Nasoni, vignette, ironia e musica: intervista a Joshua Held

Nasoni, vignette, ironia e musica: intervista a Joshua Held
Joshua Held è l’autore dei Nasoni, personaggi protagonisti di vignette, strisce e animazioni – sul web come sulla carta – che giocano con ironia con le idiosincrasie della società contemporanea. Ma l’autore fiorentino non si limita a questo, come ci racconta in questa intervista.

Nasoni, vignette, ironia e musica: intervista a Joshua HeldJoshua Held, nonostante il nome dica tutto il contrario, è nato a Firenze nel 1967. È autore di libri illustrati per bambini, lavora nel campo dell’animazione e ha creato i Nasoni, personaggi nasuti protagonisti di vignette, strisce e animazioni, nelle quali Held riflette con ironia, sarcasmo e talvolta amarezza sulle idiosincrasie della nostra società odierna. Le loro strisce sono pubblicate in rete, su riviste come Linus e da poco in un libro edito da Edizioni ComicOut, È stato bellissimo – I nasoni al tempo dell’amore. Held, diplomato in pianoforte, è anche autore di sceneggiature animate per alcune opere liriche.
Di questo è di altro abbiamo parlato con lui in questa piacevole e interessante intervista.

Ben arrivato su Lo Spazio Bianco, Joshua.
Com’è avvenuto, da lettore, il tuo incontro con il fumetto?
Come per quasi tutti da ragazzino, leggendo prima i fumetti per piccoli (Topolino soprattutto, ma tantissimo anche Asterix) e poi i periodici a fumetti (Linus). Benché mi piacessero i fumetti dei grandi maestri  ‘seri’ (Moebius, Toppi, Battaglia, Breccia) ho sempre avuto una predilezione per gli umoristi, quelli che mi facevano ridere.

Nasci come autore di libri illustrati per bambini. Tra questi ce n’è uno, I Boboli, ambientato nello storico giardino di Firenze, i cui protagonisti presentano già in fieri le caratteristiche fisiche dei tuoi Nasoni – seppur declinate per un audience di piccoli lettori – ma anche un tuo sguardo acuto sulla società contemporanea. Come è avvenuto il passaggio da illustratore a fumettista? E se di passaggio non si tratta, qual è la differenza nel tuo modo di approcciare graficamente e narrativamente un libro illustrato e un fumetto?
Nasoni, vignette, ironia e musica: intervista a Joshua HeldÈ vero, anche i Boboli sono nasoni! Quello era un tratto molto diverso (che in una eventuale ripresa attuale dei Boboli aggiornerei), ma mi sono formato in modo obliquo, nel senso che ho fatto un po’ di tutto senza essere mai riuscito ad appartenere a una sola categoria. Non lo dico come attestato di ecletticismo, non penso di saper fare tutto, è che le cose si son messe così. Mi sono fatto portare dagli eventi, per così dire. Ho fatto quindi animazione, animazione su web, illustrazione per bambini, illustrazione pubblicitaria e umorismo. E, ultimamente, anche animazione per scenografie teatrali. Il mio approccio all’illustrazione per piccoli risente molto delle mie letture fumettistiche. Per esempio, anche nell’illustrare Vengo anch’io no tu no, il libro della collana Gallucci dedicato alle canzoni, ho scelto una narrazione sequenziale, simile al fumetto (e, in alcune pagine, perfino simile all’animazione, con le azioni scomposte in disegni successivi).

Il volume su I Nasoni ha la prefazione di Bruno Bozzetto. Quali sono gli autori della vignettistica umoristica che ti hanno influenzato?
Sono stato visibilmente affascinato da tutti gli autori umoristi tra gli anni ’60 e gli anni ’80: Sempé, Steingberg, Reiser, Johnny Hart, Claire Bretecher, Wolinski. E successivamente dai maestri del nonsense quali Gary Larson o Charles Barsotti. E poi Bruno Bozzetto, che ha sempre praticato uno humor pungente e raffinato nei suoi film. Bruno è stato l’autore che mi ha fatto scattare il desiderio di fare animazione. Ricordo ancora che ciò avvenne quando ero ancora bambino, dopo aver visto Allegro Non Troppo. Per quel suo avermi dato il ‘la’,  la gioia che oggi provo ad avere una sua strip dedicata ai nasoni come prefazione del mio libro è indescrivibile!

Tu realizzi sia strip, sia vignette singole. Quale differenza c’è nella ricerca dell’effetto comico?
Alcune situazioni, o scene, funzionano meglio se fatte recitare dai personaggi in modo statico, e perciò una vignetta è sufficiente. Altre, dove trovo necessario farli interagire tra loro, hanno bisogno di tre, quattro o più vignette. Normalmente non cerco la battuta folgorante. Mi interessa più mostrare un rapporto tra i personaggi (nel caso di questo libro, coniugi o amanti), che, essendo tale, è passibile di interpretazioni da parte del lettore. Alcune strip non si risolvono neppure, ma a me questo piace.

Molte tue strip sono legate alla tecnologia ormai pervasiva, che si infiltra anche nelle relazioni amorose. Come ha cambiato il modo di fare satira di costume, se l’ha fatto?
La tecnologia non è mai stata cosa separata dalle persone ma, oggi più che mai, fa parte del nostro privato (ci piaccia o meno). È un argomento che mi interessa moltissimo. I Nasoni sono, tra l’altro, stati ospiti per quattro anni sui social di Telecom Italia, sia in versione statica che animata. Telecom è stato un editore rispettosissimo del mio lavoro e mi ha lasciato molto libero di creare. I social hanno cambiato la satira di costume perché hanno permesso a chiunque di diventare umorista (vedi il fenomeno dei ‘meme’), e lo intendo in senso molto positivo.

Nasoni, vignette, ironia e musica: intervista a Joshua HeldPerché l’amore e le relazioni amorose quali cartina tornasole delle idiosincrasie della società contemporanea?
L’amore, in tutte le sue declinazioni, è – come sappiamo tutti – un sentimento elusivo, sfugge, è sempre lo specchio di qualcos’altro e raramente le persone lo sanno gestire. Anche se metto in scena uomini e donne cerco di tenermi lontano dai cliché di genere. Mi interessano le differenze – a mio parere inevitabili –  con le quali le persone interpretano il rapporto amoroso e sessuale. Non so se io sia contemporaneo o meno, la mia sensazione è di stare in un tracciato narrativo e umoristico abbastanza classico. La differenza col passato, dal punto di vista sociale, è che oggi siamo più liberi di scegliere. Questa è la grande novità, la cosa che ci dà gioie e dolori (se devo parlare personalmente, senz’altro più gioie).

La satira di costume è uno dei generi principali del fumetto (almeno da Bringing Up Father in poi), ma ha una tradizione lunghissima in ambito letterario. Hai tratto qualche ispirazione in questo ambito?
La satira è sempre presente, in qualche modo, nella grande letteratura. Ci sono passaggi divertenti persino nei Buddenbrook. A mio parere un autore che si possa dire bravo ha sempre un doppiofondo di umorismo. Nello specifico, mi viene in mente un ‘ibrido’ nella figura di James Thurber. I suoi racconti erano lo specchio dei suoi disegni, e viceversa. Anche lui è stata un’influenza per me, sia nel tratto che per i contenuti.

Con I Nasoni getti uno sguardo ironico sul mondo contemporaneo, talvolta con un retrogusto anche amaro, ma tenendoti lontano da un taglio satirico vero e proprio. Prendo questo spunto per chiederti: la satira in Italia – anche quella a fumetti – non è morta, ma diciamo che non se la passa molto bene. La nostra società che cambia a ritmi forsennati ha bisogno di altri sguardi diversi da quello satirico per essere analizzata?
Non mi entusiasma l’attualità, né la sua narrazione. Per questo motivo non faccio satira politica (che avendo perso ogni funzione storica vive ormai a ricasco del gossip). Non so, la mia forse si potrebbe forse chiamare “satira privata”. La cosa che mi interessa sono le persone, non la loro collocazione in un’epoca.

Qual è a tuo parere (se c’è) il pubblico delle strisce oggi? E la loro collocazione pensi sia legata solo alle possibilità, ormai assodate, offerte dalla rete vista l’assenza di spazi importanti nelle pubblicazioni generaliste?
Il pubblico attuale è quello online, sì.  È lì che si possono fare gli esperimenti, testare il gradimento, osare. Chi compra le riviste specializzate lo fa per passione ma rappresenta ormai una frazione del mercato (o del non-mercato) e i gusti degli appassionati tendono, per loro natura, a essere meno elastici e liberi di quelli del fruitore casuale.

Come rendere allora sostenibile per un autore un modello del genere? In parole povere, come sopravvivere come autore?
Sappiamo che il mercato odierno è fatto di tante nicchie, quindi ormai è vitale diversificare le proprie attività. Non lo dico con condiscendenza, non ho soluzioni in tasca, dico soltanto che per me è stato economicamente essenziale fare così e, come spin-off, è stato anche benefico sotto il profilo creativo.
Offline e online non sono più terre separate, senza l’uno l’altro non funziona. Le piattaforme come Patreon (sulla quale non ci sono ma conto di farlo) sono una delle risposte possibili (in un puzzle con tanti pezzi), che per alcuni funzionano molto bene. Non conosco bene il “sistema” dell’editoria di fumetti ma vedo che negli ultimi anni le cose si sono ricompattate e messe meglio per gli autori. Vedo un mucchio di talenti, libri curatissimi. Sono ottimista, non può essere che il segno di un progresso!
I vasi comunicanti, poi, ormai sono tantissimi, un autore può partire come disegnatore e finire come sceneggiatore per la televisione, o conduttore radiofonico, o regista, o… progettista di giardini o chef! Le ultime due opzioni erano una provocazione, come si dice, ma non mi sembrano azzardate. A mio parere è proprio l’identità dell’autore che ormai è stata messa in discussione. Quanto senso ha, in un’epoca in cui la comunicazione riproduce sé stessa per partenogenesi, fare la stessa cosa tutta la vita? (e qui, marzullianamente, mi faccio una domanda senza sapermi dare alcuna risposta). Posso lasciarla così, aperta, senza un vero finale, come una vignetta dei Nasoni?

Nasoni, vignette, ironia e musica: intervista a Joshua Held

 Il tuo segno umoristico è basato su una sintesi estrema, molto efficace. Come è nata la scelta di un segno così essenziale?
Un po’ per l’ammirazione dei maestri che ho citato prima, da Cavandoli a Steinberg a Osborne, un po’ perché è semplicemente la mia indole. Il mio occhio formale funziona così, per linee e tratti aperti. Le linee permettono anche molto movimento, altra cosa a mio parere essenziale per descrivere lo stato d’animo di un personaggio (anche se lo troviamo in una posizione rilassata). In un disegno, le intenzioni del movimento sono tutto.

Da un punto di vista grafico, quanto è complicato caratterizzare e far recitare dei personaggi come i Nasoni, per i quali hai scelto una sintesi grafica che elimina occhi e – in parte – bocca a solo vantaggio del naso?
Pochi notano questa cosa, complimenti! Trovo che la forma dei personaggi, il naso, i capelli, a bocca e più in generale la posa del corpo, abbia sufficienti elementi per dar loro espressività. Non ho niente contro gli occhi, ovviamente, e li disegno quando sento che sono necessari. Ma l’occhio, essendo lo specchio dell’anima, è tiranno e tende a rendermi pigro nei confronti del resto del linguaggio del corpo disegnato. Preferisco lavorare con pochi elementi, preferisco in definitiva mettermi un limite espressivo che essere troppo libero.

Che tecnica usi normalmente per disegnare? Sfrutti esclusivamente i mezzi digitali o l’analogico fa ancora parte del tuo bagaglio professionale?
Direi cinquanta e cinquanta. Il digitale lo usavo con grande entusiasmo ‘nerd’ fino a qualche anno fa. Ora che quel fascino è lasciato dietro le spalle, lo vedo solo come uno strumento, tendo a utilizzarlo per lavori sui quali so che avrò bisogno di fare molte modifiche. Oppure, lo uso per fare le bozze che poi realizzo su carta. Per il resto, uso qualsiasi cosa: pennino e china, stilografica, pennarelli brush. Uso spesso anche ritagli di carta, collage, e, nelle mie vignette fotografiche, integro i disegni con gli oggetti (di solito in situazioni improvvisate: in treno, al bar, sulla spiaggia etc). Non faccio mai le matite perché per disegni così elementari come i miei sarebbe alquanto ridicolo.

Musica e fumetto: come concili nella tua vita queste due passioni/professioni?
Sono diplomato in pianoforte ma non ho seguito la strada del musicista. Si integrano quindi solo culturalmente, nella mia testa. La musica mi ha sicuramente molto aiutato per fare animazione, per capirla,  e qualche volta per creare delle piccole colonne sonore.

Ti sei cimentato recentemente nelle scenografie teatrali animate per l’opera lirica: com’è nato e in cosa consiste questo lavoro?
È nato dalla collaborazione col mio socio in affari operistici, il noto regista di lirica Pier Francesco Maestrini. Un giorno Maestrini mi chiamò per realizzare un Barbiere di Siviglia, la più celebre opera di Gioacchino Rossini. Da allora abbiamo realizzato un altro Barbiere, per la Fondazione Arena di Verona, e un Viaggio a Reims (sempre Rossini). Si tratta di cartoni animati che seguono tutto lo spettacolo. I cantanti in scena interagiscono con lo schermo, lo attraversano, fanno apparire e sparire cose. I cartoon diventano una sorta di enorme (lo schermo è di mt. 12 x 9) realtà parallela, e il pubblico si diverte molto. Io e Pier Francesco lavoriamo allo script per alcuni mesi, poi parte il lavoro di animazione. Per realizzare uno spettacolo occorre circa un anno. Faticosissimo ma sicuramente una delle attività che più mi hanno dato soddisfazione artistica.

Come concili la narrazione che porti avanti nella scenografia animata con quella legata all’opera teatrale, che spesso non ha una linea di racconto continua e definita? Come sei riuscito a far sì che questi due aspetti possano coesistere e non sovrapporsi o mangiarsi reciprocamente la scena?
Il linguaggio dei cartoni e dell’opera è spesso opposta. Laddove i cartoon sono spesso rapidi, le scene operistiche hanno tempi dilatati, con testi pieni di reiterazioni e ripetizioni. Questo è stato senza dubbio un ostacolo notevole. Siamo riusciti a trovare sempre delle ‘gag’ e delle idee che ci aiutavano (e aiutavano cantanti, orchestra e il pubblico) a superarlo. È infatti un motivi di orgoglio vedere che due linguaggi così diversi possano essere conciliati in modo buffo e dinamico.

Quali sono le opere con cui ti sei cimentato a teatro? Ne hai già altre in cantiere?
Abbiamo realizzato due volte il Barbiere di Siviglia (una in Brasile e una in Italia, per Verona), e un Viaggio a Reims. In cantiere ci sono le riprese degli stessi (ad agosto in Uruguay, a dicembre in Germania e l’anno prossimo negli USA e poi di nuovo in Italia, a Palermo). C’è anche un’opera nuova in trattativa ma per ora… preferisco scaramanticamente non dir nulla!

Grazie infinite Joshua, e… nel naso alla balena per i tuoi progetti futuri!

Intervista realizzata via mail a giugno 2018

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