Negli ultimi anni, il nome di Mikaël Ross ha fatto capolino sempre più spesso tra gli autori tedeschi più conosciuti a livello internazionale. Un successo che può essere spiegato dalla sua capacità di spaziare tra stili molto diversi, che attingono a scuole lontane tra loro, legate insieme in maniera via via più convincente nel corso della sua carriera. I primi lavori, quelli realizzati in coppia con Nikola Wouters, compagno di corso presso l’École supérieure des arts Saint-Luc (luogo dove hanno studiato altri importanti autori tedeschi, quali mancano i nomi ), attingono alla lezione francese: sia Lauter Leben! (pubblicato inizialmente per Sarbacane nel 2013, poi per avant-verlag nel 2014) – storia di formazione, di amicizie adolescenziali al suono del punk rock berlinese e di percorsi di crescita che allontano le persone- che Totem (sempre Sarbacane e avant-verlag nel 2016) – altra storia di formazione, questa volta unita a un’avventura adolescenziale nel bosco- guardano a Christophe Blain, a Joann Sfar, Manu Larcenet, ma anche a Gipi, nelle loro linee sottili e percorse da un’energia inquieta, in equilibrio costante tra drammaturgia e caricatura, un dinamismo vivido e vivace, su cui Ross innesta una ricerca personale che lo porta dall’acquerello alle matite, da colori più tenui ad altri pieni, via via sempre più atmosferici e narrativi.
Il grande successo arriva nel 2018, con Der Unfall, tradotto in molti paesi, tra cui Stati Uniti (Fantagraphics), Portogallo, Spagna e anche in Italia, con il titolo Imparare a Cadere per Bao Publishing: la storia della comunità per disabili di Neuerkerode, realizzata per l’anniversario dei 150 anni dell’istituzione, si inserisce nella poetica dell’autore del racconto di giovani ragazzi che intraprendono il percorso verso la maturità attraverso i primi amori e i primi dolori, e che qui si arricchisce di nuove dinamiche, come quella della disabilità.
Dopo alcuni episodi e storie brevi apparse su varie riviste, tra cui Polle, apprezzata antologia di fumetti per bambini e ragazzi, nel 2020 viene chiamato a realizzare un altro volume celebrativo, questa volta in occasione dei 250 anni dalla nascita di Ludwig Van Beethoven: in Goldjunge Ross intraprende ancora una strada diversa, raccontando la gioventù del compositore con leggerezza, guardando alla sua vita attraverso il filtro dei Peanuts o di Calvin & Hobbes e realizzando così un fumetto divertente, pieno di ritmo, capace di guardare a Beethoven, spesso immaginato come serioso e pesante, secondo una prospettiva del tutto nuova. Non a caso l’opera ha ricevuto molte lodi e candidature a premi.
L’ultima opera di Ross è Il Nirvana è qui (Der verkehrte Himmel, pubblicato in Italia da Bao) e segna un’ulteriore evoluzione dell’artista: si passa al bianco e nero e a un tratto che avvicina Giappone e Germania (in particolare alcune vignette sembrano guardare a Sasha Hommer, uno dei fumettisti contemporanei tedeschi più rilevanti) per raccontare una storia thriller ambientata nella periferia berlinese, tra malavita e multiculturalismo. Una storia che parla ancora di ragazzi, di crescita, ma anche di confronto con l’altro, e che si arricchisce di una componente avventurosa molto coinvolgente, forse la migliore opera a livello narrativo dell’intera carriera di Ross.

Proprio in occasione di quest’ultima uscita ho intervistato Mikael Ross, ragazzo molto simpatico e subito disponibile a raccontarsi e raccontare il suo processo creativo, le sue opere e quello che pensa del fumetto tedesco contemporaneo.
Ciao Mikaël e grazie mille per il tuo tempo. Per presentarti al pubblico italiano, vorrei iniziare chiedendoti come hai deciso di intraprendere questa carriera. Cosa ti ha influenzato inizialmente come lettore, e poi, più avanti, durante la tua formazione?
Il mio percorso è stato tutt’altro che lineare. Fin da bambino ero un grande appassionato di fumetti e ho iniziato con i classici franco-belgi. Poi, abbastanza presto, sono arrivati anche i primi manga tradotti per il mercato tedesco e mi hanno subito entusiasmato. Però all’inizio pensavo di saper solo leggere i fumetti, non farli. Nonostante ciò, non ho mai smesso di disegnare e di cercare di migliorarmi.
Intorno ai primi anni 2000 sono usciti in Germania anche i primi fumetti di Christophe Blain, Joann Sfar e altri autori di quella scuola francese, sullo stile di David B. Ne sono rimasto molto colpito – era qualcosa di completamente nuovo per me, un modo del tutto diverso di raccontare con i fumetti – e ho subito desiderato fare anch’io qualcosa del genere. Allo stesso tempo, però, ero consapevole che il mercato del fumetto in Germania era molto piccolo e poco sostenibile dal punto di vista economico, non c’erano realistiche prospettive di poter costruire una carriera. Per questo motivo ho iniziato studiando sartoria per il teatro dell’opera, e in seguito fashion design a Berlino.
Durante questi studi ho avuto l’opportunità, grazie al programma Erasmus, di trascorrere un anno in Belgio presso l’École supérieure des arts Saint-Luc, dove esiste un dipartimento specializzato in fumetto. Per un anno ho seguito un corso di fumetto, e questa è stata in definitiva la mia unica formazione nel settore. In quel periodo ho anche conosciuto Nikola Wouters, con cui ho realizzato i miei primi due libri – Lauter Leben! e Totem. Lui scriveva le sceneggiature, io disegnavo. Così è iniziato tutto, in modo graduale.

L’École supérieure des arts Saint-Luc di Bruxelles è stata importante per molti autori tedeschi. Cosa ha significato per te studiare lì?
L’anno a Bruxelles è stato estremamente importante. In Germania, all’epoca, non esisteva un vero know-how nel campo del fumetto. Alla Saint-Luc insegnavano Eric Lambé e Denis Larue Lapière, due professori con un’enorme competenza, soprattutto per quanto riguarda il découpage, cioè la composizione delle tavole e il lavoro di storyboard. In poco tempo ho imparato moltissimo. E lì ho anche lavorato molto con Nikola – in particolare su come si costruisce una storia dall’inizio alla fine.
Quanto è stato importante per te collaborare con uno sceneggiatore? Avevi realizzato anche fumetti da solo in precedenza, quindi cosa ti ha dato il lavoro a quattro mani, rispetto al fare tutto da solo?
Il mio primo fumetto “da solo” era in realtà un esercizio tratto dal libro Fare fumetto di Scott McCloud. È stato quel fumetto ad aprirmi la strada per il Belgio – era il mio pezzo di candidatura, sulla base del quale sono stato accettato alla scuola. Quindi è stato molto importante. Allo stesso tempo, però, mi sono reso conto che non ero un grande sceneggiatore. La storia era piuttosto confusa. Così ho deciso di concentrarmi sul disegno, mentre Nikola si dedicava alla scrittura. In questo modo avevamo maggiori possibilità di trovare un editore, perché ognuno poteva focalizzarsi sul proprio punto di forza.
Hai iniziato pubblicando in Francia e in Belgio, solo successivamente in Germania. Quali differenze c’erano allora – e com’è la situazione oggi per quanto riguarda produzione, promozione e sostegno nei due paesi?
La differenza principale era l’apertura mentale. Gli editori tedeschi – anche quelli indipendenti – erano molto cauti nei confronti di nuovi autori. Raramente dicevano: “Proviamo”. Più spesso era: “Meglio di no”.
Con Éditions Sarbacane in Francia è stato diverso. L’editore ci ha dato fiducia fin da subito. Ci ha detto: “Dateci 60 pagine di storyboard e, se vanno bene, firmiamo il contratto.” Questa apertura e la ricerca attiva di nuovi talenti in Germania non c’erano. Solo dopo aver pubblicato in Francia anche gli editori tedeschi si sono convinti. Ma oggi le cose sono cambiate, per fortuna. Penso che gli editori tedeschi abbiano capito che in Germania ci sono molti talenti. Se non li sostengono, questi andranno all’estero, quindi cercano di evitarlo.
Nei tuoi primi progetti hai lavorato con sceneggiatori, ora invece lavori per lo più da solo. Come nasce una storia per te? Da un’immagine, da un testo, da un personaggio, da un’emozione?
Per essere onesto (magari meglio “A voler essere onesti”?), non lavoro mai completamente da solo, ho sempre un team. Ad esempio, ho un editor – Jean-Baptiste Coursaud – che mi accompagna fin dall’inizio. E nella maggior parte dei casi collaboro anche con una colorista o con qualcuno che mi aiuta nella realizzazione tecnica. Per Il nirvana è qui, ad esempio, Inês Ferreira ha realizzato tutti i retini. Perché disegnare fumetti è già di per sé un’attività molto solitaria, e senza persone intorno è facile perdere la fiducia in un progetto.
Quanto al punto di partenza – se venga prima l’immagine o il testo – per me di solito viene prima l’immagine. Per Il nirvana è qui era l’immagine di tre ragazze con i pattini a rotelle in un quartiere di prefabbricati in piena estate. Da lì parto con la ricerca, poi scrivo, e poi ritorno di nuovo alle immagini.
Il tuo stile si è evoluto nel corso degli anni. Ogni nuova opera sembra diversa – come se il tuo stile fosse in costante cambiamento. Cosa ti spinge a farlo?
Credo che abbia a che fare con la cultura del fumetto in Germania, o meglio: con la mancanza di una tradizione continua. A causa del periodo nazista, in Germania c’è stata una frattura nella storia del fumetto che altri paesi non hanno avuto. In Italia, Francia, Belgio o Giappone esiste una tradizione ininterrotta, da noi no. Per questo motivo mi sono sempre orientato verso altri paesi. Leggo molto – fumetti in francese, manga, fumetti italiani – e traggo ispirazione da molte scuole diverse. Per questo ogni progetto ha un aspetto un po’ diverso.
Quindi lo stile viene dopo la storia?
Sì, per lo più è così. Ad esempio, per Il nirvana è qui, ho cercato a lungo di lavorare con l’acquerello – ma non funzionava. Non si adattava all’atmosfera della storia. A un certo punto è stato chiaro: doveva essere un libro in bianco e nero, anche a causa della trama poliziesca e dell’estetica grezza del quartiere di Lichtenberg.
Ho poi riletto Dōmu di Katsuhiro Otomo, in cui disegna il suo quartiere d’infanzia in Giappone, anch’esso un insediamento di edilizia popolare. È stato quello il modello per lo stile di questa mia opera.
Il tuo primo grande successo è stato Imparare a cadere, che è stato pubblicato in molti paesi. È nato come opera su commissione – per l’anniversario della fondazione Neuerkerode. Come hai affrontato il progetto?
Imparare a cadere è nato su iniziativa di Rüdiger Becker, allora direttore dell’istituto. Neuerkerode è un villaggio in Bassa Sassonia dove da oltre 150 anni vivono persone con disabilità mentali o multiple. Becker è un appassionato di fumetti e ha avuto l’idea di raccontare la storia del luogo in forma di fumetto. Aveva già chiesto ad altri disegnatori, che però avevano rifiutato. Poi il progetto è arrivato a me. All’inizio ero esitante, ma dopo una visita sul posto ho avuto la sensazione che potesse nascere qualcosa di speciale. Per due anni sono andato regolarmente lì, vivevo in un piccolo appartamento per gli ospiti e raccoglievo impressioni. La storia è nata da queste esperienze.
I personaggi sono persone reali?
La storia è fittizia, ma tutti gli elementi provengono dalla realtà – piccoli pezzi di puzzle tratti da Neuerkerode. L’ispirazione è venuta dal luogo stesso.
In un’altra intervista hai detto che in un secondo momento hai capito che non si trattava solo di raccontare dell’istituto, ma anche di te stesso in qualche modo, giusto?
Sì, me ne sono reso conto solo in seguito. Molte persone a Neuerkerode associano la propria storia al sentimento di essere stati abbandonati, spesso perché sono arrivati all’istituto solo quando i genitori si sono ammalati o sono morti. Questo sentimento – di solitudine, di sentirsi fuori dal mondo – lo condividono anche molte persone senza disabilità. Credo che sia proprio questo a creare un legame.
Dopodiché, nel 2020, hai disegnato anche una biografia di Beethoven – Goldjunge. Ha quasi l’aspetto di una striscia umoristica da giornale – un po’ Peanuts, un po’ Calvin & Hobbes. Come sei arrivato a quel tono?
È emerso dalla ricerca che ho fatto. La nostra immagine di Beethoven è molto solenne, quasi sacra. Ma in realtà proveniva da condizioni piuttosto umili. Molti grandi artisti non provengono dall’alta borghesia. E quando hanno successo, questa li assorbe. L’idea di Goldjunge era riportare Beethoven nella sua classe sociale. Mostrare che è uno di noi, di una famiglia normale. Questo mi sembrava importante.
E stilisticamente, come hai lavorato sulla narrazione?
Essendo la mia prima biografia, ho dovuto concentrarmi su episodi, perché è impossibile raccontare 25 anni di vita in un fumetto. Questo tipo di narrazione a strisce nasce quasi automaticamente quando si pensa di impostare il racconto così.
Parliamo ora del tuo libro più recente: Il nirvana è qui. È un giallo, un’avventura, un racconto di formazione e anche un romanzo sociale. Come hai fatto a combinare tutti questi livelli?
È stato estremamente difficile. Non ce l’avrei fatta da solo. Il mio editor Jean-Baptiste Coursaud mi ha aiutato molto – con la struttura, con le decisioni su cosa tenere e cosa togliere. È stato un processo di scrittura lungo e tortuoso, con molti vicoli ciechi.
Un tema centrale sono le prospettive migratorie. Molti personaggi hanno origini vietnamite o di altri paesi. Qual è stata la tua motivazione?
Per sette anni ho lavorato come supplente in scuole nel quartiere berlinese di Lichtenberg – un’area molto diversificata a livello etnico e culturale. È questa la base del libro. Per me era chiaro fin dall’inizio: doveva essere una storia multiculturale. È così che appare Lichtenberg. Per rappresentare i personaggi in modo autentico, mi sono fatto consigliare – soprattutto da viet-tedeschi. Ho fatto molti colloqui, posto domande e raccolto feedback.
E il quartiere stesso sembra quasi un personaggio principale. Era voluto?
Assolutamente. La prima immagine era proprio quella delle ragazze con i pattini a rotelle in quel complesso residenziale, i famosi Plattenbauen dell’ex Germania Est. Credo che l’architettura possa essere un personaggio narrativo a sé. Questo mi ha molto colpito in Dōmu di Otomo e volevo ottenere qualcosa di simile.
Parlando di stile, i personaggi sono più tondeggianti, meno geometrici, e anche meno “francesi” rispetto alle tue opere precedenti – più vicini al manga (hai citato prima Dōmu di Otomo), ma anche alla Germania, come con Sascha Hommer, ad esempio.
Esatto. Anche L’Autoroute du Soleil di Baru è stato però un’influenza importante – questa fusione tra la tradizione franco-belga e quella manga. E anche Taiyo Matsumoto, soprattutto con Sunny. Entrambi giocano molto con la forma e l’atmosfera. Queste due opere mi hanno particolarmente ispirato per Il nirvana è qui.
Vorrei chiudere questa intervista con una domanda in prospettiva, dato che sei una figura centrale del fumetto contemporaneo tedesco. Come vedi il suo sviluppo – e cosa ti auguri per il futuro?
A volte sono un po’ preoccupato. In Germania, i fumetti seri, politici o storici hanno vita più facile – ricevono finanziamenti e attenzione. L’intrattenimento, l’umorismo, le storie poetiche o leggere hanno molte più difficoltà. Eppure il fumetto nasce come intrattenimento – dai giornali, dalle strisce umoristiche. Ci è voluto molto tempo perché i fumetti fossero accettati anche come letteratura per adulti. E ora il pendolo sta forse oscillando troppo nell’altro estremo: contano solo i graphic novel seri. Vorrei più spazio per la diversità – e che anche opere divertenti, poetiche o d’intrattenimento trovassero riconoscimento. Perché questo medium può offrire molto più che essere solo serio.
Intervista realizzata via Meet 14 il luglio 2025
Si ringraziano Bao Publishing e avant-verlag per il supporto
Mikaël Ross
Nato a Monaco nel 1984, Studia fashion design e, allo stesso tempo, scrive e disegna storie, pubblicando Herrengedeck, il suo primo fumetto, in autoproduzione. Nel 2010 interrompe i suoi studi di design della moda per un anno per unirsi al dipartimento di fumetti dell’Instistut Saint-Luc di Bruxelles. Lì incontra Nikola Wouters con il quale avvia vari progetti, pubblicando Les pieds dans le beton (2013) e Totem (2016) in Francia, editi da Sarbacane. Imparare a cadere è il suo primo graphic novel da autore unico, edito in Italia da BAO Publishing nel 2020. Nello stesso anno, pubblica in Germania Goldjunge: Beethovens Jugendjahre, sulla vita del celebre compositore. Nel 2025, sempre per i tipi di BAO Publishing, in Italia arriva Il Nirvana è qui, il suo lavoro più recente e già pubblicato in diversi Paesi europei. L’autore vive e lavora a Berlino.





