Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e Nathan

Abbiamo intervistato Giovanni Eccher, da alcuni anni in forza alla Bonelli, autore per Dampyr e Nathan Never e presto anche di Zagor e Dylan Dog.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e Nathan nasce a Milano nel 1976. Laureato in Lettere Moderne con tesi sul cinema, inizia la sua carriera come effettista per videoclip, spot pubblicitari, teatro e diversi cortometraggi, tra cui Beyond good and evil (con il quale vince il Premio per gli effetti speciali al Vancouver Effects and Animation Festival nel 1999). Prosegue la carriera di effettista parallelamente a quella di game designer (Ruff Trigger) e sceneggiatore, sviluppando cortometraggi, film didattici e il film stereoscopico per Gardaland Time Voyagers (2007). Arriva al lungometraggio con La radice del male (2006), di cui è co-produttore esecutivo, e The shadow within (2007), entrambi diretti da Silvana Zancolò. Collabora inoltre con il regista Dario Piana ed effettua una revisione del trattamento di Lost Boys III – The Thirst (Warner Bros 2010). È stato regista di diversi cortometraggi, film commerciali e spot televisivi, oltre che del documentario Magnus – Il segno del viandante (vincitore del VAM Fest 2008), dedicato alla figura di Roberto Raviola. Nel 2010 comincia la sua collaborazione con , approdando dapprima su e poi su , di cui ha sceneggiato storie sia per la serie regolare che per vari albi collaterali (Universo Alfa, Agenzia Alfa, Le grandi storie). Attualmente è al lavoro anche su Zagor e Dylan Dog.

L’abbiamo intervistato per porgli alcune domande riguardo la sua carriera, che parte dal cinema e arriva al fumetto, con uno sguardo sul presente e il futuro della Sergio Bonelli Editore.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e Nathan

Benvenuto su Lo Spazio Bianco, Giovanni.
Nella tua carriera hai svolto per lungo tempo il ruolo di regista. Al tempo, eri già appassionato anche al mondo del fumetto? 

Sì, anche se non sono un lettore hardcore. Le mie passioni di gioventù erano, oltre naturalmente a Topolino su cui ho imparato a leggere, i grandi autori del Giornalino dell’epoca (parliamo degli anni ’80 quindi Toppi, Mattioli, D’Antonio & Tacconi, Corteggiani & Cavazzano, De Luca…), quelli che trovavo sui vecchi Linus (Shultz, Quino, Al Capp, Chester Gould), oltre naturalmente all’intramontabile Jacovitti. Più avanti mi appassionò molto Cybersix di Trillo e Meglia, mentre il manga mi ha sempre lasciato un po’ freddino, così come i supereroi americani. In generale sono stato più un lettore “onnivoro” che passava da un Lanciostory a un Tex, che un fan di quelli che non perdono un numero di una specifica serie. Oggi l’unica serie che seguo regolarmente, a parte i fumetti Bonelli che ormai fanno parte del “lavoro”, è Rat-Man di Leo Ortolani.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e NathanCome è nato Il segno del viandante (2007), il tuo documentario su Roberto Raviola, in arte Magnus?
Il Segno del Viandante doveva essere, in realtà, la “puntata zero” di una serie di documentari sui maestri del fumetto italiano. L’idea non è stata mia ma di Paolo Lato, che ha prodotto il film insieme ad Anna Murro, e per questa puntata zero fu scelto Magnus anche per ragioni pratiche: quell’anno l’associazione culturale Hamelin aveva organizzato una grossa mostra su di lui a Bologna, dove ho girato parte del documentario. Devo dire che all’epoca avevo letto ben poco di Magnus, ed è stato questo documentario a farmelo conoscere e apprezzare veramente: anzi, a farmi diventare un vero e proprio appassionato. Ricordo in particolare come un momento magico, una notte passata a Castel del Rio proprio al Gallo, l’albergo in cui Magnus abitò e lavorò gli ultimi anni della sua vita. L’albergatore mi aveva assegnato la stanza che l’autore utilizzava come studio, in cui aveva disegnato il celebre Texone: dato che io non l’avevo ancora letto, me ne procurai una copia e la lessi proprio lì, prima di dormire. Fuori dalla finestra vedevo l’abside della chiesa di Castel del Rio, che poi è la copertina del volume delle Femmine Incantate.
Ma purtroppo non sempre le cose vanno come si vorrebbe, la serie non decollò e non riuscimmo nemmeno a distribuire il documentario in versione stand alone. A questo si è aggiunto il fallimento della casa di produzione, che ha bloccato ogni possibilità di distribuzione fino a pochi mesi fa, quando è stato acquistato da una nuova società. Staremo a vedere!

Lavorando a questo documentario hai scoperto qualche particolare inedito su Magnus?
Parecchi! Tuttavia, non avendo potuto intervistare il Maestro in persona, si trattava sempre di voci riportate. Per questo ho preferito concentrarmi sull’opera e raccontare solo fatti certi e testimoniati. Devo dire che, alla fine delle riprese, mi sono molto rammaricato di non averlo mai incontrato di persona. O meglio, l’ho incontrato proprio durante le riprese, in un certo modo… Ma si tratta di un fatto un po’ particolare, oltre che poco credibile a raccontarsi, che ho deciso di tenere per me.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e Nathan

Hai esordito in Sergio Bonelli Editore con Dampyr. Come sei entrato nel mondo dei fumetti?
Ero disoccupato! Scherzi a parte, il lavoro come sceneggiatore televisivo/cinematografico in Italia scarseggia, soprattutto a livello di prospettive e di interesse. Mentre altri paesi come Spagna, Francia, Inghilterra e Germania producono film e serie televisive di genere (polizieschi, horror, di fantascienza eccetera), che spesso surclassano l’ormai stantia offerta hollywoodiana, l’Italia è ferma al palo da trent’anni con i cinepanettoni, i film di mafia e le menate d’autore. Questo è un fatto, ed è inutile che a ogni premiazione in cui veniamo mazzulati (tipo l’ultimo Cannes), si levino cori indignati in difesa del fantastico cinema italiano, che fantastico non è più almeno dagli anni Settanta. Quando Tarantino a Venezia disse che l’Italia non era più una delle patrie del grande cinema, affermava una verità ovvia e sotto gli occhi di tutti: eppure anche quella volta fu zittito da mille voci (italiane) che si affannarono a negare l’ovvio e a dire che non era vero. Non importa se occasionalmente qualcuno se ne esce con un bel film: l’industria cinematografica italiana è oggettivamente a livelli di pura sopravvivenza. Nel fumetto invece, specie quello bonelliano (che poi è quasi l’unico rimasto, in Italia) i generi godono ancora di ottima salute; lavorando per la Bonelli posso scrivere storie horror, di fantascienza, poliziesche, fantasy e chi più ne ha più ne metta, senza essere guardato come un pazzo che vuole fare l’ammerigano (per qualche misteriosa ragione, in Italia il film e la letteratura di genere sono visti come appannaggio esclusivo degli USA). Inoltre, il fumetto ha l’innegabile vantaggio di non avere problemi di budget: le tavole hanno sempre lo stesso costo, che ritraggano primi piani di un personaggio o pianeti che esplodono e automobili che si schiantano. Questo ovviamente lascia un sacco di libertà allo sceneggiatore.

Quanto dell’esperienza cinematografica hai potuto riportare nelle sceneggiature a fumetti?
Parecchio, anche se sono mezzi molto diversi e parlano linguaggi diversi. L’esperienza cinematografica mi è stata utile più che altro nell’impianto visivo (inquadrature, composizione dell’immagine, movimenti dei personaggi) e quindi sostanzialmente nell’interfacciarmi con i disegnatori, mentre i dialoghi sono tutto un altro paio di maniche. Nel fumetto, i dialoghi devono essere estremamente succinti e riassuntivi, e contemporaneamente, devono spesso aiutare a spiegare cosa sta succedendo nell’immagine, che non essendo in movimento offre un margine di comprensione molto più limitato rispetto a quella cinematografica. Il tutto senza risultare eccessivamente artificiosi… Insomma, ci ho messo un po’ a capire come muovermi. Ma avendo iniziato con Dampyr, il mio primo maestro è stato Mauro Boselli, che è uno di quei maestri vecchio stile che non risparmiano le bacchettate, e che mi ha messo subito in riga.

In seguito hai iniziato a occuparti di Nathan Never. Nelle tue storie Nathan è finito in carcere, alla deriva nello spazio e si è scontrato con i suoi compagni. Ritieni che mettere i personaggi in situazioni estreme possa essere un modo per farli esprimere in maniera più interessante? 
Sai che non ci avevo pensato? In genere, quando propongo un soggetto per una storia, penso a una situazione di cui mi interessi parlare e che mi dia la possibilità di intessere una trama interessante, in cui i personaggi possano agire secondo la loro indole. Suppongo che la spiegazione sia questa: i personaggi bonelliani sono estremi, e quindi danno il loro meglio nelle situazioni estreme.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e NathanTra i personaggi che hai approfondito maggiormente nelle tue storie, ci sono Solomon Darver e Legs Weaver. Quanto sono importanti l’aspetto psicologico e i rapporti interpersonali tra gli Agenti nelle storie di Nathan Never?
Non sono solo importanti, sono determinanti per lo svolgimento delle trame. Un personaggio che si comporta in maniera divergente dalla sua personalità è una forzatura che rovina tutta la storia. Però, in un bacino di personaggi vasto e variegato come quello che si trova in NN, ogni autore può approfondire gli aspetti che sente più “propri”. Come credo tutti gli autori, anch’io ho le mie preferenze riguardo ai personaggi della serie. Nel mio caso – quindi parlo rigorosamente IMHO – Solomon e Legs sono senz’altro tra i personaggi che trovo più ricchi di potenzialità, perché sono pieni di contraddizioni e sfumature. Lo stesso dicasi di Sigmund, il quale ha certamente guadagnato dal rapporto con Betty, che fa da contrasto alla sua natura “vulcaniana”. Nathan, al contrario, è un personaggio “immobile”, basta dire che è ancora lì a farsi menate sulla moglie morta da decenni, e ogni volta non fa altro che piangere sul latte versato… Ma quello è il suo ruolo, e guai se non fosse così. Kay è talmente potente da risultare ingestibile nel “quotidiano”, e lo stesso dicasi di Link: entrambi vanno benissimo quando si tratta di salvare il mondo, ma sono power-player e inevitabilmente questo li porta ad avere poca personalità. Elania, Branko e May si situano in una via di mezzo: sono personaggi stilizzati, adatti all’occorrenza a ricoprire ruoli di contorno, ma hanno anche loro delle personalità abbastanza complesse da poter diventare protagonisti.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e NathanIn risposta a una recente intervista ad Antonio Serra sull’omosessualità nel fumetto popolare, hai anticipato di essere al lavoro su una storia con un coprotagonista maschile dichiaratamente omosessuale. Come hai affrontato questa tematica? Credi ci siano dei vincoli in tal senso, lavorando per un fumetto come Nathan Never?
L’unico paletto che mi ha messo Glauco Guardigli (curatore della testata, n.d.r.) quando gli ho proposto questa storia, e che mi trovava perfettamente d’accordo, era che il personaggio in questione non finisse con l’assomigliare a una caricatura. Per il resto non mi risulta che la Sergio Bonelli Editore abbia mai “censurato” questi argomenti, anzi sono diversi i personaggi che pur non essendo gay hanno tra loro una certa tensione omosessuale – questo fa parte del realismo, non è necessariamente una presa di posizione dell’editore. Di conseguenza, non mi sono mai sentito vincolato dall’azienda in sé. Per di più, il mondo di Nathan Never non è quello di Tex: siamo nel futuro, e nonostante sia un futuro in cui il razzismo e l’omofobia sono ancora sporadicamente presenti, si suppone che globalmente l’omosessualità sia ormai accettata per quello che è – un fatto naturale. La vera novità di questa storia infatti non sarà il personaggio in sé, ma il suo coinvolgimento con Nathan…

Hai iniziato anche a lavorare su Zagor. Quali difficoltà ci sono nello sceneggiare storie di un personaggio con cinquant’anni di vita editoriale e migliaia di pagine di avventure alle spalle?
Zagor mi ha messo parecchio in difficoltà, soprattutto all’inizio, anche se Moreno Burattini si è dimostrato molto gentile e disponibile nel guidarmi in un mondo così codificato e ricco di regole non scritte. La difficoltà di Zagor sta proprio nella sua estrema stilizzazione: anche se l’ambientazione è più fantasy rispetto a Tex (con spazio per il soprannaturale), ci sono storie “da Zagor” e storie “non da Zagor”, ed è difficile dire quali sono di un tipo e quali dell’altro, per chi non ha una grande esperienza del personaggio. Però devo dire che mi è piaciuto molto realizzare lo Speciale che mi ha affidato Burattini, e che mi piacerebbe scrivere ancora per questa testata.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e Nathan

È stato di recente annunciato che sarai tra gli sceneggiatori coinvolti nel team di Dylan Dog. Puoi svelarci qualcosa in più riguardo al tuo coinvolgimento nella nuova stagione editoriale dell’Indagatore dell’incubo?
Per Dylan Dog ho appena iniziato a lavorare, quindi pur avendo già realizzato una sceneggiatura completa, mi considero ancora “in prova”. Essendo un appassionato di horror, va da sé che il passaggio a DYD mi ha solo fatto piacere, inoltre devo dire che sono in ottima sintonia con i curatori, Roberto Recchioni e Franco Busatta, e questo è fondamentale. Per quanto riguarda il “nuovo corso” dylandoghiano, mi è dispiaciuto un po’ per il pensionamento di Bloch, che mi stava simpatico, ma il nuovo rapporto di Dylan con la polizia è più intrigante e conflittuale, il che apre nuove prospettive narrative: ad esempio ora Dylan è spesso costretto a ricorrere all’odiata tecnologia, per poter consultare archivi o accedere a notizie utili alle indagini. La cosa che trovo più difficile è la gestione del personaggio di Groucho, che credo sia la “bestia nera” di chiunque scriva per questa testata: è un personaggio sul filo del rasoio, che dice idiozie ma non è affatto idiota, sempre sorridente ma mai allegro, insomma un personaggio che forse solo Sclavi era in grado di gestire con disinvoltura. Posso dire con orgoglio che nella mia prima storia l’ho affrontato di petto, senza relegarlo a contorno bensì facendolo partecipare attivamente per tutto l’albo. Insomma, non ho “conigliato”   Va anche detto onestamente che non sono un genio della comicità, quindi per le battute di Groucho mi faccio spesso aiutare da mio fratello e da diversi amici, che finora hanno tirato fuori delle chicche davvero notevoli.

Giovanni Eccher: dal cinema al fumetto, tra Magnus e NathanIl 3 luglio 2014 hai partecipato, insieme ad altri fumettisti, alla visita al CERN di Ginevra (organizzata con la collaborazione dello stesso CERN, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e di Lucca Comics & Science). Tale viaggio aveva certamente lo scopo di realizzare dei fumetti dedicati alla scienza (un primo esempio è OraMai di Tuono Pettinato, n.d.r.): come hai vissuto questa esperienza e cosa ne verrà fuori?
A dire il vero io non ho partecipato alla spedizione come fumettista ma come operatore di ripresa. Ho ripreso infatti tutta la visita, viaggio compreso, e il materiale, commissionatomi da Andrea Plazzi, è tutto lì nelle sue capaci manone in attesa di essere eventualmente montato in un backstage della vicenda. È anche il motivo per cui non compaio mai nelle foto di quel giorno: ero io a farle! L’esperienza è stata molto divertente, un furgone pieno di fumettisti da Milano al CERN e ritorno è già di per sé un soggetto pazzesco per un road movie – e lo svolgimento non mi ha affatto deluso.

Oltre a quanto già discusso, su quali progetti sei al lavoro attualmente?
Moltissimi. Però non saprei nemmeno se vale la pena di parlarne, perché ogni progetto può sempre andare in vacca da un momento all’altro e tutto quello che si è annunciato non vale più. Comunque posso dire che non ho abbandonato totalmente il cinema e la televisione, e che ho altri progetti anche per quanto riguarda il fumetto, non necessariamente in Italia. Intanto vi ringrazio per l’ospitalità sul vostro bellissimo sito, e prometto che vi terrò al corrente di eventuali sviluppi!

Grazie a te Giovanni per la disponibilità e a presto.

Intervista realizzata via email tra l’11 e il 15 giugno 2015.

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