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Tintin in America: un viaggio in un mondo immaginario

"Tintin in America" di Hergé è un viaggio rocambolesco fra brandelli di film e di racconti, a volte comici a volte (quasi) spaventosi.
Articolo aggiornato il 18/10/2017
Tintin in America: un viaggio in un mondo immaginario
legato a un totem, in procinto di essere torturato: è solo una delle tante avventure che il reporter inanella nel suo viaggio americano.

Nella sua terza avventura, Tintin in America, pubblicata per la prima volta su rivista nel 1932-33, il giovane reporter del Petit Vingtième attraversa l’oceano e visita gli Stati Uniti, seguendo un’indagine che lo porta a confrontarsi con quell’Al Capone, del quale aveva già fatto naufragare i loschi piani nella precedente avventura in Congo.

Quello di Tintin ha tutta l’aria di un viaggio turistico un po’ improvvisato, che lo porta in luoghi famosi e consegna alla pagina una serie di istantanee che sono più testimonianza di un immaginario europeo che di una documentazione.
Si pensi ad esempio che nel 1932 Al Capone aveva ormai concluso la sua parabola di potere, ma la sua figura entrava nel racconto popolare con lo Scarface di Howard Hawks (uscito negli  USA nel 1932 e distribuito in Francia nel 1933).
L’intreccio è ridotto ai minimi termini e le scene si susseguono tavola dopo tavola, accumulando gag una sopra l’altra. L’equilibrio tra commedia e avventure regge giusto per lo spazio della puntata pubblicata, senza preoccuparsi molto di un più respiro ampio ma con una disinvoltura che rende molto fluida la lettura.

Tintin in America: un viaggio in un mondo immaginario
Tavola dall’edizione in olandese del1941: per l’occasione ridisegnò tutte le tavole dell’albo.

In alcuni punti, Hergé vira sul grottesco, ad esempio nel mostrare la produzione di carne in scatola grazie a un processo industriale basato sulla truffa (pagg. 53-54) e nella scena del tentativo di linciaggio di Tintin, scambiato per un ladro (pagg. 35-37). A riempire le pagine una platea di personaggi, opportunamente elencati nella prefazione, nessuno dei quali va oltre lo stato di figurina agitata nelle vignette per strappare un sorriso o marcare un “continua nel prossimo numero”.

Incontriamo tuttavia momenti suggestivi: l’immagine di Tintin che si muove sul davanzale della finestra del suo albergo dà un vero senso di vertigine, con il suo reticolo prospettico di vuoti e pieni (pag. 10); la compressione in una tavola (pag. 29) della spoliazione dei nativi da parte delle compagnie petrolifere appoggiate dall’esercito e della trasformazione del territorio da prateria a città dei bianchi riesce a comunicare un senso di profondo disagio e la tavola di congedo, con il trionfo di Tintin e Milou per le vie di Chicago pavesate a festa, il saluto all’America da parte del giovane reporter mentre sale sulla nave (“Che peccato. Ora che cominciavo ad abituarmi“) e la sua immagine di spalle che guarda in distanza il profilo della città, offre un senso di sollievo e sospensione che assorbe e spegne con naturalezza la frenesia senza respiro dell’avventura.
In attesa della successiva.

La prefazione, sempre ricca di materiale, mostra in particolare i cambiamenti attraverso le tre versioni dell’opera (l’originale del 1932, quella in olandese del 1941 e quella a colori) e le immagini dalle quali Hergé ha tratto ispirazione per gli scenari.

Abbiamo parlato di:
Tintin in America
Hergé
Traduzione di Giovanni Zucca
In allegato a La Gazzetta dello Sport, Corriere della Sera, Gennaio 2017
30+62 pagine, cartonato, colori – 7,99 €
ISBN: 977203975726270003

Tintin in America: un viaggio in un mondo immaginario
Tintin saluta l’America: la prossima avventura.che si svolgerà in due albi, lo vedrà prima in Egitto e poi in Cina.
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