoro. Scrissi la prima storia per Zagor, “Molok”, verso il 1968, anche se fu pubblicata solo nel 1971.

Sei uno degli autori che ha iniziato lattività in età molto giovane, hai lasciato la facoltà di architettura tuffandoti nei mille aspetti della creatività, hai lavorato per giornali, radio, televisione alla fine, iniziando come il primo fanzinaro italiano, sei rimasto nel settore fumetto: perché?
In realtà le mie collaborazioni televisive e d’altro genere sono sempre state episodiche, e in certi casi collegate con il mondo dei fumetti. La mia collaborazione con Maria Perego e Federico Caldura – quelli di “Topo Gigio” – per la serie “Cappuccetto a Pois”, messa in onda dalla TV della Svizzera Italiana, deriva per esempio dal fatto che Caldura era amico di Faustinelli, creatore di “Kolosso” con cui collaboravo e questi gli aveva parlato di me. Fu invece Silverio Pisu, che avevo conosciuto tramite Caldura, a introdurmi alla Gamma Film e nel mondo di “Carosello”. Ma essenzialmente mi sono sempre mosso nell’ambito fumettistico, forse proprio perché appassionato del genere. Non mi sono mai laureato in architettura, (forse scioccamente, visto che non mi mancavano troppi esami) perché ormai ero, come si suol dire, “ben avviato” nell’ambito del lavoro; la materia tuttavia mi piace e mi affascina ancor oggi e me ne intendo un pochino.

Un aspetto, una delle tue tante sfaccettature, è quella di saggista e autore di volumi sulla storia del fumetto, soprattutto degli albori delle nuvolette, dalla fine dell800 in poi. Da cosa deriva tale scelta?
Al solito, al mio interesse nei confronti del fumetto. Mi sono dedicato in particolare agli albori di quel mezzo espressivo in quanto non esiste molta documentazione in proposito e quella che esiste è, in genere, incentrata soltanto su pochi argomenti ed è spesso talmente accademica da risultare di difficile lettura.

Aslan Sukur: copertina Turca stata rifatta sull'originale di Alessandrini N.112

Martin Mystère: viste le origini (gestazione di 7 anni) e i vari tentativi fatti con diversi editori, si può dire che ti sei accanito con lui, lo hai voluto con una determinazione forse unica rispetto al resto di tutta la tua produzione. Perché?
E’ vero e non è vero. Effettivamente la prima incarnazione del BVZM, allora battezzato “Allan Quatermain”, risale al 1975: presentai il progetto a “Il Giornalino” che non lo accettò. In quell’epoca un rifiuto non costituiva certo un dramma: il mercato funzionava molto bene, ed esistevano varie riviste che proponevano serie a episodi; se una cosa non andava se ne proponeva un’altra, senza troppi problemi. L’idea scartata poteva poi essere ritirata fuori al momento opportuno, come accadde con Allan Quatermain che uscì nel 1979 in “SuperGulp”. Dopo la chiusura del settimanale, la riproposi a Bonelli nella formula attuale nell’80; un paio di anni per la preparazione di un pacchetto di storie e siamo subito nell’82.
Martin non è l’unico mio personaggio a lunga gestazione. Avevo proposto “Zio Boris”, con l’ignobile nome di “Cattiverius Jr” alla sorelle Giussani nel ’64; non uscì mai ma venne pubblicato lo spin-off “Scheletrino”, che era un personaggio della serie poi noto come “Skull”. Nella sua versione definitiva Zio Boris uscì sei anni dopo, in “Horror”, nel 1970. Per quanto riguarda “Gli Aristocratici”, avevo scritto la prima sceneggiatura nel 1971 e l’avevo proposta alla Lug di Lione, per la quale lavoravano molti autori italiani. L’avevano accettata, ma pagavano talmente poco che preferii tenermela e utilizzarla in tempi migliori. Uscì nel 1973 nel “Corriere dei Ragazzi”, illustrata da Tacconi.
L’uscita di Martin Mystère non denota dunque una particolare determinazione. Nei casi del BVZM, di “Zio Boris”, degli Aristocratici, ero convinto che il prodotto proposto fosse buono e valesse la pena di riprovarci. Tanti altri progetti, invece, sono “morti lì”, non ho più tentato di riprenderli e me ne sono del tutto dimenticato.

Mystère e soprattutto tu siete dei grandi estimatori e fruitori della tecnologia, diciamo che siete sempre un po più avanti rispetto alla massa. Quando è uscito nell82 ha rivoluzionato in qualche modo il concetto di fumetto, domani sarà il primo bonelliano a lasciare la carta e finire su tablet, ipod, e varie altre diavolerie tecnologiche?
Più che “estimatore” userei il termine “curioso”: mi interessa conoscere e per quanto mi è possibile comprendere le nuove tecnologie perché prima o poi dovremo averci a che fare, e vale la pena di essere preparati. Non è vero (ne sarei onorato) che MM “ha rivoluzionato in qualche modo il concetto di fumetto”; al massimo ha introdotto nuove tematiche nella linea Bonelli aprendo la strada ad altre pubblicazioni e ha contribuito a spezzare la barriera che esisteva tra il cosiddetto “fumetto popolare” e il cosiddetto “fumetto d’autore”. Nel campo dell’elettronica/informatica è stato il primo bonelliano a tentare certi esperimenti (come, per esempio, un primitivo videogame per ZX Spectrum), e può darsi che sarà ancora il primo a tentarne altri, ma l’espressione che tu usi, “lasciare la carta e finire sul tablet”, nasconde una pericolosa confusione tra il termine “sostituire” e il termine “affiancare”. Per ora la carta è il supporto primario dell’editoria e credo che per un pezzo continuerà a esserlo, ma è inutile negare le “varie diavolerie tecnologiche” possono costituire una pericolosa concorrenza. Fare finta di non accorgersene o rifiutarle a priori è inutile e pericoloso: conviene, sperimentando con molta attenzione, affiancando e non sostituendo, cercare di capire se è possibile trasformare un potenziale avversario in un prezioso alleato.

Martin Mystère ha la residenza a NY con un indirizzo vero: è stato un omaggio a o è solo un tuo vezzo visto che anche Gli Aristocratici abitano a Londra all11/A di Belgrave Square
A dire la verità “Gli Aristocratici” hanno avuto un indirizzo soltanto in occasione della ristampa de “Il Giornalino” intorno al 2000; prima abitavano semplicemente in una palazzina da qualche parte di Londra. In effetti, come ben sapevano Arthur Conan Doyle o Rex Stout, fornire un indirizzo verosimile (il N. 221B di Baker Street di , la casa di arenaria nella 35a Strada Ovest di Nero Wolfe) contribuisce a rendere un personaggio più reale; nel mio caso ho esagerato un po’, perché il N. 3 di Washington Mews non è un indirizzo solo verosimile, ma vero. L’avevo scelto perché quella casa (ora un po’ lasciata andare) mi piaceva molto; non immaginavo che molti lettori si sarebbero recati a fotografarla lasciando perplesso il residente, con cui poi ho preso contatto per scusarmi del disturbo. Anche in Italia il BVZM ha un indirizzo vero, ma stavolta ho voluto essere sicuro che non ci abitasse nessuno: al 2 di via dell’Anguillara a Firenze, sorge un piccolo ufficio poco utilizzato del Comune/Zona 1, con cui all’epoca avevamo realizzato alcune iniziative, che ci aveva permesso di utilizzarlo come residenza ufficiale fiorentina di Martin nel fumetto.
Sta di fatto che, un po’ a causa dell’indirizzo esistente, un po’ perché sono usciti parecchi articoli scritti da me ma firmati “Martin Mystère”, un po’ altre ragioni ancora, molti lettori del Detective dell’Impossibile si divertono a credere che esista davvero e che io sia solo il suo umile biografo, come io stesso amo definirmi: un onore riservato a non molti personaggi, tra cui i già citati Holmes e Wolfe.

Allepoca del decennale anticipasti una miriade di novità che sarebbero seguite allevento: la targa omaggio allegata allalbo, il costruire storie autoconclusive in due soli albi, appuntamenti ed incontri con vendita di gadget ecc. ecc. Cosa ci aspetta durante e dopo il trentennale?
Dal decennale al trentennale è passato – guarda caso – un ventennio e, nel bene e nel male, in tutto questo tempo di novità ce ne sono state parecchie; MM ha raggiunto la maturità (per così dire) quindi non pretendere troppo. Il numero dell’anniversario, con il suo omaggio cartaceo l’avete già visto. Gli incontri con vendita di gadget (tra cui prossimamente una riproduzione della copertina del N. 320 in 3D lenticolare) continuano grazie all’Amys, cioè allAssociazione Nipoti del Buon Vecchio Zio Marty. Degli esperimenti informatici vi ho già parlato. Gli “ecc. ecc.” li troverete annunciati nell’albo al momento opportuno.

Nei suoi trentanni di vita Martin risulta primo in molte classifiche; tra queste è il personaggio che ha le edizioni fuori collana più numerose di tutti; anzi, senza dubbio hai inventato e sperimentato le edizioni collaterali: gli special, gli almanacchi, i bis, i vari e molteplici formati e persino serie esterne (Zona x, Storie di altrove, ecc.). È vero che lo hai fatto solo per motivi di sopravvivenza o c’è dellaltro? Quale è la molla che ti ha spinto.
Lo “Special” estivo con relativo allegato è nato in parte per rinforzare la serie, che – erroneamente – sembrava prometteva male, e per sperimentare se la presenza, appunto, di un allegato poteva aumentare le vendite. Le altre iniziative, invece, sono nate per gli stessi motivi per cui nascono tutti i libri, le riviste, i film, i telefilm: l’impressione di aver qualcosa da dire al di là del prodotto principale, e che quel qualcosa possa interessare i lettori.

Tu da buon titolare del personaggio hai avuto nei suoi confronti periodi con diverse fasi di affezione: quella iniziale un po distaccata, quella evolutiva alquanto altalenante e quella matura di quasi completa identificazione: ce le spieghi meglio?
All’inizio ero un po’ distaccato in quanto il personaggio non mi convinceva del tutto: basta leggere la ristampa della prima storia sul N. 320 per capire che era una sorta di di serie B, non molto nelle mie corde. Poi Martin ha assunto la sua attuale personalità e mi ci sono affezionato, con alti e bassi qualitativi dovuti a vari fattori di vario genere, tra cui non ultimo lo scorrere del tempo. Trent’anni non sono pochi e credo di essere l’editor della Bonelli che si è occupato più a lungo del proprio personaggio senza affidarne la tutela ad altri curatori; non è detto che questo sia un bene.

Sei, tra le tante peculiarità, anche il primo autore ad essersi occupato direttamente del merchandising e licensing dei suoi personaggi, parlaci un po di questaspetto commerciale legato al fumetto e del perché secondo te in Italia è così poco sviluppato come settore
Valgono le considerazioni riferite alle “nuove tecnologie”. Anche il licensing, se ben gestito (il rischio è quello di trascurare il prodotto principale, cioè il fumetto, in favore dei derivati) può rivelarsi un prezioso alleato: un ottimo esempio è quello di “Diabolik” che, grazie al merchandising, ha abbondantemente recuperato le perdite dovute alla crisi dell’editoria. Il settore non si è mai sviluppato sia perché esistono pochi personaggi adatti (in estrema sintesi: per funzionare nel licensing non basta la popolarità, ma un personaggio dev’essere “coccolabile” come Snoopy o Lupo Alberto, leader assoluto del settore, oppure “giocabile” come un soldatino, come Batman o Diabolik), sia perché gli editori non hanno mai creduto troppo ai prodotti derivati e non hanno mai investito in strutture anche minime per espandere l’attività di licensing. La Bonelli non ha personaggi coccolabili e ha pochi personaggi “giocabili” (primo tra tutti Zagor). In particolare Sergio ha sempre detestato e persino un po’ disprezzato gli sfruttamento collaterali non editoriali e ha sempre cercato di scoraggiarli; quel poco che è stato fatto l’ha più che altro subìto, magari, come nel mio caso, solo per amicizia nei miei confronti.

A proposito di iniziative commerciali fuori dalle pagine dellalbo, parlaci della serie animata ispirata a M.M., perché in realtà a dispetto del nome non è il cartone di M.M., vero?
Come ho scritto molte volte, una versione animata di Martin Mystère rigorosamente fedele al personaggio sarebbe stata noiosissima, come quella di “”. Una versione solo un po’ adattata sarebbe stata né carne né pesce, come quella di “Diabolik”. Morale: avrebbe deluso sia i lettori che gli spettatori. Il Martin Mystère televisivo non è carne, non è pesce, ma è un’altra cosa (verdura?); ha ben poco a che fare con il personaggio originale, ma ha contribuito a far conoscere quantomeno il nome e le caratteristiche (in senso molto lato) del personaggio in una cinquantina di paesi. Non ne vado pazzo, anche perché non ho dieci anni – la fascia d’età per cui è stata realizzata la serie – ma non ne sono neppure insoddisfatto né tantomeno scandalizzato.

Tra le varie iniziative che vedono protagonista Mystère, ci sono anche i fascicoli o le campagne in cui il nostro professore veste i panni di testimonial (e anche questaspetto è una caratteristica tipica del personaggio, condivisa forse solo con Lupo Alberto per costanza e varietà). Questo da un lato ha contribuito a far cambiare il concetto di fumetto elevandolo culturalmente e bruciando definitivamente il luogo comune che lo identificava come mezzo ingenuo per fruitori ingenui, e dallaltro ha fatto entrare nella realtà del tessuto sociale il personaggio. Quale è la tua chiave di lettura?
Così come era contrario ai gadget, Sergio Bonelli era favorevole a operazioni editoriali di carattere culturale come quelle che hai appena descritto e le appoggiava anche se quasi sempre economicamente in perdita: come tu stesso hai detto, simili iniziative possono infatti “elevare culturalmente” il nostro mezzo di comunicazione favorito. O, se non altro, avvicinarlo al mondo della scuola e dell’istruzione, il quale pare aver accettato Martin Mystère senza riserve, cosa di cui sono molto fiero. Posso aggiungere che il personaggio si presta piuttosto bene a questo tipo di utilizzazione, perché le sue caratteristiche di tuttologo e di curioso, che vive ai nostri giorni e non è imprigionato da uno specifico genere (il western, la fantascienza, l’horror e via dicendo), gli permettono di occuparsi di qualunque argomento senza snaturarsi.

Martin è un personaggio sospeso tra due mondi, quello reale e quello di fantasia: ha una data di nascita precisa e dunque invecchia contrariamente alla maggioranza dei character a fumetti, ma non precisamente come nella realtà (oggi dovrebbe festeggiare i 70 anni!): come si concilia ciò?
A questa domanda ho ormai pronta una raffica di risposte fisse, tra cui non ti resta che scegliere:

  • a) come ormai la scienza ha accertato al di fuori di ogni dubbio, esattamente all’opposto di quanto accade a cani e gatti, i personaggi di fumetti invecchiano di un anno in circa otto anni della vita delle persone reali; quindi, a partire dal 1982, per Martin sono trascorsi circa 4 anni;
  • b) nel racconto “Affari di famiglia” lo zio Paul Mystère ha regalato a Martin una specie di elisir di lunga vita ricavato da una rara pianta indiana che, in una certa misura, rallenta l’invecchiamento;
  • c) settant’anni non sono poi così tanti: in fondo Harrison Ford, che non è un personaggio di fantasia, è nato diciassette giorni dopo Martin e l’anno scorso ha avuto a che fare con “Cowboys e Aliens” in un film che – come pochi sanno – avrebbe potuto essere intitolato “1;
  • d) quando Martin sarà troppo vecchio per continuare come protagonista di un fumetto avventuroso, la testata verrà trasformata in un sitcom tipo “Villa Arzilla” con gag sulla terza e la quarta età;
  • e) Martin è un personaggio di fantasia; per tornare a Rex Stout, questi scrisse a proposito di Nero Wolfe: “Potrei farlo invecchiare davvero, creargli nuovi problemi legati al mondo reale e non più a una sorta di 1939 cristallizzato. Ma i lettori gli vogliono bene così com’è, e, beato lui, può restare nel suo mondo”.

Martin ha una famiglia: si è sposato e spesso affronta anche quelle che sono le problematiche di convivenza. In questo contesto cosa rappresentano, oltre ad essere spalle per lavventura, le figure di Diana e Java.
Java è il classico amico che tutti vorremmo avere: generoso, fedele, leale, forte, intelligente e in qualche modo invisibile, nel senso che la sua presenza è costante ma non opprimente; per di più possiede una decisa personalità e un grande senso dell’indipendenza e si è guadagnato l’affetto e la profonda stima di Martin in quella che non è una semplice relazione tra servo fedele e padrone, ma un vero rapporto paritario. Insomma, è decisamente un personaggio di fantasia.

Diana, invece, è forse meno perfetta ma più concreta e reale; ama riamata Martin e non gli lesina critiche e soprattutto stimoli. Per una volta mi permetto di fare un complimento a mia moglie e dire che per parecchi tratti dell’attuale Diana (trent’anni fa era una specie di Minni isterica e gelosa) mi sono ispirato a lei. Ti sei dimenticato di chiedermi di Angie, di cui non parlerò per non incorrere nelle ire di Diana.

A proposito di famiglia, lavori con Alessandrini dal 72 quindi, se festeggiamo i 30 anni di MM, tu festeggi i 40 di collaborazione con Giancarlo. È quasi un matrimonio! Cosa ha rappresentato e rappresenta per te, al di là del rapporto umano, lautore di Jesi per Martin Mystère?
Tralascio il mio apprezzamento per i disegni di Giancarlo che ho già fatto in non so quante occasioni; mi piace sottolineare come Alessandrini rappresenti un fortissimo elemento di continuità, grazie alle copertine della serie, che la contraddistinguono fin dal primo numero. Non a caso Martin Mystère è l’unico personaggio che, insieme a Zagor, non ha mai cambiato copertinista.
Invece, contrariamente a quanto mi hai chiesto, voglio parlare proprio del rapporto umano che ci unisce da quando abbiamo iniziato la nostra collaborazione presso il glorioso “Corriere dei Ragazzi”. Dovete sapere che, come in ogni matrimonio che si rispetti, Giancarlo e io litighiamo periodicamente (una volta ogni paio d’anni) e in modo piuttosto feroce, di solito per qualche ragione legata alle copertine. Sul momento la faccenda sembra vitale per entrambi e pare impossibile trovare un accordo, così la crisi si trascina per qualche giorno; poi, sbollita l’ira, tutto si risolve in una chiacchierata di mezz’ora. Ebbene – ce lo siamo reciprocamente confessati – per tutta la durata della crisi sia Giancarlo che io viviamo molto male, dormiamo poco, siamo irritabili e nervosi nel timore che la nostra amicizia possa subire dei contraccolpi. E, quando la pace è fatta, per entrambi è davvero una giornata di festa.

Prima abbiamo parlato di quello che ci aspetta dopo il trentennale che rappresenta loggi ma domani? Insomma cosa ci aspetta nel cinquantenario!
Dunque. Ammesso e non concesso eccetera eccetera, fatti tutti i debiti scongiuri, toccato tutto quanto è toccabile e anche pubblicamente non toccabile, al cinquantenario di MM io avrei 85 anni e lui 90. Insomma, a parte Villa Arzilla, che cosa vuoi aspettarti?

Bene. Prima di fare gli auguri a te a Martin e a tutta la famiglia Mysteriosa dallEditore, ai collaboratori e ai lettori, ti chiedo un breve scritto su qualcosa di misterioso a cui tieni particolarmente e che non ti ho chiesto.
Mi sembra giusto, visto che fino a qui non ho scritto abbastanza.

 

Troveremo Alfredo Castelli più avanti nel corso dello speciale con un articolo scritto per l’occasione per il nostri sito. Non mancate!


  1. Altro che lunga gestazione di Martin Mystère!
    Cowboys and Aliens è uscito nel 2011 e io ne ho sentito parlare per la prima volta nel 1996. Ervin Rustemagic, allora agente della Bonelli, era anche socio insieme a Scott Rosenberg di un Entertainment Studio di Hollywood, la Platinum. Gli Entertaiment Studios sono agenzie ad alto livello che gestiscono progetti di film prendendo contatti con i possibili registi, i possibili attori, addirittura stendendo una pre-sceneggiatura e realizzando bozzetti preparatori per i costumi e le scenografie; poi, in un’operazione chiamata “pitching”, cercano di venderlo a qualche casa di produzione, possibilmente una “Major”. L’”Hype” (idea della trama riassunta in uno slogan) del film che la Platinum voleva vendere era già presente nel titolo provvisorio: uno scontro tra cowboys e creature venute dallo spazio. Un vero soggetto non era ancora pronto ed Ervin chiese a Bonelli se era possibile utilizzare Tex e i suoi pards nella parte dei buoni. Sergio – giustamente – rifiutò, in quanto riteneva che Tex non avesse molto a che vedere con un racconto di fantascienza. Il progetto così continuò con un protagonista generico.
    Perché battezzare un film con il nome di un personaggio praticamente sconosciuto in USA, spendendo per di più parecchio denaro per acquisirne i diritti? Ogni volta che negli Stati Uniti una Major annuncia il titolo o il soggetto di una nuova pellicola, si scatena un’orda di individui che, in buona o cattiva fede, sostengono di essere stati plagiati, i quali vengono incoraggiati a fare causa da avvocati che li patrocinano in cambio di un’elevata percentuale del ricavato in caso di vittoria. Prima di investire in una produzione multimilionaria, le Majors vogliono essere tranquille dal punto di vista legale, sicché le cause costituiscono un intralcio che porta via tempo e molto più denaro di quello pagato in media per l’acquisizione dei diritti. Se il film viene invece annunciato come tratto da un fumetto, un romanzo o un’opera preesistente, nessuno ha nulla da ridire. “Cowboys and Aliens” ebbe moltissime cause di autori che sostenevano di aver inventato questo tipo di contrapposizione; le vinse tutte, anche perché uno dei primi resoconti di scontri tra cowboy e mostri venuti dallo spazio era The Damned Thing scritto da Ambrose Bierce nel lontano 1893. Le cause costarono varie centinaia di migliaia di dollari e il pitching subì un ritardo di un paio d’anni. 

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

I commenti sono soggetti a moderazione, per questo motivo potresti non vederli apparire subito.
Ti preghiamo di non usare un linguaggio offensivo ma di esporre le tue idee in maniera civile.