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“Io sono” di Tom King: Batman tra rinascita e autodistruzione

8 Ottobre 2026
Tom King iniziò la sua run nel 2016 esplorando la psiche di Batman, ponendolo a confronto con antagonisti e alleati che rappresentano sue versioni alternative o distorte.
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Dopo il successo di Visione e la breve parentesi in Marvel Comics del 2016, Tom King continua la sua carriera di sceneggiatore in DC Comics e, nello stesso anno, firma un contratto in esclusiva con l’editore diventando lo scrittore regolare di Batman per il rilancio della testata omonima all’interno di Rebirth.
Il primo atto della sua gestione è composto dalla trilogia Io sono Gotham, Io sono suicida e Io sono Bane. Si tratta sicuramente di una storia ben distante dai toni action o dalle trame investigative che siamo abituati a leggere sulle pagine del Pipistrello: in questo articolo, proveremo a dare un’interpretazione del significato profondo di questa trilogia.

Batman Rebirth 1

Il primo albo ha il compito di traghettare il personaggio nel nuovo rilancio della DC, dal titolo (accattivante ed enfatico) di Rinascita.
Sin da questo albo King si rivela un autore molto attento: usa queste poche pagine per farci capire come ogni rinascita nel mondo dei fumetti sia solo fittizia. Nella storia Calendar Man, ossessionato dalla ricorsività del tempo, decide di comprimere l’alternarsi delle stagioni in una sola settimana e spetta come sempre al Crociato Incappucciato salvare Gotham. Ma l’alternarsi delle stagioni, sempre uguali, diventa metafora della vita stessa di Batman: che cos’è l’esistenza di Bruce Wayne se non un alternarsi di eventi sempre identici? La lotta contro i cattivi, il supporto dei suoi alleati e la rinascita dopo ogni sconfitta?
Dopo ogni minaccia Batman ritorna sempre antico e nuovo: come suo padre, il chirurgo Thomas Wayne, Bruce non è in grado di debellare il male bensì di combatterlo ogni volta che, ciclicamente, si presenta.

Con questa storia naturalmente Tom King ci (e si) chiede se sia possibile scrivere nuove storie di supereroi in un mondo sempre uguale, e quali sviluppi possono esserci per dei personaggi costretti a correre sempre sulla stessa ruota. Una possibile risposta potrebbe venire dalle immagini di apertura e di chiusura dell’albo. All’inizio della storia vediamo Alfred nel giardino di Villa Wayne che sta cercando di cogliere un frutto ed è costretto ad applicare un po’ di forza, perché non si stacca facilmente dal ramo. Nel finale della storia, vediamo ancora Alfred tornare nella stessa zona del giardino, con quello stesso frutto in mano: separa il seme dalla polpa, per lanciare quest’ultima in pasto ai pipistrelli nella caverna.
Queste immagini, apparentemente irrilevanti nel contesto della vicenda di Calendar Man, sono in realtà la risposta che King dà alla sua riflessione sulla ciclicità delle storie di Batman. Non è un caso che la vicenda si apra con la forzatura di Alfred sulla maturazione del frutto, simbolo del fatto che ogni cambiamento vero, in questo ciclo, presuppone l’applicazione di uno sforzo. Nel finale poi, lo sceneggiatore ci suggerisce che Bruce e Batman sono parte dello stesso frutto: il seme è Bruce, la polpa è Batman. E se il seme rimane con Alfred, nel mondo umano, la polpa precipita nelle oscurità della caverna, simbolo del buio della psiche di Batman.

Si tratta di una dichiarazione programmatica di Tom King su quella che sarà la sua gestione della testata: come la polpa precipita nella caverna, così anche le sue storie si addentreranno nella psiche di Batman. Perché l’unica possibilità di sviluppo concreto in un mondo condannato a ripetersi è l’anamnesi in sé stessi, la maturazione della conoscenza del proprio io interiore. Solo la volontà di intraprendere questo percorso spezza il cerchio di eventi sempre uguali.

Città, desiderio e violenza

Con l’obiettivo di approfondire il mito di Batman e la psicologia di Bruce Wayne, King, nella trilogia Io sono, fa interagire l’eroe con dei comprimari che possono essere letti come personificazioni delle sue diverse anime. Il confronto con questi personaggi non è dunque solo a servizio dello sviluppo delle vicende esterne, ma anche immagine del conflitto interiore tra Bruce e Batman.

Nel primo capitolo (Io sono Gotham) vediamo Batman confrontarsi con Gotham e Gotham Girl, ovvero Claire e Hank Clover. Si tratta di due gemelli che, da bambini, furono salvati dal Crociato Incappucciato durante una rapina subita dai loro genitori. Da quell’episodio nacque in entrambi una profonda ammirazione per il Cavaliere Oscuro, che li spinse a dedicare la propria vita al tentativo di salvare la città. L’esito di questo processo è stata l’acquisizione (attraverso una cospicua somma di denaro) di poteri metaumani.
È chiaro che, in questa loro incarnazione, i gemelli Gotham sono immagine di Superman, uno degli archetipi supereroici più distanti da Batman: un uomo-dio dai poteri sovraumani che combatte alla luce del giorno. Perché allora usare due gemelli? Tom King non lascia nulla al caso. Il motivo diventa chiaro nel corso della storia, quando Hank e Claire cadono sotto l’influenza dello Psicopirata. Hank si trasforma in un semidio furente, Claire invece subisce un crollo psicologico nel baratro della paura.
Appare allora chiaro che i gemelli Gotham sono il simbolo della reazione della psiche umana al trauma della perdita: rabbia e paura, due emozioni gemelle che Bruce ha affrontato in sé stesso, e che ora vede nei due gemelli Gotham.
C’è un altro dettaglio, tuttavia, da tenere in considerazione. L’uso dei poteri corrompe le vite di Hank e Claire e tale espediente simboleggia sicuramente l’insostenibilità del mito del supereroe su chi ne porta la maschera. In questo aspetto, Batman sembrerebbe essere superiore: proprio perché non ha i poteri di un dio, infatti, Bruce incarna una presenza silenziosa e costante per Gotham. Eppure, siamo sicuri che anche il mantello di Batman non consumi la sua vita? In fondo, Batman ha incontrato i gemelli Gotham proprio mentre si stava sacrificando per evitare che un aereo precipitasse sulla città.

Nel secondo arco narrativo, King introduce altri due personaggi fondamentali per definire la psicologia del Pipistrello: Selina Kyle e Bane.
Il titolo di questa sezione, Io sono suicida, sembrerebbe all’inizio riferito a Catwoman. In Batman #10 le tavole di Mikel Janin sono scandite dai passaggi di una lettera che Selina scrive a Bruce, nella quale spiega l’impossibilità della relazione fra loro: si è resa colpevole di 247 omicidi, e ora proprio Batman deve consegnarla alla giustizia.
Scopriamo così che Catwoman ha un’origine simile a quella del Cavaliere Oscuro, perché Selina e Bruce condividono lo stesso trauma: anche lei è rimasta orfana, ma a differenza di lui è stata affidata a un orfanotrofio. Ha dedicato poi la propria vita a dare la caccia agli assassini che hanno ucciso tutti i bambini ospitati nella struttura durante un attentato. Lo ha fatto malgrado sapesse le possibili conseguenze autodistruttive di questo suo desiderio (la pena di morte), ma seguendo fino in fondo la sua vocazione: la vendetta.
Eppure non è stato, in fondo, anche Bruce un orfano in cerca di vendetta? Non è stato anche Bruce a suo modo un suicida quando, per dirottare quell’aereo che precipitava su Gotham e salvare la città, vi è saltato sopra senza pensare alla sua morte certa? È lo stesso Batman, in una lettera di risposta in Batman #12, a confessare a Selina la medesima autodistruzione che lo coinvolge. Ma la vera conseguenza di questa vocazione è per entrambi la negazione a sé stessi della possibilità di essere felici. È proprio tale vocazione a tenere separati Bruce e Selina, ed è proprio tale vocazione che li porta ciclicamente sull’orlo della morte. Vocazione che ha origine, per entrambi, nel trauma della perdita.

Bane

Il vero antagonista di questo ciclo narrativo è, infine, Bane, presente sia nel capitolo Io sono suicida che in quello finale Io sono Bane.
L’intento di Tom King è quello di rendere chiaro come sia proprio il colosso di Santa Prisca il vero anti-Batman. Come Bruce, anche Bane è stato un orfano abbandonato ma, a differenza del rampollo degli Wayne, Bane è cresciuto tra la violenza e i soprusi di una prigione, lottando ogni giorno per sopravvivere.
Da adulto, Bane diventa incarnazione violenta del male e, con l’arrivo poi del venom nella sua vita, accede a una forza sovraumana, che lo aiuta ad affermare sé stesso in un mondo violento e a cancellare il dolore. In questa storia tuttavia vediamo un Bane che sta cercando di rinunciare al venom proprio grazie alle cure dello Psicopirata. Ma lo stesso personaggio serve anche a Batman per poter curare Gotham Girl: sarà disposto Bane a rinunciare alle cure dello Psicopirata e a ricadere succube della sua dipendenza?
Nessun altro personaggio riassume l’anima di Batman come il villain di Santa Prisca: entrambi sono orfani feriti che, da adulti, oscillano tra la figura del pianificatore maniacale e l’animale violento che ha bisogno di un aiuto esterno per controllarsi. Che questo aiuto possa essere una droga o un mantello da pipistrello fa poca differenza.

Non è un caso che al centro del conflitto tra Bane e Batman ci sia lo Psicopirata, un personaggio che simboleggia le emozioni e la possibilità che ha l’uomo di controllarle. La contesa dello Psicopirata tra i due è la contesa del controllo delle emozioni che avviene nell’uomo tra lato brutale e lato umano. Per questo Bane non è un cattivo come gli altri: è la versione perversa di Bruce. Lo afferma lui stesso, mentre affronta il Cavaliere Oscuro a Gotham: «non sono un enigma, non sono uno scherzo, non sono uno spaventapasseri». Ma Bane sa anche di non essere Bruce: «non sono un ragazzino travestito», gli grida mentre cerca di finirlo.

La costruzione del confronto finale tra Batman e Bane è l’ultima perla che Tom King inserisce in questo ciclo di storie. Sulle pagine della maxisaga Knightfall degli anni ‘90, Bane provoca un’evasione di massa da Arkham, liberando i criminali su Gotham. Solo dopo che Batman li ha affrontati uno a uno, fino allo stremo delle forze, il Colosso di Santa Prisca scende in campo per affrontarlo e spezzarlo una volta per tutte. Nelle pagine di Io sono Bane avviene esattamente il contrario. Batman si rifugia nel manicomio, libera tutti i criminali e costringe Bane ad affrontarli, prima di arrivare da lui per il confronto finale.

Nota a margine per il comparto artistico. Le matite di queste storie sono assegnate a due disegnatori molto differenti, come Mikel Janin (Io sono suicida) e David Finch (Io sono Gotham, Io sono Bane). Se Janin, con il suo tratto pulito e le sue anatomie eleganti, ha il compito di tradurre per immagini le vicende del rapporto tra Bruce e Selina, a Finch spetta quello di dare vita alle sequenze più brutali. Così, mentre in Io sono suicida il tempo della storia segue le agili evoluzioni dai colori brillanti (di Jordie Bellaire e Marcelo Maiolo) dei movimenti dei personaggi, in Io sono Gotham e, soprattutto, in Io sono Bane, le anatomie massicce, i colori scuri e i contorni pesanti dei personaggi ci portano in un’atmosfera tetra e dura. Probabilmente questa intenzione è dovuta alla diversa natura dei conflitti in gioco. Mentre quello tra Bruce e Selina è un rapporto emotivo e psicologico, il confronto di Batman con Gotham prima e con Bane dopo è invece fisico e violento: per questo la scelta di un disegnatore come Finch, che sembra farci sentire tutta la fatica con cui i suoi personaggi muovono i loro corpi possenti, sembra ancora più efficace.

Conclusione

Nella cornice di un genere condannato, secondo Tom King, a far ripetere ai suoi protagonisti sempre le stesse azioni, l’autore decide di costruire un arco narrativo che approfondisce la psicologia del suo protagonista. Durante la narrazione, Bruce interagisce con diverse versioni di sé stesso: i gemelli Clover, Gotham e Gotham Girl (rabbia e paura derivanti dal trauma della perdita), Catwoman (vocazione all’autodistruzione e negazione della felicità) e Bane (abbrutimento e dipendenza dalla violenza).
Come Bruce, questi personaggi sperimentano tutti la solitudine, simboleggiata dalla perdita dei genitori. Ma solo lui è in grado di trovare dentro di sé le risorse per combattere questi demoni e controllare le sue emozioni. È Bruce, infatti, a vincere la guerra per lo Psicopirata e a curare così Gotham Girl, ovvero il personaggio che, in questo arco narrativo, simboleggia la parte dell’uomo vittima della paura.

Ma siamo sicuri che sia un ritratto positivo quello che Tom King fa di Bruce Wayne? Per superare il suo trauma, per vincere la sua battaglia delle emozioni, Batman avrà sempre bisogno di una dose di autodistruzione. Ma per stavolta il Cavaliere Oscuro ha vinto e la ruota potrà ancora continuare a girare. Sempre diversa, sempre uguale a sé stessa.

Abbiamo parlato di:
DC Ominbus – Batman di Tom King vol. 1
Tom King, David Finch, Mitch Gerads, Mikel Janin, Jordie Bellaire, Mercelo Maiolo, June Chung
Traduzione di Stefano Visinoni
Panini Comics, 2024
1088 pagine, cartonato, colori – 94,00 €
ISBN: 9788828790181

Fabio Massimo Cesaroni

Fabio Massimo Cesaroni

(Collaboratore esterno) Ha da sempre coltivato, parallelamente agli studi in Linguistica, la curiosità per il fumetto occidentale e per la sua storia editoriale. La condivisione di questo interesse lo ha portato a firmare, negli ultimi anni, articoli per riviste e blog. Su L’Incendiario è stato autore della rubrica «Essere o non essere…super?», dedicata al fumetto supereroistico, mentre su Galaxy Addicted ha approfondito - tra le altre cose - i meandri dell’universo di Star Wars tra fumetti, libri e cinema. Ha pubblicato anche una storia breve («La veglia dell’automa») sul secondo numero della rivista di fantascienza Bunker, avamposto cartaceo di Storie Bizzarre.

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