Mario Atzori, tra Jack Kirby e Legs Weaver

Abbiamo intervistato Mario Atzori, fumettista sardo di stanza in casa Bonelli e grande appassionato di Jack Kirby

Mario Atzori, tra Jack Kirby e Legs WeaverMario Atzori è un fumettista italiano che nasce a Cagliari nel 1963. Dopo essersi diplomato in grafica pubblicitaria, lavora in un’agenzia della quale è anche socio e allo stesso tempo muove i primi passi nel fumetto. Entra alla all’inizio degli anni ’90 e nel 1995 diventa il copertinista ufficiale della serie dedicata a Legs Weaver, ruolo che ha ricoperto per tutti i 119 albi della testata.
Nel 1997 fa il suo esordio sul numero 74 di
con la storia L’orbita spezzata, scritta da Antonio Serra, e per la serie dedicata a Legs disegna due albi, il #103 e il #110, il primo su testi di Alberto Ostini, Inferno di cristallo, e il secondo in coppia con Maurizio Gradin con testi di Stefano Piani, Il taccuino rosso. Nel 2007 ritorna su Nathan Never illustrando L’alleanza, storia di Alberto Ostini pubblicata sul numero 194. Attualmente fa parte del gruppo di disegnatori al lavoro su Agenzia Alfa.
Mario Atzori è anche un grande appassionato e collezionista di fumetti, esperto conoscitore e ammiratore dell’opera omnia di
. In questa sua veste, ha collaborato a più riprese con il nostro sito, scrivendo vari pezzi d’approfondimento sul fumetto supereroistico statunitense.

Abbiamo incontrato Mario alla vigilia dell’esordio della sua nuova storia, illustrata su testi di Giovanni Gualdoni, su Agenzia Alfa #34.

Ciao Mario e benvenuto su Lo Spazio Bianco, stavolta non nella tua veste di nostro collaboratore, bensì di autore.
Partiamo dall’inizio: da dove nasce la tua passione per il disegno e l’illustrazione e qual è il percorso che hai intrapreso per diventare un fumettista?
Potrei dire che il fatto che mio padre facesse il pittore di lavoro e che sia un accanito lettore di Tex abbia contribuito alla mia passione, ma non è solo quello. Per la mia generazione, i fumetti non erano una lettura per appassionati ma per tutti e si trovavano dappertutto. L’idea di provare a riprodurre quella magia mi è nata da piccolissimo. Ho ancora miei fumetti realizzati a sei, sette anni.

Mario Atzori, tra Jack Kirby e Legs Weaver

Tavola di prova per Zagor (1990)

Fai il tuo ingresso in Bonelli a metà anni Novanta diventando parte dello staff di Nathan Never. Quali erano state le tue esperienze precedenti in ambito fumettistico e quali furono le circostanze che ti aprirono le porte della casa editrice di via Buonarroti?
Quando decisi di provare a propormi alla Bonelli, avevo fatto solo pochi fumetti d’ispirazione moebiusiana su una fanzine, ma senza crederci troppo. Ricordo di averli mostrati a Giancarlo Berardi e Renzo Calegari in una libreria di Genova e alle loro critiche sull’anatomia rispondevo sempre “Ma è un alieno!”, che è una bella scusa. Poi mi decisi a provarci seriamente, ho fatto esercizi per un anno e ho prodotto le mie tavole prova per Zagor (una mia passione non solo infantile).
Le inviai per due volte e, notato da , fui poi contattato da Antonio Serra che mi comunicò l’apprezzamento suo e dello stesso Canzio, che però vedeva il mio stile più adatto a qualche testata meno tradizionale. Così mi fu proposto di entrare nello staff di Nathan Never. Preparai le tavole prova e le portai alla redazione di Milano.
Il mio primo ingresso in redazione è stato uno dei momenti più memorabili della mia vita. Tutte le persone che incontravo, per me erano come gli uomini libro di Fahrenheit 451, solo che anzi che corrispondere a un libro solo, ognuno di loro corrispondeva a decine di fumetti che avevo letto,  riletto e amato. Incontrai Decio Canzio nell’ufficio che divideva con Tiziano Sclavi, la cui scrivania era strapiena  di dinosauri verdi e arancio. Canzio mi diede qualche consiglio sulle tavole e ci spostammo nell’ufficio di Sergio Bonelli.  Mi è difficile comunicare a chi non ha ricordi dell’era pre-digitale l’aura mitica che circondava gli autori di fumetto di cui non sapevamo quasi niente (avevo scoperto da poco che Nolitta e Bonelli fossero la stessa persona). Comunque, nonostante la cortesia della persona, non riuscii che a bofonchiare poche parole, complimentandomi con lui per cose di decenni prima come la collana L’autore e il fumetto.

Mario Atzori, tra Jack Kirby e Legs Weaver

Disegno per la copertina di Legs Weaver #2 (1995)

Nel 1995 fa il suo esordio in edicola Legs Weaver, serie per la quale ti sei occupato di tutte le 119 copertine, oltre a disegnare due numeri (il #103 e #110). Fu quella la prima serie bonelliana dedicata a un personaggio femminile: ricordi come fosti scelto come copertinista e quale fu la tua reazione all’incarico?
Il mio ingresso in Bonelli risale ai primi anni ’90, un anno prima dell’esordio in edicola di Nathan. Inizialmente ho cercato di portare avanti il mio lavoro nei fumetti insieme alla gestione di un’agenzia pubblicitaria di cui ero socio e questo (insieme alla mia cronica lentezza) ha protratto l’uscita in edicola del mio primo albo per molto tempo. Nello stesso tempo, nasceva l’idea di una testata propria per Legs, più brillante nei toni rispetto a Nathan e che addirittura strizzasse l’occhio (molto alla lontana) ai lettori di manga. Il mio disegno di quegli anni era sì influenzato dagli autori americani, ma non dai classici come Neal Adams e John Buscema, più dai miei contemporanei degli anni ’80 e ’90 (in particolare John Byrne e Jim Lee, che sono stati un modello grafico per tanti autori) e quel tipo di stile sembrava perfetto per le copertine della nuova testata. La commistione di elementi passò il vaglio di Sergio Bonelli che mi manifestò anche il suo apprezzamento. L’originale della copertina del secondo numero di Legs che gli regalai, ebbe l’onore di campeggiare nel suo studio che per me era qualcosa di molto simile a un Louvre dei fumetti, viste le firme delle illustrazioni che lo adornavano.

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Copertina di Legs Speciale #2 (1997)

Legs Weaver resta ancora oggi un’esperienza unica in Bonelli: prima testata dedicata a un personaggio femminile, che aprì la strada a personaggi come Julia e alle enochiane Gea e Lilith, ma soprattutto prima serie dedicata a un “comprimario” proveniente da un’altra testata. Per molti versi, grafici, narrativi e di contenuti, Legs fu una sorta di serie sperimentale. Che cosa ti è rimasto di quell’esperienza?
Hai ragione ma devo confessarti che in quegli anni, tra l’euforia per il grande successo di Dylan Dog, seguito a ruota da Nathan Never, sembrava tutto possibile e non colsi abbastanza la portata di tutte quelle innovazioni, ancora più rivoluzionarie all’interno dei canoni bonelliani. Comunque, soprattutto il primo periodo fu molto divertente con le copertine pin-up di Legs-Vampira, Legs-Bay watch o Legs-Alice e i frontespizi che cambiavano da una storia all’altra.

Il tuo stile è sempre stato estremamente curato e dettagliato con un’ispirazione di fondo che arriva dal fumetto statunitense, ma “contaminata” da influenze europee e anche giapponesi. Quali sono stati i tuoi maestri, gli autori ai quali hai guardato o che ti ispirano tutt’oggi?
Al di là della mia passione come lettore per Jack Kirby, il mio disegno degli inizi era ispirato soprattutto, come dicevo, a John Byrne e Jim Lee (un “must” dell’epoca). Solo una volta ho provato ad accostarmi direttamente al “Re” su una storia di Legs e le paladine, ma è stata una sorta di omaggio (con la citazione di vignette famose), più che un reale tentativo di avvicinarmi al suo modo di disegnare.

Da appassionato di fumetto americano, quali sono le serie con le quali sei cresciuto e quali sono quelle che segui adesso, se ancora sei un assiduo lettore di quel genere fumettistico?
Sono un appassionato di fumetto americano ma non solo, sono proprio un appassionato di tutti i fumetti. Non voglio fare come quelli che dicono di amare tutta la buona musica ma, mentre non potrei dire di amare tutto il cinema o tutta la letteratura, posso sinceramente dire di essere attratto da qualunque libretto o similia che contenga disegni che raccontino una storia. Mi piacciono i fumetti intimisti tipo quelli di Jiro Taniguchi o Craig Thompson come seguo gran parte del più becero supereroismo Marvel e DC; mi piacciono i classici del fumetto italiano e francese, i manga di quasi tutti i generi e gli argentini dei tempi d’oro di Skorpio e Lanciostory. Poi naturalmente tutti i Bonelli che sono i primi fumetti che ho letto e amato (insieme a Topolino).
Anche volendo limitarmi al solo fumetto americano, ho trovato autori che mi hanno entusiasmato in ogni decennio degli ultimi cinquanta anni. Solo ultimamente inizio a essere un po’ stanco dei ” trucchetti” da soap-opera (soprattutto Marvel) per rilanciare le testate, però forse è un problema mio che ne ho letti troppi. Attualmente preferisco le produzioni Image che escono dalla struttura un po’ ripetitiva del fumetto supereroistico. Detto questo, oggi seguo ancora il Batman di Snyder/Capullo, Superman di Johns/Romita jr, il Multiversity di Morrison e molto altro dei supereroi più tradizionali.

Mario Atzori, tra Jack Kirby e Legs Weaver

Pin-up Fantastic Four (2012)

Vista la grande penetrazione della “scuola italiana” in territorio statunitense, non hai mai pensato di guardare anche a quel mercato per la tua professione?
Sì, ci ho pensato, perché l’idea di mettere mano a qualcuno dei personaggi di Jack Kirby sarebbe molto allettante ma c’è il fatto che lavoro già per la Bonelli che è una delle case editrici più grandi al mondo e che attualmente è decisamente più attiva nello sperimentare nuove idee e più attenta nel rispettare i personaggi classici. Ricordo di aver letto l’addio di Steve Rude alla professione, legato al non riconoscersi più nell’attuale scena del fumetto supereroistico e mi sono reso conto di condividerne molte delle motivazioni. Intendiamoci Marvel e DC producono ancora belle serie ma, alla ricerca dell’”evento”, anche cose … diciamo minori come Thor che diventa donna o Gwen Stacy che diventa Spider-Gwen.
Ma poi mi cancellano Fantastic Four, che tristezza!

Hai ormai un’esperienza ventennale di insegnamento al Centro internazionale del fumetto di Cagliari. In che cosa ti arricchisce professionalmente questa esperienza e che cosa cerchi di insegnare ai tuoi studenti, oltre ovviamente al buon disegno?
Insegnare è un ottimo diversivo per chi fa il mio lavoro. È un’occasione per rendere utili certi studi legati all’anatomia e alle  fisionomie che spesso mi trovo a fare come ricerca personale.

Spiegando le caratterizzazioni mi capita di disegnare un po’ tutti i personaggi che ho amato evidenziando costanti e differenze. Comunque il bello dell’insegnare è principalmente il contatto con persone appassionate ai fumetti e al disegno, interessate a un percorso formativo che io ho già affrontato e che poi è solo l’inizio.

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Studi sulle fisionomie (2012)

Qual è il tuo abituale metodo di lavoro? Visualizzi prima la storia mediante uno storyboard o preferisci partire direttamente con la definizione delle singole tavole? Di quali strumenti, analogici e digitali, ti avvali?
Con le tecniche del disegno sono un po’ un’“anima in pena”. Nell’ultima storia che ho disegnato per Agenzia Alfa #27 ho scoperto i retini e le texture di Photoshop e mi ci sono molto divertito. Realizzata quella storia, però mi sono accorto di essermene già stufato e li ho eliminati del tutto.
Attualmente, come molti miei colleghi, ho iniziato a inchiostrare in digitale, lasciandomi però almeno la prima fase  su carta. Visualizzo le sequenze di pagine (a seconda degli ambienti) in piccolo, poi disegno le matite in grande, scannerizzo e per finire inchiostro digitalmente.

Arriviamo dunque alla storia che hai disegnato per il numero di Agenzia Alfa in edicola dal 24 giugno. Come ti sei trovato a collaborare con Giovanni Gualdoni? Quanta autonomia hai avuto nella realizzazione delle tavole?
Non ci tengo molto ad avere autonomia nel realizzare le tavole, il mio divertimento è tutto nel disegno, preferisco gli sceneggiatori con un’idea precisa e ben descritta. Questo è il caso di Rotta di collisione, scritta da Giovanni Gualdoni. È un racconto breve, che riesce a contenere tutti gli elementi che hanno fatto grande Nathan: un eroe, dei comprimari ben definiti, una bella donna volitiva (ma qui non è Legs), la tecnologia e lo spazio.

A questo proposito, nell’episodio da te disegnato, Nathan ritorna ad agire proprio nello spazio. Per te come disegnatore ci sono maggiori difficoltà ad ambientare l’azione negli spazi siderali rispetto a un’atmosfera urbana? Quali sono a tuo avviso le maggiori differenze nell’impostazione della tavola?
Al di là del fatto che per me un astronauta che galleggia nello spazio nero o sopra la terra tonda e luminosa è uno degli inizi più affascinanti che possa immaginare per una storia di Nathan, non c’è una grande differenza nell’impostazione delle tavole rispetto alle ambientazioni urbane. Certo, se penso ad ambientazioni spaziali spettacolari mi vengono in mente le grandi e belle splash page di Leij Matsumoto, ma attualmente preferisco concentrarmi sul disegno vero e proprio appoggiandomi alla tradizionale gabbia bonelliana.

In Bonelli sei sempre stato a lavoro su Nathan Never e altri personaggi/serie che ruotavano attorno all’agente Alfa. C’è un altro personaggio bonelliano che ti piacerebbe disegnare?
Quelli a cui sono più affezionato sono Tex e Zagor che sono anche quelli che leggo da una vita (insieme a Mister no che non c’è più), ma per il resto non c’è un solo personaggio dell’attuale produzione Bonelli che non trovi molto interessante, sia per i caratteri, sia per gli autori che li scrivono.

La Sardegna è una regione che tanto ha dato e sta continuando a dare al fumetto, in termini di sceneggiatori e disegnatori, con nuove leve come Jean Claudio Vinci e Antonio Lucchi che portano avanti il testimone della generazione rappresentata per esempio da te, Fabiano Ambu e Checco Frongia. Ti sei mai chiesto, per curiosità, il perché di questo fiorire di fumettisti sardi?
No, no! È assolutamente normale così. Sinceramente trovavo molto più strano che, quando ho iniziato, non avessi notizie di nessun disegnatore sardo che lavorasse in Bonelli o comunque a livello nazionale. Sapevo che Galep aveva vissuto in Sardegna, perché era stato al liceo con mia nonna (e poi a Cagliari c’è una chiesa con i suoi dipinti), ma Galep non era sardo. Immaginavo fosse sardo il bravo Salvatore Deidda che aveva disegnato alcune storie per Martin Mystere ma non avevo nessuna notizia precisa. Insomma va molto meglio oggi che ci siamo equilibrati a molte altre regioni che hanno decine di artisti.

Su cosa sei al lavoro in questo momento e quali sono, se ne vuoi e puoi parlare, i tuoi prossimi progetti fumettistici?
Ho una mia storia tra il fantasy e lo steam-punk che provo a finire da molto tempo (è il mio galeone di Dylan Dog!).
Parlando invece del lavoro vero, il mio prossimo albo in uscita tra non molto sarà un bell’episodio dedicato all’agente Frayn (May) e ambientato nei boschi del nord, sulle tracce di misteriose creature.

Chiudiamo con una domanda di rito: se dovessi consigliare un fumetto ai nostri lettori, quale sarebbe?
Volendo essere un minimo originale e cercando un titolo un po’ dimenticato, direi L’uomo di Tsushima di Bonvi, dove dimostrò che, se avesse voluto, avrebbe potuto scrivere anche alla Pratt.
Ebbi la fortuna d’incontrare Bonvi qui a Cagliari, citandoglielo vidi subito che n’era molto orgoglioso e mi raccontò che in parte veniva da una sua vera esperienza. Spero che l’integrale (di prossima pubblicazione per Mondadori Comics n.d.r.) serva a far conoscere questo grandissimo autore alle nuove generazioni che non hanno avuto la possibilità di leggerlo.

Grazie Mario e a presto!

Intervista realizzata via mail e conclusa il 16/06/2015

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Vignetta per una futura storia di Agenzia Alfa 

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