Attivo nel mondo del fumetto da oltre trent’anni, come inchiostratore e disegnatore, l’inglese Mike Perkins è uno dei veterani del fumetto britannico e statunitense, appartenente a quella folta schiera di autori, soprattutto disegnatori, che hanno lavorato su una moltitudine di titoli, a volte per pochi numeri, magari per far rifiatare altri colleghi ben più conosciuti, ma che hanno anche occasioni di prendere il centro della scena con serie o miniserie, che magari ricevono premi o nomination. Artisti solidi, affidabili, riconoscibili, ma anche capaci di adattarsi alle atmosfere di una serie in corso d’opera..
Tutto questo ben si applica a Perkins, che nel corso degli anni ha affinato la sua tecnica sempre più su uno stile realistico e dettagliato, fatto di linee sottili e di forti ombreggiature, adatto a storie oscure, anche dai tratti violenti e horror. Uno stile che gli ha permesso di salire alla ribalta con l’acclamato Swamp Thing scritto da Ram V, in cui l’artista omaggia le atmosfere horror dei grandi che si sono succeduti sulla testata, quali Bernie Wrightson, John Totleben e Steve Bissette. Ma prima di questo ci sono stati tanti altri fumetti: dagli esordi su 2000 AD e su Judge Dredd, all’inchiostrazione di artisti come Rick Leonardi, Steve Pugh, Butch Guice, per poi passare a vari episodi di Capitan America durante l’acclamata run di Ed Brubaker e Steve Epting, fino al creator owned The Stand, scritto da Roberto Aguirre-Sacasa e tratto dall’opera di Stephen King, e a Lois Lane insieme a Greg Rucka.
Abbiamo incontrato l’artista in occasione dell’edizione 2025 della Fiera del Libro di Lipsia, dove ha presentato con Dan Jurgens la versione tedesca di The Bat-Man, storia pulp ambientata negli anni ’30, agli esordi di Batman. Con lui abbiamo parlato della sua carriera e delle sue opere più importanti.

Ciao Mike e grazie per il tuo tempo.
Prima di tutto, parliamo dei tuoi inizi: quando hai deciso di diventare un autore di fumetti e quali sono state le tue ispirazioni e influenze originarie?
Probabilmente all’età di due anni, visto che disegnavo sempre. Ma penso di aver capito di voler fare questo mestiere quando è uscito il primo numero di Captain Britain nel 1976: avevo sei anni e quello è stato il primo fumetto che ho visto. E poi poco dopo, nel 1977, è uscito 2000 AD, e c’erano sia autori spagnoli che inglesi, e tutto questo mi ha fatto capire che era qualcosa di cui volevo fare parte.
A livello professionale, ho trovato un agente a Londra che mi ha procurato i primi lavori e il mio primo incarico professionale è stato nel 1994 su 2000 AD e Judge Dredd, e così ho iniziato davvero.
E cosa ha influenzato di più il tuo stile?
Sicuramente 2000 AD, quindi autori come Brian Bolland, Steve Dillon e Dave Gibbons. Sono artisti brillanti, e la maggior parte di loro sta ancora creando lavori straordinari oggi. Quelli erano i miei riferimenti e, ora che sono un professionista e sono in giro da un po’, ho anche avuto l’opportunità di incontrare i miei eroi. E alcuni di loro lo sono rimasti anche dopo (ride).
Parlando della tua carriera, hai lavorato su molti tipi di fumetti e per diverse case editrici, tra cui DC e Marvel. Quali sono quelli a cui sei più affezionato, non solo professionalmente, ma anche emotivamente?
È difficile scegliere, ce ne sono molti. Penso che The Stand, l’adattamento del romanzo di Stephen King, sia in cima alla lista perché era una storia completa e totalmente realizzata da me e Roberto (Aguirre-Sacasa, NdR). Quando lavori su personaggi come Capitan America o Spider-Man, sai che qualcuno lo ha fatto prima di te e qualcun altro lo farà dopo. Ma con The Stand, tutto era lì, completo, e sentivo che fosse più mio.
Detto questo, io metto sempre molto di me stesso in ogni progetto, ma credo che quelli che avvii in prima persona ti restino più impressi. Per esempio, con Greg Rucka abbiamo davvero sviluppato Lois Lane, ne abbiamo parlato molto ed è stato un lavoro molto personale per entrambi. Lo stesso vale per Swamp Thing con Ram V, è stato un progetto forte.
Poi ci sono i fumetti indipendenti, come Rowan’s Ruin che ho fatto con Mike Carey e Freddie the Fix con Garth Ennis. Questi progetti, creator owned, sono speciali perché sono come dei figli.
Cambia anche il tuo approccio quando lavori su un progetto indipendente rispetto a un titolo più mainstream?
No, non credo. Cerco sempre di dare il massimo in ogni lavoro. Non posso semplicemente farlo in modo superficiale, devo metterci tutto me stesso.
Hai parlato di Swamp Thing e credo sia un personaggio con cui hai avuto una relazione particolare, avendoci lavorato a più riprese. Cosa trovi di affascinante in lui?
Dal punto di vista artistico, ti lascia molte libertà. Non puoi davvero sbagliare quando lo disegni, perché segui semplicemente dove ti porta il pennello. Se la pennellata va in una direzione, allora è quella giusta per Swamp Thing, perché è un personaggio così legato al mondo organico.
E poi ha una tradizione incredibile, con scrittori e storie leggendarie. Quando abbiamo lavorato a Swamp Thing, io e Ram V abbiamo deciso di non usare Alec Holland, perché la sua storia era già stata raccontata alla perfezione. Quindi abbiamo creato un nuovo personaggio, per provare qualcosa di diverso.

E uno degli aspetti più di impatto di Swamp Thing, oltre alla storia che è davvero interessante e ben scritta, sono i tuoi disegni, molto orientati verso l’horror e c’è molto che proviene dal periodo di Alan Moore, quindi con Steve Bissette e John Totleben.
Beh, penso che quando realizzi Swamp Thing in qualche modo devi guardare a loro. A un certo punto stavo finendo nei guai con John, perchè un paio di immagini le ho riprese da lui come omaggio alla sua arte e, quando sono uscite in rete, lui si è irritato. Quando però ci siamo conosciuti gli ho spiegato il mio intento, e dopo di che è andato tutto bene. Quindi sì, c’è una connessione, una ispirazione, ma poi devi espanderla. Quando abbiamo iniziato, Ram e io abbiamo parlato molto di body horror, gore, horror, e questo era il sentimento che volevo mettere nella serie.
Un altro personaggio su cui hai lavorato molto è Capitan America, soprattutto durante la run di Brubaker. Cosa ricordi di quell’esperienza?
Beh, il merito è tutto di Steve Epting ed Ed Brubaker, non mio. Quello era un periodo in cui ero più conosciuto come inchiostratore che come disegnatore completo. Avevo inchiostrato Butch Guice su Ruse per due o tre anni, quindi stavo cercando di riaffermarmi come disegnatore completo.
Mi hanno chiesto di inchiostrare Steve Epting su alcuni numeri, poi mi hanno proposto di lavorarci più stabilmente, ma inizialmente ho rifiutato. Volevo disegnare e non solo inchiostrare. Il giorno dopo, Ed Brubaker mi ha chiamato e mi ha proposto di alternarci: Steve avrebbe fatto un arco narrativo e io avrei disegnato e inchiostrato i miei tre numeri. Alla fine ha funzionato alla perfezione.
Come hai appunto detto sopra, hai lavorato molto anche come inchiostratore. In che modo questa esperienza ha influenzato il tuo stile di disegno? E quanto di te puoi mettere nel lavoro di un altro artista quando lo inchiostri?
Inchiostrare un altro artista ti insegna sempre qualcosa di nuovo. Quando inchiostro qualcuno, cerco di guardare come inchiostra se stesso, perché quello è lo stile che vuole ottenere. Il mio obiettivo è rispettare la sua visione, non imporre il mio stile. Ad esempio, quando ho inchiostrato Lee Weeks su uno degli episodi di Captain America, sono tornato indietro e ho studiato una storia che aveva fatto con Dave Gibbons nella quale si era inchiostrato da solo, e ho letto quella storia per assorbire la sua tecnica.

Parlando di Batman: The First Knight, che hai realizzato con Dan Jurgens e da poco uscito sia in Italia che in Germania, da dove è nata l’idea di riportare Batman alle origini, negli anni ’30?
Dan stava lavorando a un progetto chiamato Generations, che esplorava diverse epoche dei supereroi. In quel caso ho disegnato una tavola con Batman degli anni ’30, e Dan ha avuto l’idea di proporre un fumetto ambientato in quell’epoca. Avevamo già lavorato insieme su Green Lantern, ma quando mi ha presentato il pitch io stavo lavorando su Swamp Thing, quindi ho chiesto tempo. Abbiamo poi presentato la proposta alla DC, ma non è andata avanti finché non l’abbiamo portata alla linea Black Label, che l’ha approvata. Il Batman degli anni ’30 è così visivamente iconico: i guanti, le orecchie, tutto. È stato un progetto molto divertente da realizzare.
E a livello visivo, come ti sei preparato per ricreare l’ambientazione degli anni ’30?
Ho fatto molte ricerche. Molti dei luoghi nel fumetto si trovano vicino a casa mia, quindi ho scattato molte foto di riferimento. Ad esempio, la prigione nel fumetto è un vero edificio che ora è una meta turistica, quindi ho potuto visitarlo e fotografarlo da diverse angolazioni.
E arriviamo adesso all’ultima domanda: è stato annunciato che stai lavorando a una nuova storia di Judge Dredd scritta dal suo creatore, John Wagner. Cosa significa per te tornare su questo personaggio?
Dredd è stato il mio secondo lavoro da professionista, a riguardarlo oggi mi sembra orrendo (ride). Dredd cambia sempre, perché invecchia di un anno per ogni anno che passa nella realtà. È uno dei miei fumetti preferiti, lo leggo ancora ogni settimana.
Quando sono tornato in Inghilterra dopo venti anni negli Stati Uniti, mi sono trasferito in una città dove vivono molti autori di fumetti, tra cui John Wagner. Ci eravamo già incontrati e andavamo d’accordo. Gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto lavorare con lui, ma lui era praticamente in pensione. Poi ha visto il mio lavoro su Batman e ha deciso di scrivere qualcosa per me. Quindi, insomma, è andata così tutta la faccenda. E dato che viviamo vicini, vado spesso a casa di John, ci sediamo, prendiamo una tazza di tè e guardiamo la campagna mentre parliamo di lavoro. Rende il tutto più piacevole. Mi sento come se fossi tornato ad avere otto anni, e devo sforzarmi di ricordare a me stesso che non sono più un bambino, nonostante mi trovi qui, seduto accanto a John Wagner (ride).
E cosa puoi dirci di più? Il titolo è Death of a Judge, abbastanza esplicito…
Non posso dire nulla, non voglio fare spoiler!
Grazie per il tuo tempo, Mike!
Intervista realizzata dal vivo alla Fiera del Libro di Lipsia il 29 marzo 2025
Mike Perkins

Nato nel 1969, è un fumettista e illustratore britannico.
Ha iniziato la sua carriera collaborando con la rivista britannica 2000 AD e con Marvel UK, per poi approdare sul mercato americano con case editrici come DC Comics e Caliber Comics.Tra le sue opere più note si annoverano Carver Hale, Kiss Kiss Bang Bang, House of M: Avengers, Capitan America, The Stand e The Swamp Thing.
Nel 2024 ha lavorato come disegnatore alla miniserie The Bat-Man: First Knight, scritta da Dan Jurgens.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto diverse nomination agli Eisner Awards e ha vinto riconoscimenti come il Harvey Award e l’Eagle Award.
