La Memoria prima del buio

La Memoria prima del buio
Anche quest’anno come nel 2018, “Lo Spazio Bianco” partecipa alla “Giornata della memoria” nel ricordo delle vittime dell’Olocausto, con l’aiuto di Francesco Moriconi e Emiliano Albano, autori della graphic novel "A casa prima del buio".

Anche quest’anno come nel 2018, Lo Spazio Bianco partecipa alla “Giornata della memoria” nel  ricordo delle vittime dell’Olocausto, con l’aiuto di ed Emiliano Albano, autori della graphic novel A casa prima del buio.

Il sorprendente romanzo grafico, in corso di pubblicazione per i tipi di Eura Editoriale (il 2° volume uscirà il prossimo autunno), mette in scena la vita, sospesa tra realtà e finzione, del compositore e direttore d’orchestra Kristof Von Hofmann nella Germania nazista degli anni Quaranta.

Come molti altri grandi artisti tedeschi del tempo, il protagonista della storia viene posto dall’avvento del regime di Hitler di fronte a scelte di vita drammatiche. E, se ancora non sappiamo come si svilupperà il seguito della vicenda, il dramma di Von Hofmann e di un intero popolo riverbera nella potente illustrazione di Emiliano Albano: una rievocazione delle feroci deportazioni nei campi di concentramento attraverso i famigerati treni piombati.

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A completamento dell’immagine, lo sceneggiatore Francesco Moriconi ci offre un testo altrettanto denso di informazioni e riflessioni, testimonianza del grande lavoro di documentazione che un’opera come A casa prima del buio si porta dentro.

Un’occasione per riflettere su quanto il ricordo della non possa che passare anche per una comprensione delle dinamiche che portarono alla tragedia. La Storia terribile dell’Olocausto è l’insieme di milioni di storie e milioni di scelte che vennero fatte, da personaggi come Von Hofmann e da tanti altri.

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La storia dietro un’immagine di Francesco Moriconi

Durante la dittatura del Nazionalsocialismo molti intellettuali scelsero di lasciare il proprio Paese (Brecht, Mann, Zweig), altri decisero di restare comunque isolandosi e prendendo le distanze da tutto quello che accadeva loro intorno.
Per certi versi si potrebbe dire che scelsero di auto-deportarsi nei domini della propria interiorità dando vita a quello che è noto come il “fenomeno dell’emigrazione interna”.
Il prezzo da pagare fu comunque alto poiché chi scelse di non fuggire in seguito venne giudicato vigliacco, opportunista, collaborazionista.

Il caso più emblematico di emigrazione interna riguarda in buona parte il celebre direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler. Il musicista che sì giustificò sostenendo che la Germania non era nazista ma occupata dai nazisti e quindi sentiva come suo dovere morale restare per rappresentare una voce contro anche se con un esiguo margine di manovra. Forse si illudeva che bastasse la sua sola presenza per dimostrare al resto del mondo che nella sua Heimat c’era chi conservava ancora dignità e poteva continuare ad andare a testa alta. Il processo Furtwängler ha tenuto banco per decenni e le voci sul suo coinvolgimento con il regime di Hitler non cessarono neppure dopo la sua morte.

Del resto il giudizio formulato a posteriori sugli atti degli artisti “resilienti” non ha mai chiarito se la loro condotta fu giusta o giustificabile e il dibattito resta aperto ed è più che mai attuale.

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Confinarsi nella propria dimensione interiore quando si è costretti a vivere in un regime d’oppressione si può considerare una forma di vera resistenza? O è meglio compiere un’azione esplicita e plateale anche se l’unica cosa che ci è concessa è la fuga è un’ammissione esplicita di rinuncia?
Chi cercherà di rispondere a queste domande dovrà necessariamente fare i conti con l’impossibilità di giudicare uomini che hanno avuto la sfortuna di vivere in un tempo straordinariamente complesso. E a tal proposito credo siano particolarmente chiarificatrici e dirimenti le parole scritte da Edith Sheffer nella sua opera I bambini di Asperger (Marsilio, 2018):

Forse più di ogni altra epoca storica, il periodo nazista invita a esprimere un giudizio sulle azioni dei singoli individui.

Si è portati a classificarle secondo criteri di moralità o immoralità, innocenza o colpevolezza, come se fosse possibile ascrivere ogni singolo episodio a un campo o all’altro e, come in un bilancio, fare il conto alla fine. Ma la vita sotto il nazismo non era fatta di principi astratti.

La maggior parte delle persone non abitava un mondo in bianco e nero, ma dalle diverse sfumature di grigio e doveva prendere ogni giorno innumerevoli decisioni: si poteva ignorare un cartello GLI EBREI NON POSSONO ENTRARE appeso a una vetrina, poi andare a fare la spesa poco più avanti in un negozio gestito da ebrei per i suoi prezzi vantaggiosi, si poteva aiutare un vicino minacciato dal regime e voltarsi dall’altra parte davanti alla scomparsa di un altro. Ci si destreggiava tra le scelte quotidiane man mano che si presentavano, improvvisando. Presi nel turbinio della vita, nell’arco dello stesso pomeriggio ci si poteva conformare, compiere un atto di resistenza e persino causare la sofferenza di qualcuno.

La crudeltà del mondo nazista era inesorabile. La vita di tutti i giorni ci mette di fronte a un numero infinito di decisioni e può essere fuorviante, classificare le persone in modo troppo netto, anche chi sembra avere commesso delle azioni che, a uno sguardo superficiale, possono apparire inequivocabili. La vita sotto il nazismo presentava troppe sfumature, le condizioni erano in continuo divenire. (…) Il percorso di ciascun individuo è unico, la risultante di un susseguirsi di scelte e abitudini da cui scaturivano vite improvvisate. Questo elemento di improvvisazione sta a significare che il Terzo Reich non era un regime inesorabile, statico e astratto, ma composto da individui che seguivano ognuno la propria strada prendendo decisioni che avevano conseguenze sulla vita degli altri.

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