Sono passati ormai più di cinquantuno anni dall’ultima missione Apollo, cinquantaquattro dalla prima camminata sul suolo lunare di Neil Armstrong e da allora il nostro satellite è tornato a essere, di anno in anno, solo materia per nostalgici amanti della fantascienza. Eppure quel piccolo passo consentì all’umanità di fare grandi balzi in avanti in ambito scientifico oltre a rivoluzionare l’assetto geopolitico del nostro pianeta alterando gli equilibri delle allora due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Tuttavia quell’impresa non ha dato il là a quella che si pensava sarebbe stata la colonizzazione dello spazio, anzi. L’interesse è scemato e la Luna, e l’allunaggio, son diventati argomento per teorici della cospirazione.
Quando Tom Gauld ha deciso di ambientare sulla Luna una sua graphic novel, ha certamente pensato non esistesse miglior scenario per una riflessione su presente, passato e futuro dell’uomo in qualità di abitante del pianeta, che sia la Terra o la Luna, come vedremo, ha poca importanza. Il fumettista scozzese è infatti celebre per il suo umorismo british caratterizzato da un’ironia impalpabile e dalla capacità di giocare con i limiti della verosimiglianza generando paradossi il cui effetto comico nasce proprio dal contrasto con lo stile serio e misurato.
Mooncop racconta la quotidianità di un poliziotto di una colonia lunare che noi lettori di fantascienza, plagiati dall’universo di Star Wars, abbiamo sempre immaginato alla stregua di una metropoli con tanto di traffico di navicelle spaziali da ora di punta. Gauld ci fa subito sapere che ci stavamo sbagliando, la popolazione lunare si può infatti contare sulle dita di una mano perché, banalmente, il clima lì mal si presta ad accogliere forme di vita, specialmente la nostra così abituata alle comodità.
Quella dell’autore, seppure vestita con eleganza di sguardo e intrisa di romantica malinconia, è una feroce satira su quello che potremmo definire il sogno lunare. Un sogno dal quale ci siamo svegliati scoprendoci sciocchi e illusi. La Luna è rimasta lì, relegata al nostro immaginario, o più banalmente ridotta alla dimensione fisica di un tascabile Urania.
Ma si cadrebbe in errore a sottovalutare un livello di lettura più profondo che riguarda l’uomo e il suo rapporto con il suo pianeta, la Terra. Perché il processo di alienazione cui va incontro il poliziotto lunare, sempre più solo, è lo stesso vissuto da un qualsiasi uomo contemporaneo, ogni giorno di più costretto a interfacciarsi con macchine e intelligenze artificiali e la cui conoscenza del prossimo avviene unicamente per mezzo di piattaforme virtuali.
E se parliamo di alienazioni della modernità è impossibile non pensare al Chaplin di Tempi Moderni, il cui protagonista potremmo definire una sorta di poliziotto lunare ante litteram. Lì la critica era al sogno americano e alle ingiustizie di un sistema capitalista che in nome del progresso sfruttava gli operai come ingranaggi.
L’agente protagonista di Mooncop, come l’operaio di Tempi Moderni, esegue infatti una routine di azioni da cui sembra non potersi affrancare, che ne scandisce le giornate tutte uguali. E se vi state chiedendo cos’è rimasto per Gauld della visione romantica della Luna e del suo valore simbolico, ebbene la risposta è nell’automa di Neil Armstrong che, fuggito dal museo, si aggira per il satellite pronunciando frasi sconnesse. Come un vecchio malato di Alzheimer o, meglio, come la reliquia di un’antica civiltà.
La sensibilità dell’autore è certamente legata alla sua terra, ho citato non a caso Chaplin, ma lo stesso Gauld ha ammesso che le sue letture di ragazzo erano piuttosto campanilistiche. Parliamo soprattutto delle riviste inglesi a fumetti Battle e 2000 AD. Con quest’ultima in particolare è possibile notare una certa comunanza di temi, soprattutto nella commistione di fantascienza e satira sociale. 2000 AD , va ricordato, è famosa per essere la rivista su cui vengono pubblicate le storie del Giudice Dredd.
Prima ancora di essere autore di graphic novel Gauld, in qualità di illustratore, ha collaborato con prestigiose riviste tra cui The Guardian, The New Yorker e New Scientist realizzando strisce, copertine e storie brevi.
Per quanto concerne il suo stile l’autore si è dimostrato meno campanilista non nascondendo la sua ammirazione per Edward Gorey, illustratore statunitense celebre per i suoi macabri libri. Nel disegno e specificatamente nell’impiego del tratteggio, Gauld ha più di un debito con Gorey, mentre per l’impiego del colore, di cui predilige le tinte piatte, ricorre al digitale. Questo, oltre al vantaggio di poter giocare con i colori fino ad ottenere l’effetto desiderato, gli permette di aggirare il suo lieve daltonismo, che riguarda in particolare le tinte rosso e verde, verificando i valori di quadricromia (CMYK) ed essere così certo del colore che sta utilizzando.
Il suo processo creativo si articola nell’iniziale bozzetto realizzato a matita che viene poi ricalcato con l’inchiostro per mezzo di un tavolo con piano luminoso e quindi scansionato per consentirgli di intervenire con il colore su Photoshop. Per i personaggi si limita a disegnare figure piuttosto stilizzate, rinunciando alle espressioni facciali. Uno stratagemma che ne semplifica il lavoro senza che venga inficiato il coinvolgimento del lettore che è comunque portato a proiettare le proprie emozioni nelle figure, per semplice e infantili che siano. Una pratica comune nel fumetto che ha come illustre antesignano, ancora una volta, il Tintin di Hergé.
Gli edifici e le vetture sono invece figlie della fantascienza di 2001 Odissea nello spazio, concettualmente avveniristiche ma dal design obsoleto. Per essere una colonia lunare e dover richiamare un futuro ancora lontanissimo, la tecnologia ha infatti un sapore analogico che richiama gli anni 70/80. Normale per un autore ultra-quarantenne, cresciuto con la fantascienza di Kubrick, capace ancora oggi di esercitare il suo fascino magnetico facendosi preferire a visioni assai più avveniristiche.
Ma questa Luna così deserta è in fondo anche rifugio nostalgico di una generazione che sta perdendo i suoi riferimenti culturali. Che pure vorrebbe recuperare la semplicità di una vita che non aveva bisogno di sovrastrutture, che non contava i follower ma piuttosto gli amici. Una generazione che, ormai cresciuta, ha dovuto abbandonare i sogni della propria infanzia ma che pure sperava di poter contare sulle relazioni umane e sul comune senso di appartenenza a un mondo la cui meraviglia era documentata dal proprio sguardo. Un mondo senza filtri, dove poter stare in silenzio e lasciarsi incantare: allora Mooncop non è più solo il requiem di un futuro mai arrivato, ma è la celebrazione di un passato perduto che può essere ancora recuperato.
Abbiamo parlato di:
Mooncop
Tom Gauld
Traduzione di Claudia Durastanti
Mondadori Oscar Ink, Luglio 2019
104 pagine, cartonato, colori – 18,00 €
ISBN: 9788804713784
