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Colt Frontier: Il Far West di Sergio Toppi

28 Maggio 2024
NPE ci fa immergere in una frontiera atipica, narrata dal maestro Sergio Toppi in sei racconti qui ristampati in un´unica raccolta.
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“Il paese era molto giovane
I soldati a cavallo era la sua difesa
Il verde brillante della prateria
Dimostrava in maniera lampante l’esistenza di Dio
Del Dio che progetta la frontiera e custodisce la ferrovia”

Chissà che, quando volse la sua attenzione al West, Sergio Toppi non stesse ascoltando Buffalo Bill di Francesco De Gregori, inciso proprio nel 1976, anno della pubblicazione del primo dei sei racconti che compongono Colt Frontier.

I paralleli, però, si fermano all’ambientazione: infatti il West dell’artista milanese è opposto a quello del cantautore romano. In Buffalo Bill, la prateria è ricca, brillante, “dimostra l’esistenza di Dio”, o meglio del Dio umano che domina e sottomette il mondo naturale (progetta la frontiera). Al contrario, il West di Toppi non ha niente di epico. Qui, l’uomo non è il signore della natura, ma piuttosto un intruso, e – se c’è un Dio – è totalmente indifferente alle sue vicende.

D’altro canto il Western di Toppi si allontana completamente da qualunque immaginario “classico” che ne possiamo avere. Azione e sparatorie ridotte al minimo, nessuna cavalcata, nessuno sceriffo buono o bandito ricercato “dead or alive”. Come scrive giustamente Luca Franceschini nella preziosa prefazione del volume “A Toppi non interessa rileggere, reinterpretare o destrutturare il genere e i suoi topoi. Toppi è direttamente da un’altra parte, in una dimensione “toppiana” unica e solo sua.

Questo West unico ci viene mostrato in sei racconti, pubblicati tra il 1976 e il 1983. Racconti di personaggi apparentemente tipici della frontiera americana – il cercatore d´oro, il fuorilegge, l´indiano – ma che ci accorgiamo rapidamente essere molto più complessi. In poche pagine, Toppi riesce a dare spessore e umanità a queste figure, al di là dello stereotipo. Non si possono definire né eroi, né antieroi. Inoltre, non c’è mai un vero e proprio “cattivo”, se non l´umanità stessa con i suoi vizi e bassi istinti.

Apre la raccolta L’Amore alla Vita del 1976. Una storia di nuda sopravvivenza, la vita di un uomo che si trascina, giorno dopo giorno, in una landa desolata, confrontandosi con una natura che non è crudele ma, peggio, completamente indifferente. Un passo dopo l´altro, il cercatore si spoglia lentamente di tutta la sua umanità, fino a che non rimane altro se non il rifiuto primordiale della morte. Il titolo scelto da Toppi, forse con un pizzico di amara ironia, vuole indicare proprio questo rifiuto elementare, la volontà di continuare a esistere, nonostante tutto. I disegni appaiono statici, apparentemente spogli, come la landa desolata e priva di significato nella quale l’uomo si trova, un eterno presente sempre identico.

Anche nel secondo racconto, Una sola volta nella vita (1977), la lotta – o meglio la fuga – dell’uomo dalla morte è centrale. Nella storia precedente la morte prendeva infine le sembianze di un vecchio lupo, qui apre la storia, implacabile come una condanna. Il protagonista questa volta è un bandito, ladro e assassino. Ma Toppi non ricalca mai i topoi, i suoi personaggi rifuggono sempre da una superficiale classificazione, rivelandosi estremamente umani e “reali”. Questo racconto forse ce ne dà l’esempio migliore.
Come la morte, altro tema ricorrente è l’oro, carico del suo simbolismo. Nella prima storia questo veniva trasportato con fatica sempre crescente dal protagonista in un sacco di pelle d’alce, l’ultima cosa dalla quale si separa costretto a scegliere tra quello e la vita. Qui l’oro si presenta sotto due forme: quella concreta del bottino sottratto dal bandito ai minatori, minacciati o uccisi, e quella del sogno dell’altro protagonista, un’illusione che si trasforma in “follia quieta”.

La composizione della pagina è “semplice”, le vignette si concentrano di volta in volta su pochi soggetti, ma, ciononostante, non risultano mai spoglie, bensì nascondono una ricchezza di particolari non subito evidente, ma che richiede un’osservazione più attenta. Toppi si concentra soprattutto sui soggetti umani, che sembrano lentamente farsi da parte mentre i due protagonisti del racconto, fuggendo dalla legge, si addentrano in una natura sempre più selvaggia, in boschi, valli e montagne che sembrano inghiottirli. Qui l’artista li fa lentamente scomparire nel paesaggio naturale, che invece si prende sempre più spazio, fino a che, alla fine, il bandito, proprio quando è a un passo dal perdersi completamente nella natura, fuggendo così alla legge, ritrova una sua umanità. Questa, nel primo racconto, è qualcosa che viene lentamente perduto, qui invece, viene ritrovata. Paradossalmente, è proprio l’umanità a condannare il bandito, sebbene lo riscatti moralmente.

Un vecchio ammiraglio in una capanna sperduta nei boschi canadesi è il protagonista di Ammiraglio a Riposo, del 1983. Rispetto alle due storie precedenti, questo personaggio sembra aver trovato un suo equilibrio con la natura, e tutto ciò che desidera è silenzio, solitudine e un buon sigaro.
Un altro elemento, presente anche nelle storie presenti, qui è reso esplicito da Toppi: è l’essere umano a causare squilibrio e a venire, per questo, punito. La pace dell’ammiraglio è infatti interrotta dall’arrivo di un bandito, in fuga dalla legge. L’ammiraglio, in equilibrio con il mondo naturale, sopravvive in pace, mentre il bandito, avido, stupido e sregolato, è vittima della sua stessa arroganza. Ancora una volta il contrasto è sottolineato da Toppi con numerosi primi piani dei personaggi e vignette che si allargano improvvisamente ad accogliere il sublime paesaggio naturale nel quale gli uomini quasi spariscono.

In Rispondete alla mia Domanda (1983) un cercatore ormai disilluso racconta la sua storia. L’oro ancora una volta è centrale e, ancora una volta, si contrappone al mondo naturale, personificato dagli indiani. Questi, come l’ammiraglio del racconto precedente, risultano in pace e in fondamentale equilibrio con la natura. L’oro invece, emblema dell´avidità e ingordigia umana, genera lo squilibrio, condannando infine l´uomo. Il vecchio cercatore allora non è forse semplicemente disilluso, quanto piuttosto “illuminato”. È riuscito a liberarsi dalla fame dell’oro e sembra aver trovato una sua dimensione, una sorta di redenzione. Non si può dire lo stesso per John Colter, il personaggio al centro del racconto successivo.

Una visita per John Colter (1983) ci propone l’uomo più meschino tra quelli incontrati sinora, e infatti la natura, che Toppi ci racconta come garante di equilibrio e giustizia, scompare quasi completamente dalla storia e si ritrae al passaggio di Colter. Rispetto alle altre storie qui Toppi non si allontana quasi mai dal primo piano, quindi sono quasi completamente le espressioni dei personaggi a raccontarci la vicenda.
Avidità e meschinità sono le maggiori caratteristiche del personaggio, che si arricchisce ingannando e approfittandosi degli avventori del suo emporio, in particolare i pellerossa che Toppi ci mostra ancora una volta come esseri più puri e in equilibrio con il mondo naturale in confronto all’ “uomo bianco malvagio, dal cuore nero e la lingua biforcuta.
Forse è proprio nella rappresentazione degli indiani che Toppi scivola nello stereotipo del “buon selvaggio”; questi sono infatti dei personaggi positivi, in armonia con il mondo naturale, vagamente mistici, ma che risultano meno “reali” se paragonati ai miseri “uomini bianchi”, narrativamente arricchiti proprio dalle loro miserie e dai loro vizi. Al contrario, gli affascinanti “uomini rossi” sembrano più vicini alla natura, meravigliosa ma lontana e indifferente.

Chiude il volume Katana, l’unica storia a non essere stata pubblicata su Il Giornalino, ma a comparire invece nel 1988 su Comic Art. Inoltre è l’unica a colori del volume. L’oro, ancora una volta, torna a essere protagonista, ma Toppi riesce a sfruttare lo stesso tema senza mai ripetersi.
Questa volta facciamo la conoscenza di Jedediah McCoy, del quale notiamo subito la mano di legno che, scopriremo, nasconde un segreto. Come suggerisce il titolo in questo Western toppiano vi è un altro personaggio “fuori posto”, una presenza estranea (oltre all’uomo bianco), ovvero un giapponese che si è insediato su un valico e obbliga tutti quelli che passano a pagare un pedaggio. Non è la Katana che ha con sé che li convince a farlo, quanto piuttosto la sua incredibile mira.

Nel complesso si può dire, banalmente, che Toppi non delude mai, pur continuando a sorprendere. Il suo Wild West esula dai canoni del genere: riflessivo, intimo, senza banditi e sceriffi coraggiosi. Qui il “Realismo Magico”, cifra distintiva di Toppi, sembra venir meno, per lasciar spazio alla natura nella sua crudezza, aliena e indifferente all´uomo. “Sembra”, poiché si intuisce – appena suggerita da Toppi – una magia insita in questo mondo naturale, che ha un suo equilibrio e una sua giustizia. L’essere umano, suggerisce Toppi, è un intruso in questo mondo che non ha speranze di controllore, né tantomeno di dominare, ma può solamente aspirare a raggiungere con esso un equilibrio.

Abbiamo parlato di:
Colt Frontier
Sergio Toppi
Edizioni NPE, 2024
104 Pagine, cartonato b/n e colore,  – 17,90 €
ISBN: 9788836272051

Marco Favaro

Marco Favaro

Classe 1990, ha studiato filosofia all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata conseguendo poi la magistrale presso la Freie Universität di Berlino. Nel 2021 ha ottenuto il suo dottorato in studi culturali e scienze umane alla Otto-Friedrich-Universität Bamberg.
È l’autore di “La Maschera dell’Antieroe”, pubblicato da Mimesis Edizioni per la serie “Filosofie.” Il libro definisce le strutture proprie del genere supereroico contemporaneo e i concetti filosofici che gli sono propri. Altri suoi saggi di pop-culture sono pubblicati per Routledge, McFarland o reperibili gratuitamente online. Con la scusa di studiarli, Marco legge e colleziona centinaia di fumetti, spaziando da Batman a Zerocalcare, da Dylan Dog fino a Zio Paperone.

2 Comments Commenta:

  1. Complimenti a Marco Favaro per la bella recensione del libro di Toppi.
    Abbiamo fato in Francia un sito dedicato a Sergio Toppi, vorrei che fosse internazionale, possiamo metterlo in linea ?
    Un cordiale saluto

    Michel

    • Ciao Jans Michel, grazie per i complimenti.
      Tutti i nostri contenuti sono diffusi in Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 3.0 Italia. Potete dunque usare la recensione di Marco Favaro – in tutto o in parte, estrapolandone dei passaggi, citando ovviamente la fonte originaria e l’autore. Anzi, se possibile, ci farebbe molto piacere che ci linkaste la versione che andrete a mettere sul vostro sito, quando sarà on line, scrivendo alla nostra mail redazione@lospaziobianco.it
      Ancora grazie e a presto.
      La redazione

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