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Alessandro Tota e l’importanza del romanzo grafico

Reportage della presentazione del volume “Charles” di Alessandro Tota al Circolo dei Lettori di Torino.

Mercoledì 27 settembre, nella suggestiva location del Circolo dei lettori di Torino, l’autore ha presentato Charles, romanzo grafico edito da Coconino Press.
Durante l’evento, moderato dallo scrittore Fabio Geda, si è ripercorsa in breve la carriera dell’autore, parlando dei suoi lavori e dei numerosi riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni.

Fin dall’inizio, l’incontro ha assunto i toni di una chiacchierata ‘ufficiosa’ fra Tota e il pubblico; Fabio Geda ha infatti invitato gli spettatori a interagire nel dibattito in qualsiasi momento, senza aspettare il canonico Q&A posto di norma alla fine degli incontri letterali.

Alessandro Tota e l'importanza del romanzo grafico

Di seguito è riportato un riassunto delle dichiarazioni dell’autore durante la serata, che ha risposto alle numerose domande di Fabio Geda e del pubblico.

Fabio Geda: Come vedi oggi il fumetto d’autore e il fumetto da edicola?
Alessandro Tota: Per quanto riguarda l’attualità, oggi esiste ancora un mercato del fumetto nelle edicole, anche se con il tempo sono cambiate molte cose.
Negli anni ’80 c’erano riviste d’avanguardia come Frigidaire, a cui mi sento ancora oggi molto legato. Sono infatti cresciuto con il mito di Andrea Pazienza, affascinato dal movimento del ’77, dalla vivacità culturale delle università dell’epoca e dalla musica punk.
Con gli anni ’90 sono arrivati i manga e i fumetti dei supereroi e pian piano il fumetto d’autore è iniziato a sparire dalle edicole; a un certo punto della mia vita, ho quasi avuto l’impressione di trovarmi in un deserto.

Alessandro Tota e l'importanza del romanzo grafico

F.G.: Hai voglia di raccontarci qualche dettaglio riguardo la rivista Canicola?
A.T.: Ho partecipato alla fondazione della rivista, che era un collettivo, per cui funzionava in modo orizzontale e democratico.
Da quella realtà ho ricevuto molto, anche perché lì dentro ero il più giovane, per cui portavo soprattutto energia. Di esperienza ne avevo poca.
Le mie opere a quel tempo erano parecchio incoerenti dato che cambiavo continuamente genere e, infatti, ogni mia storia risultava diversa dalla precedente.
All’epoca non avevo ancora sviluppato un’impronta stilistica riconoscibile.
Giuseppe Palumbo è stato il primo autore affermato che ho conosciuto. Ricordo anche che ogni tanto Scòzzari veniva nel suo studio e mi è capitato di incontrarlo lì.
Poi, a un certo punto della mia vita, quando ho finito di studiare pittura, ho deciso improvvisamente di andare a Parigi senza sapere cosa fare. È stata una scelta rapidissima, fatta letteralmente dall’oggi al domani.

F.G.: Nel corso del tempo tu e altri autori, come ad esempio Gipi, avete sdoganato un immaginario letterario all’interno del fumetto. Cosa ti ha spinto a concentrarti sul racconto del reale?
A.T.: Mi ricordo che da ragazzino non vedevo l’ora di disegnare New York. Palazzi giganteschi, moltissime persone, luci, colori. Era il mio ideale di soggetto perfetto per un disegno. Con il tempo però ho capito che per fare un disegno bellissimo non devi disegnare New York, ma i giardinetti di Bari. Un disegno vero deve riuscire a emozionare chi lo guarda, qualsiasi sia il soggetto disegnato. Quando Gipi ha iniziato a parlare della provincia, ha spiazzato un po’ tutti. Perché raccontare la provincia non è una cosa scontata. È riuscito comunque a far emozionare molte persone raccontando il reale.
Per quanto mi riguarda, fin dall’inizio nelle mie storie ho sempre cercato di raccontare una realtà a me vicina. Yeti è stato il mio primo libro a fumetti, una sorta di favola per adulti ambientata a Parigi. Fratelli è, invece, un libro su Bari, ed è un’opera che mi sembra piaccia soprattutto a un pubblico trasversale, non lo stesso di Yeti, almeno.
Con il tempo comunque, e in modo del tutto spontaneo, si è creata una vera e propria corrente di autori che hanno iniziato a raccontare la quotidianità.

Alessandro Tota e l'importanza del romanzo grafico

F.G.: Di recente Igort si è allontanato dalla Coconino per creare Oblomov Edizioni. Sei comunque rimasto collegato in qualche modo a lui?
A.T.: Sì. Ho conosciuto Igort quando mi sono trasferito a Parigi ed è stato per me un editor straordinario. Attualmente stiamo lavorando a nuovi progetti insieme, oltre che continuare la mia collaborazione con Coconino.

F.G.: Dell’opera Il ladro di libri, disegnato da Pierre Van Hove, hai invece firmato la sceneggiatura. Com’è per un autore completo dedicarsi alla sola parte scritta?
A.T.: Il libro nasce dall’amicizia con Pierre. Volevamo catturare lo spirito della Parigi anni ’50. Per quanto riguarda il mio metodo di lavoro, in questo caso ho scritto un testo indicativo e l’ho poi integrato tramite gli storyboard. Lavorando fianco a fianco in studio, abbiamo fatto un vero e proprio ping-pong con le tavole, discutendo insieme sulle soluzioni migliori da adottare durante ogni step del processo creativo.

F.G.: Parliamo di Charles. I giardinetti di Bari sono davvero così?
A.T.: Sì, tutto vero! Ora però non esistono più dato che li hanno eliminati per costruire un parcheggio.

F.G.: Come ti è venuta l’idea di piazzare Charles Baudelaire a Bari?
A.T.: Sarò sincero: l’idea mi è venuta quando avevo la febbre a 40°.
Charles è il risultato di un’improvvisazione, anche perché l’opera è composta da vari capitoli scritti in momenti diversi. Dei veri e propri frammenti di vita. Ogni giorno, per quattro o cinque ore, disegnavo un capitolo dell’opera. In tre mesi ho finito il fumetto (record folle perché solitamente per completare una mia opera ne impiego circa dodici). Devo precisare che il merito di essere riuscito a portare a compimento Charles è anche sicuramente di Igort. Lui per primo ha intravisto del potenziale, e una volta lette le prime tavole mi ha detto “smetti di fare qualsiasi altra cosa e concentrati su Charles”.

F.G.: A parte il delirio della febbre, qual è il filo rosso che lega insieme Baudelaire ai personaggi?
A.T.: Il filo sono i diari di Baudelaire. Sono pieni di humor, ma anche di momenti in cui dice di sentirsi perso e cerca una direzione. C’è anche tanto sarcasmo e un forte senso di rabbia verso i suoi contemporanei. Il suo era uno spirito iconoclasta. Non risparmiava nessuno: preti, insegnanti, bambini, cani. Si scagliava davvero contro tutti!
Ho deciso così di mettere insieme vari elementi della sua personalità giocando al tempo stesso con tutti i personaggi del racconto, facendoli interagire tra loro nel modo più spontaneo possibile tramite dialoghi naturali, diretti e senza artifici.

F.G.: Secondo te, poesia e fumetto come si legano?
A.T.: Secondo me l’importanza dell’elemento ritmico è fondamentale. La struttura della pagina è come una partitura musicale. Il legame con la poesia diventa quindi uno stimolo, uno spunto per raccontare qualsiasi cosa.

F.G.: Hai detto che Charles è nato da alcuni frammenti. Da un punto di vista grafico ti sei ispirato a qualcosa in particolare?
A.T.: Una cosa difficile è, spesso, quella di saper disegnare correttamente la luce, per esempio i paesaggi al tramonto o al mattino presto. Ho sempre avuto un po’ di difficoltà nel disegnare questi elementi. Charles è stato il primo libro in cui mi sono impuntato dicendo: “se devo fare un paesaggio, lo faccio e stop, senza paura”.
Secondo me un disegno difficile non è quello in cui devi ricopiare in modo fotorealistico un oggetto. Un disegno difficile è quello che ricrea un’atmosfera.

Alessandro Tota e l'importanza del romanzo grafico

F.G.: Per descrivere la realtà di Bari hai pescato dal magazzino dei ricordi?
A.T.: A Bari ho vissuto la mia adolescenza. Ho frequentato quel tipo di persone (che compaiono nell’opera) per molto tempo. A volte mi arrivano dei ricordi frammentati di quel periodo. Da quei piccoli tasselli ogni tanto riesco a costruire qualcosa.

Parlando brevemente anche dei progetti futuri, una persona dal pubblico ha poi chiesto all’autore cosa lo ha spinto ad avvicinarsi al genere fantascientifico in vista della sua nuova opera.
Tota ha dichiarato di provare un forte interesse per la fantascienza e che, dopo varie storie che hanno analizzato il reale, aveva voglia di proporre qualcosa di diverso.
Ambientando la storia nel futuro, è anche più facile parlare del presente. Nonostante la presenza di astronavi ed elementi futuristici, all’autore interessa comunque creare una fantascienza sociologica. Al momento, l’autore ha preferito non rivelare altri dettagli dato che il lavoro è in corso d’opera e potrebbe anche cambiare radicalmente in futuro.

F.G.: Il fumetto popolare Bonelli ti ha mai allettato?
A.T.: Sono nato nel circuito indipendente e così d’istinto non saprei darti una risposta precisa. Sicuramente il fumetto popolare ha delle meccaniche diverse da quelle a cui sono abituato e quindi dovrei sicuramente adattarmi un po’ per capirle al meglio. Da lettore comunque amo Ken Parker, secondo me un fumetto scritto davvero benissimo e disegnato in maniera innovativa.

In chiusura dell’evento, dal pubblico hanno chiesto all’autore cosa pensasse dei nuovi autori di fumetto, specialmente di quelli legati al web.
A.T.: Secondo me il web ha cambiato la testa di molti disegnatori. Molti autori di oggi, come ad esempio Sio, LaBadessa e Zerocalcare fanno numeri impressionanti su internet. Un disegno di una pagina, tramite i social network, arriva subito. C’è un vero e proprio riscontro immediato con il pubblico che prima non c’era. Allo stesso tempo, ci sono dei fumetti che, per tante ragioni, non possono arrivare a tutti. Alcune opere rimarranno sempre legate a una dimensione maggiormente di nicchia. Molti giovani autori si stanno allontanando sempre di più dal romanzo grafico, anche perché è molto faticoso realizzarlo. Capisco quindi perfettamente l’intenzione dei nuovi autori di non puntare su questo tipo di racconto. Un limite del web è che i like possono diventare una vera e propria droga, quindi bisogna stare attenti a non lasciarsi condizionare eccessivamente dalla ricerca dell’apprezzamento immediato, mantenendo il più possibile il sangue freddo.

 

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