
Provare a descrivere in poche righe la vita e l’importanza di Denis Kitchen per il fumetto statunitense (e di riflesso, mondiale) non è una cosa semplice, perché è come provare a raccontare la vita di tantissimi uomini e tante epoche diverse. Nato e cresciuto in Wisconsin, il fumetto lo accompagna sin dalla tenera età, quando già a tredici anni inizia a pubblicare le sue prime autoproduzioni scolastiche: nel fondare giornali studenteschi e universitari, già si vedeva il suo futuro, eclettico, battagliero e irriverente. In un periodo in cui la controcultura americana era nel pieno della sua spinta, tra lotte per i diritti e contro la guerra in Vietnam, il terreno culturale era pronto per la nascita e la crescita di un nuovo genere di fumetti: la fondazione di Kitchen Sink Press è uno snodo fondamentale per gli underground comix, per la pubblicazione di opere di autori e autrici come Jim Mitchell (cofondatore con Kitchen del giornale underground The Bugle-American), Bruce Walthers, Don Glassford e Wendel Pugh, ma anche Robert Crumb, Art Spiegelman, Justin Green, Trina Robbins, S. Clay Wilson e Howard Cruse, a cui Kitchen affidò la curatela editoriale di Gay Comix, prima antologia con temi LGBTQ+ realizzata da autrici e autori queer, pietra miliare non solo del fumetto, ma della lotta per i diritti negli States. La fine degli anni ‘70 e il tramonto dell’epoca della controcultura non segnano la fine di Kitchen e della sua casa editrice, bensì una trasformazione: negli anni ‘80 pubblica altri leggendari autori quali Will Eisner, Harvey Kurtzman, Al Capp, Mark Schultz, Monte Beauchamp e Charles Burns. Negli anni ‘90, la fusione con Tundra Publishing di Kevin Eastman e il trasferimento in Massachusetts segna un’ulteriore trasformazione, con la pubblicazione di opere di Alan Moore, Neil Gaiman, James O’Barr, Don Simpson e Scott McCloud, spesso accompagnati da vittorie di Eisner e Harvey Awards. Nonostante la chiusura nel 1999, Kitchen non ha mai smesso di occuparsi di fumetto, diventando agente d’arte e occupandosi di vendite di originali, scrivendo libri e curando una imprint, la Kitchen Sink Books, nata in seno a Dark Horse nel 2013.
Un altro contributo fondamentale di Kitchen è la fondazione, nel 1990, a seguito di un caso di censura e condanna del proprietario di una fumetteria, del Comic Book Legal Defense Fund, organizzazione no-profit che ancora oggi si occupa a vario titolo di difendere fumettisti, proprietari di fumetterie e altro in controversie legali di vario tipo.
In piena forma all’età di quasi ottanta anni, dedito a disegnare illustrazioni e caricature, a parlare con altri fumettisti e fumettiste e a vendere i suoi volumi, abbiamo incontrato Denis Kitchen al Festival del fumetto di Monaco: una forza travolgente e una voglia di raccontarsi instancabile, in una intervista in cui ha raccontato la sua storia, il suo percorso, i momenti di difficoltà e orgoglio, riflettendo anche sul fumetto contemporaneo.
Buongiorno, Mr. Kitchen, e grazie per il suo tempo. Prima di approfondire la sua lunga e gloriosa carriera, vorrei partire da dove tutto è cominciato, ovvero quando è nata la sua passione per i fumetti e cosa l’ha spinta, nel 1969, a iniziare ad autopubblicare i suoi lavori.
Ero un bambino degli anni Cinquanta, cresciuto nel Midwest americano. La televisione era agli albori. Fin da piccolo, i fumetti e le strisce dei giornali erano la mia principale fonte di intrattenimento. Ne consumavo quanti più potevo, specialmente scambiandoli con altri bambini del vicinato. Leggevo avidamente fumetti umoristici, horror, di supereroi, fantascientifici… praticamente ogni genere. Non ne avevo mai abbastanza. Ho anche cominciato molto presto a disegnare vignette. All’età di tredici anni realizzavo una pubblicazione chiamata Klepto che vendevo ai miei compagni di scuola. All’università disegnavo regolarmente una striscia e delle illustrazioni per il giornale studentesco settimanale e co-fondai Snide, la prima rivista umoristica dell’ateneo. Quando mi laureai in giornalismo, nel 1968, decisi di tentare una carriera nel mondo dei fumetti, pur sapendo che le probabilità di successo erano scarse. Ma la controcultura americana era in pieno fermento. Una generazione che protestava contro la guerra del Vietnam chiedeva anche i diritti delle donne, dei gay, la giustizia razziale e la legalizzazione della marijuana: un movimento che stava diventando una forza significativa in molte zone del paese. Il mio primo fumetto autoprodotto, Mom’s Homemade Comics, esaurì le 4.000 copie della prima tiratura in pochi mesi, principalmente nel mio quartiere. A quel punto ebbi la fiducia per affrontare qualsiasi sfida.

Come dicevo prima, ho usato la parola “leggenda” con cognizione di causa: lei è stato uno dei principali protagonisti della grande stagione dei fumetti underground. Cosa ricorda di quel periodo, specialmente degli inizi, con le prime pubblicazioni e poi con la fondazione della Kitchen Sink Press?
È facile guardare oggi al movimento “hippie” come a qualcosa di ingenuo, ma allora si avvertiva un reale senso di fratellanza, di speranza, di cooperazione e l’idea che davvero si potesse rendere il mondo un posto migliore. Nel nostro piccolo, con underground comix, l’intento era di creare fumetti per un pubblico di pari, con un approccio egualitario. In breve tempo diventai editore (Kitchen Sink Press), ma non smisi mai del tutto di disegnare né di considerarmi un artista. Ero ben consapevole che gli editori tradizionali non erano un modello virtuoso, quindi rifiutai fin da subito la relazione editore/artista esistente, applicando quella che per me è la “Regola d’Oro”: far sì che gli artisti mantenessero i diritti d’autore delle proprie opere e che gli originali tornassero a loro. Ritenevo anche che gli artisti dovessero essere pagati con royalties e non con una tariffa fissa per pagina, e che la contabilità dovesse essere trasparente e affidabile. Pensavamo che non si potesse cambiare la società in un giorno, ma che si potesse almeno controllare il nostro piccolo angolo di mondo, sperando magari che il nostro approccio innovativo potesse avere un’influenza più ampia. Quegli anni iniziali furono spesso economicamente duri, con tante ore di lavoro, ma furono comunque un’epoca entusiasmante. Fu incredibile collaborare con così tanti giovani talentuosi, pubblicare ciò che volevo e creare un sistema di distribuzione alternativo (la Krupp Distribution) che riusciva a vendere decine di migliaia di copie dei nostri folli comix, con i profitti condivisi equamente.

Era un’epoca in cui i fumetti facevano parte di un grande fermento culturale, di liberazione dei costumi e affermazione dei diritti: come si inserivano i fumetti in questo grande affresco e quale impatto pensavate avessero? Avete avuto la percezione che ciò che stavate facendo avesse davvero un effetto?
Il successo degli underground comix superò le nostre aspettative. Mi resi presto conto che il nostro pubblico—chiamiamolo “giovani disillusi”—si sentiva veramente alienato dalla cultura dominante e dal sistema politico ed economico, e in gran parte ignorava o diffidava dei mass media. A parte forse Rolling Stone, che si concentrava sulla musica, o manuali alternativi come The Whole Earth Catalog, avevano solo i settimanali alternativi, presenti in quasi tutte le città universitarie, e i comix underground. I settimanali erano connettori culturali importanti (ne co-fondai uno a Milwaukee), ma si occupavano per lo più di politica locale. I comix underground erano invece il collante universale tra gli hippie, che fossero nelle metropoli o in comuni rurali, da San Francisco all’Alabama, o studenti sparsi ovunque. Sapevamo anche che la maggior parte dei nostri lettori probabilmente fumava erba, e questo diventava un altro elemento rituale e unificante. Non c’è stato un momento preciso in cui ci rendemmo conto dell’impatto; fu una consapevolezza graduale. Arrivavano sempre più lettere entusiaste e i negozi head shop ci dicevano quanto i clienti fossero entusiasti. Alcuni cartoonist prolifici come Robert Crumb e Gilbert Shelton diventavano vere e proprie rock star nel nostro mondo.
In questo senso, una pietra miliare della vostra casa editrice fu la pubblicazione di Gay Comix, curata da Howard Cruse. Era il 1980 ed era la prima antologia creata da autori dichiaratamente gay. Che ricordi ha di quella serie e del suo curatore?
Howard Cruse era un artista che avevo pubblicato più volte negli anni Settanta. Il suo umorismo pungente mi colpiva molto. Notai che Headrack, un personaggio ricorrente nei suoi Barefootz, era sia un artista che gay. Pensai che potesse non essere un caso e gli chiesi se Headrack fosse in parte autobiografico. Howard mi confidò che era un uomo gay non dichiarato. Poco dopo gli proposi di curare un’antologia di comix realizzati da autori omosessuali. All’inizio esitò: temeva che se fosse stato “smascherato” avrebbe perso il lavoro da illustratore freelance. Ma dopo averci riflettuto accettò. Fu un atto molto coraggioso da parte sua. Il fatto curioso è che nessuno dei due conosceva altri fumettisti gay. Così proposi di inviare una lettera circolare a tutti i contatti del mio indirizzario. Funzionò: diversi autori fecero coming out e Gay Comix divenne realtà. E a quanto pare, ebbe un impatto importante su quella sottocultura.

Oggi anche i fumetti mainstream hanno introdotto personaggi LGBTQ+ e ci sono molti più autori di ogni orientamento.
Sì, ed è un’evoluzione che mi rende molto felice.
Kitchen Sink Press ha pubblicato alcuni dei più grandi fumettisti americani (e internazionali), come Howard Cruse, Robert Crumb, Art Spiegelman, Justin Green, Trina Robbins, S. Clay Wilson, e poi leggende come Will Eisner, Harvey Kurtzman, Al Capp e persino un giovane Charles Burns. C’è qualche aneddoto legato a uno di loro a cui è particolarmente legato?
Ce ne sarebbero tantissimi, ma forse quello che più mi è rimasto impresso è l’incontro con Will Eisner nel 1971. Ero alla mia prima convention a New York, invitato da Phil Seuling. Kitchen Sink aveva solo un paio d’anni. Stavo rovistando tra le scatole di un venditore quando lo storico francese Maurice Horn vide il mio badge e mi disse: “Il signor Will Eisner vuole parlarti.” Pensai fosse un errore, ma lo seguii. Arrivato alla suite di Eisner, lui disse: “Phil mi ha parlato molto di te. Voglio sapere tutto di questo sistema editoriale alternativo!” E cominciò a tempestarmi di domande: “Distribuisci davvero fumetti non restituibili? Gli artisti possiedono i loro diritti? Restituisci gli originali? Il tuo sistema di royalty come funziona? I tuoi comix sono davvero non censurati?” Quando provavo a chiedergli del suo passato, cambiava discorso. Era sinceramente curioso. Confessò anche che non aveva mai letto un comix underground, così andammo nella sala dei venditori dove Phil aveva un tavolo con quasi tutto il catalogo. Prima che potessi intervenire, Will prese una copia di Zap #2 e finì su una pagina di S. Clay Wilson dove Captain Pissgums tagliava il pene di un pirata e stava per mangiarlo dicendo: “La testa è la parte più gustosa.” Eisner sembrava aver appena morso un limone acido. Capì che la teoria lo affascinava, ma la realtà era uno shock generazionale. Se ne andò. Pensai che non l’avrei mai più rivisto. Ma gli scrissi una lettera al ritorno, inviandogli esempi più “equilibrati”. Mi rispose con entusiasmo. Da lì nacque una lunga relazione personale e professionale.
Un altro suo contributo fondamentale al mondo del fumetto americano è la creazione del Comic Book Legal Defense Fund. Come è nato e quali sono stati i suoi maggiori successi?
Alla fine degli anni ’80 il negozio Friendly Frank’s, vicino Chicago, fu perquisito e il gestore arrestato per “esposizione di materiale osceno”. Tra i fumetti sequestrati c’era Omaha the Cat Dancer, una mia pubblicazione di cui ero orgoglioso: erotica ma ben scritta, con personaggi complessi. Un poliziotto disse alla stampa che c’erano prodotti “satanici” nel negozio. Nessuna legge parla di Satana, quindi era chiaramente un fanatico religioso. L’avvocato assunto fece errori gravi e il gestore fu condannato. Decisi allora di fondare il Comic Book Legal Defense Fund (CBLDF). Creai un portfolio per raccogliere fondi, coinvolgendo artisti come Eisner, Crumb, Miller, Aragones e altri. Stampato a costo zero, venduto senza margini dai distributori, ci permise di assumere il miglior avvocato per la libertà d’espressione (lo stesso di Hugh Hefner). Vincemmo in appello. Con il denaro residuo, trasformai il CBLDF in una no-profit permanente. Ne presiedetti il consiglio per 18 anni. Oggi continua a difendere l’industria, soprattutto i rivenditori, dalla censura e dalla repressione.

Qual è la sua rilevanza oggi? E quali sono le battaglie nel mondo contemporaneo del fumetto?
Il CBLDF è nato prima di Internet, quando i rivenditori rischiavano l’arresto per il materiale esposto. Oggi le sfide sono diverse: i bambini possono aggirare facilmente i limiti di età online. Inoltre, molti fumetti ora sono nelle biblioteche. Ma ciò ha portato anche a rimozioni e censure. In un clima politico sempre più polarizzato, è facile prevedere tempi duri. Il CBLDF continua ad agire e a educare i rivenditori su come esporre fumetti per adulti in modo da evitare problemi legali.
Anche oggi, nel 2025, ci sono fumetti banditi nelle scuole e nelle biblioteche. Perché, secondo lei, fanno ancora così paura?
Il fatto stesso che suscitino simili reazioni dimostra il loro potere. Molti sono più turbati dalle immagini che dalle parole. Un esempio: qualche anno fa, nel Tennessee, dei genitori cercarono di far bandire Maus perché in una vignetta si vedeva un topo nudo in una camera a gas. Un topo nudo! L’opera racconta gli orrori dell’Olocausto ed era censurata per quel motivo. È difficile comprendere la logica di chi vuole imporre la censura.
Ora che ha superato i cinquant’anni nel mondo del fumetto, di cosa va più fiero? E come vede la situazione del fumetto nel 2025, a livello culturale e commerciale?
Ormai sono quasi sessant’anni! Sono orgoglioso di molte cose. Mi sento fortunato per aver conosciuto tanti autori straordinari e pubblicato le loro opere. Ho lavorato con i miei coetanei, ma anche con i miei eroi, come Eisner, Kurtzman, Caniff. Pubblicare A Contract with God e altre quindici opere di Eisner è stato un punto culminante. Così come Jungle Book di Kurtzman. Sono fiero di aver pubblicato Understanding Comics di Scott McCloud, From Hell di Moore e Campbell, Xenozoic Tales di Schultz, Twisted Sisters, Gay Comix e Black Hole di Charles Burns. È stata una carriera molto soddisfacente. E non è finita: anche se sono “in pensione”, disegno più che mai e lavoro a progetti artistici.
Quanto allo stato attuale del fumetto, mi colpisce la quantità di opere prodotte: tantissimi autori, una creatività travolgente, sia nell’indie che nel mainstream. Evito ormai le grandi fiere, preferisco eventi come SPX, MICE o il festival di Monaco, da cui sono appena tornato con una pila di graphic novel europei.
Purtroppo, però, vedo che molti fumettisti americani fanno fatica a vivere del proprio lavoro. I graphic novel richiedono un impegno enorme, e nel mercato saturo attuale, la maggior parte vende poco. Inoltre, Diamond, il distributore principale, è recentemente crollato. Il sistema è instabile. Ma, nonostante tutto, vedo più talento che mai e opere di grande bellezza. Spero sinceramente che il pubblico cresca e che sempre più autori possano essere ricompensati per il loro lavoro.
Intervista iniziata dal vivo e conclusa via mail nel luglio 2025.
Un ringraziamento a Heiner Lundstedt e all’organizzazione del Festival del fumetto di Monaco.
Denis Kitchen
Membro del movimento “underground comix” della fine degli anni ’60, ha fondato la Kitchen Sink Press (1969-99), una delle principali case editrici indipendenti. Nel 1986 ha anche fondato il Comic Book Legal Defense Fund, un’organizzazione senza scopo di lucro, che ha presieduto per 18 anni. Le sue agenzie letterarie e artistiche rappresentano numerosi artisti e patrimoni. È coautore di biografie su tre fumettisti: Al Capp (Bloomsbury), Harvey Kurtzman (Abrams), Harrison Cady (Beehive) e su Underground Classics (Abrams). Tra i libri su di lui figurano la monografia “The Oddly Compelling Art of Denis Kitchen” (Dark Horse) e “Everything Including the Kitchen Sink” di Jon Cooke. Cura mostre di fumetti negli Stati Uniti e in Europa e tiene conferenze. Ha vinto numerosi premi Harvey ed Eisner. Kitchen è stato inserito al primo scrutinio nella Will Eisner Hall of Fame, ha ricevuto un Life Achievement Award dal Museum of Wisconsin Art, ha tenuto diverse mostre personali e nel 2024 gli è stata conferita una laurea honoris causa dall’Università del Wisconsin. Il suo ultimo libro, “Creatures From the Subconscious” (Tinto Press), sarà seguito da un libro di disegni in 3D pubblicato da Fantagraphics nel 2025. Kitchen è il soggetto di un film documentario, Oddly Compelling, la cui uscita è prevista per il 2026. Si dice anche che faccia parte della segreta Bushmiller Society.

