Lo sguardo silenzioso della provincia

Lo sguardo silenzioso della provincia
Miguel Vila mostra la realtà della provincia padovana: uno spazio senza vie di fuga, ripetitivo, dove prevale la violenza di uno sguardo che osserva senza essere visto.

padovaland1Nella prima sequenza di Padovaland vediamo una delle protagoniste, Giulia, inquadrata dall’alto mentre si sposta in bici lungo la strada e a un tratto restituisce lo sguardo verso i balconi di un palazzo residenziale, da dove proveniva l’inquadratura: la ragazza sembra essersi accorta che qualcuno la stava osservando. La forma variabile delle vignette e i diversi zoom contribuiscono a dare l’idea di uno
sguardo che si avvicina e si allontana, che la spia da un binocolo (come ha notato Matteo Contin su lefauci.it, 2020). L’intera scena si svolge senza il minimo suono, fatta eccezione per quello della ruota contro il marciapiede, che pare un sussurro: fin dalle prime pagine del fumetto, ciò che domina l’atmosfera è un silenzio che ha qualcosa di freddo, asettico, anche minaccioso, dettato da uno sguardo che sembra provenire prima di tutto dai luoghi.

Il fumetto è costellato da sequenze di questo tipo, inversioni di sguardi che coinvolgono gli edifici, veri e propri montaggi alternati (pp. 11-17-49-56-66-79-91, per citarne alcuni) in cui lo spazio fa sentire la propria presenza silenziosa. Le onomatopee sono quasi del tutto assenti e tutte relative a suoni o rumori poco invasivi, piccoli nell’economia della pagina. Questa assenza di suoni, unita agli omogenei colori delle facciate, senza macchie, senza scritte, privi di qualsiasi segno di usura, genera l’impressione di muoversi in un territorio vuoto, finto, come un set cinematografico deserto, ma abitato da una presenza che si nasconde sui balconi, dietro le porte a vetri.padovaland2.1

Se le strade sono vuote, infatti, lo stesso non si può dire degli spazi chiusi: è qui che si muovono i numerosi protagonisti, tra locali, negozi, centri commerciali e case private, li animano con i loro dialoghi, chiacchierano nelle situazioni più diverse e degli argomenti più disparati. L’assenza di un vero spessore tuttavia rimane, il lettore non riesce ad abbandonare la sensazione di trovarsi davanti a una superficie, una facciata. Proseguendo la lettura ci rendiamo conto di come anche i dialoghi siano vuoti: ciò che veicola i contenuti, che ci fa capire i pensieri e i rapporti tra i personaggi, sono soprattutto i non detti e gli sguardi. I dialoghi fanno emergere la profonda incomunicabilità che regna tra i protagonisti: le parole vengono usate esclusivamente per imporre la propria persona sul prossimo, per sfogare frustrazioni, per esercitare qualche forma di potere; importanza fondamentale, non a caso, viene data al segreto: raccontare i segreti altrui dona una sensazione di controllo e ogni chiarimento possibile viene negato in virtù del possedere un segreto da usare. I colleghi di Irene parlano di continuo alle sue spalle e persino il macellaio, con cui intrattiene una relazione, preferisce rivelare ai compagni di lavoro cosa è successo con lei nella sauna piuttosto che chiarire l’episodio con la diretta interessata. Questo tradimento porterà alla reazione di Irene, che, come gesto estremo, rivelerà tutti i segreti dei colleghi al microfono del supermercato in cui lavora.

Quello che leggiamo è un mosaico di storie violente: Andrea subisce attacchi fisici e verbali dalla ragazza e sarà lui a sfogare la propria frustrazione su Giulia, con una violenza che arriva allo stupro; Catia è vittima dello sguardo maschile, dal quale non riesce a liberarsi e vive come intrappolata nel proprio corpo; anche Nicola sente la violenza dello sguardo altrui, tanto da fingersi meridionale per piacere agli altri; Fabio, segretamente innamorato di Catia, assume un atteggiamento passivo-aggressivo e sfoga la propria rabbia nell’acol. I silenzi, gli sguardi, l’assenza di comunicazione vengono esasperati dai telefoni, presenza costante nel testo: anziché mettere in contatto i personaggi, li separano, contribuendo al loro isolamento. Esempio su tutti è il ragazzo olandese, ospite di Fabio, che non stacca mai gli occhi dal cellulare e dirà un paio di battute in tutto il fumetto.
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La sola persona che sembra spezzare questo loop di violenza e incomunicabilità è proprio Giulia: fin dalle prime vignette la vediamo cercare il confronto con Irene per chiarire un litigio che è ancora presente nella forma di un silenzio imposto; e non è un caso se proprio lei, durante l’incontro, sbotta: «Potresti, per favore, mollare per un secondo il telefono?» (pg. 46). Lo sguardo di Giulia è differente: è l’unica, nella compagnia di amici, a restituire lo sguardo sui luoghi attraverso la ricerca per la tesi di laurea. Li fotografa, li studia, propone un’analisi, non subisce lo sguardo e così non subisce il luogo e il tempo della provincia padovana. In un primo momento sembra anch’essa intrappolata in un’impasse davanti a un professore non soddisfatto del suo lavoro, ma dopo una fase di frustrazione e scoramento, Giulia lo affronta a viso aperto (in una delle pochissime inquadrature frontali in cui il personaggio ricambia lo sguardo dell’osservatore) e infatti riesce a laurearsi in tempo. È in sua compagnia che vediamo gli unici luoghi altri, non puliti e patinati, non opprimenti nel loro sguardo silenzioso: dettagli di case, edifici abbandonati, spazi verdi al di sotto delle tangenziali. In queste sequenze il silenzio smette di essere minaccioso e diventa uno spazio di riconciliazione, senza conflitto, in cui Giulia riesce a dedicarsi a ciò che le piace davvero e quindi a essere se stessa. Non è un caso se, d’altra parte, Fabio tenta la visita a una villa abbandonata trovandola chiusa al pubblico e si allontana senza porsi domande.

In questa piccola società in preda alla frustrazione e al silenzio, il grande assente è uno spazio (e un tempo) che siano sociali, in cui si possa instaurare un dialogo e rapportarsi senza imporre una qualche forma di violenza. Da notare che i luoghi frequentati dai protagonisti (di nuovo, con la sola eccezione di Giulia), sono esclusivamente privati: o luoghi di consumo ed edonismo o le abitazioni. Non sembra esserci un’alternativa, la realtà è quella che vediamo nelle tre inquadrature dall’alto che aprono il testo: non ci sono nascondigli, interstizi, tutto è aperto e sottoposto a uno sguardo che non concede tregua. Il voyeurismo dei luoghi viene replicato dagli sguardi dei personaggi, a loro volta moltiplicati dai telefoni cellulari (si pensi a Fabio che sfoglia le foto di Catia in più di un’occasione). Per questo il mondo di Padovaland, più che un set cinematografico, ricorda il luogo di un esperimento: lo sguardo di è o molto lontano o molto vicino, ma sempre poco coinvolto, distante da ciò che accade, come se stessimo osservando insieme a lui della vita in vitro (lefauci.it, 2020). padovaland5.1

La conseguenza di un simile setting è evidente: i personaggi sono intrappolati in un eterno presente dal quale non vedono via d’uscita; fatta eccezione forse per Giulia e Catia, tutti gli altri personaggi non hanno un progetto, non parlano di futuro, perché questo futuro non c’è (Fisher, 2019), non per chi ha dimenticato come guardare al di là di quei palazzi, a reagire al loro sguardo. Proprio come dei microrganismi sotto osservazione, agiscono attraverso gesti che sembrano naturali, automatici e, di conseguenza, spietati.

A questo proposito le scelte stilistiche dell’autore risultano adeguate allo scopo: i dettagli dei volti, dei corpi, che ricordano quelli di Paolo Bacilieri, rendono i personaggi vivi, pulsanti, sofferenti, mentre per gli edifici la scelta stilistica è diametralmente opposta. I luoghi, immacolati, privi di qualsiasi segno di tessitura, sembrano non-vissuti, subiti. D’altra parte, forma e dimensioni variabili delle vignette non sono solo funzionali a dare l’impressione di un osservatore distante: queste aumentano lo spazio bianco sulla pagina moltiplicando il silenzio e il vuoto che permeano tutto il testo (questi aspetti ricordano decisamente i paesaggi e le tavole di Chris Ware, come notato da Emilio Cirri nella sua recensione a Padovaland, https://www.lospaziobianco.it/benvenuti-a-padovaland/).

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La mancanza di una dimensione collettiva si nota anche rispetto alla solitudine generazionale: gli adulti presenti nella storia hanno un ruolo talmente marginale che sottolineano più un’assenza che una presenza. Il loro effetto è quello di inasprire i rapporti di incomprensione: i genitori di Giulia si preoccupano delle difficoltà che potrebbe incontrare la figlia nel mondo del lavoro proseguendo nella ricerca fotografica, il macellaio con cui si intrattiene Irene, come abbiamo visto, non solo si rifiuta di capire un incidente, ma lo sfrutta per metterla a disagio e la vignetta che ritrae Catia insieme ai genitori il giorno della laurea ci mostra personaggi così immobili ed estraniati da ricordare gli inquietanti ritratti lynchiani di Marco Galli in Oceania Boulevard (Cononino Press, 2013).

Esiste una via di fuga? La domanda rimane senza risposta. Se è vero che Giulia si emancipa alzando lo sguardo, è anche vero che alla proposta finale di Irene di rivelarle un segreto, risponde con entusiasmo. L’impressione è che non sia cambiato niente. La conferma arriva proprio dai luoghi, da una strada che prende parola attraverso le scritte che qualcuno ha tracciato sull’asfalto: il fumetto si apre con un «Luisa torna da me ti prego», vergato a grandi lettere davanti ad una villetta, per poi concludersi con la stessa inquadratura, di notte, in cui vediamo che la scritta è stata sostituita da «Luisa troia». Questa chiusa, che fa sorridere nel suo rappresentare un gesto ridicolo, nasconde una forte inquietudine: di nuovo qualcuno si trova davanti a un silenzio carico di violenza, sotto l’occhio di uno sguardo che non può essere visto.
Le luci si spengono, l’esperimento è finito, ma le inquadrature iniziali che ci hanno fatto entrare a Padovaland non vengono ripetute: anche per chi ha assistito alla storia mantenendo le distanze non è facile allontanarsi a cuor leggero da questi luoghi e alzando gli occhi dal testo viene da chiedersi se lo sguardo che pesava sui personaggi non fosse anche il nostro.

Abbiamo parlato di:
Padovaland
Miguel Vila
, novembre 2020
160 pagine, brossurato, colore – 18,00€
ISBN: 9788899524463

Padovaland: la periferia crudele di Miguel Vila

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