Una Terra piccina piccina

Una Terra piccina piccina

Era il 1959 quando faceva il suo esordio sugli schermi televisivi statunitensi The Twilight Zone. Nota in Italia come Ai confini della realtà, la serie era stata ideata da Rod Serling e vedeva la collaborazione di scrittori di fantascienza come Richard Matheson, Charles Beaumont, Ray Bradbury, gente che non solo era l’avanguardia del genere fantascientifico dell’epoca, ma che soprattutto erano esperti in un particolare esercizio di stile non da tutti: il racconto.
In effetti durante gli anni Cinquanta del XX secolo c’era un certo interesse verso il racconto breve fantascientifico. Non a caso molte serie storiche sia della Marvel sia della DC Comics, sulle cui pagine esordirono diversi supereroi, nascevano come antologici di fantascienza. Una di queste serie era Mystery in Space della DC Comics, il cui primo numero è datato aprile-maggio 1951, esattamente settanta anni fa.
La struttura del magazine era abbastanza standard: una storia d’apertura, cui era dedicata la storia, affiancata da una seconda o da altre due (dipendeva dalla lunghezza delle singole avventure) e una serie di autoconclusive da una pagina, se non addirittura da mezza, che proponevano ai lettori informazioni scientifiche a tema astronomico: si spaziava dalla struttura dei pianeti, alle caratteristiche del sistema Sole-Terra-Luna, senza dimenticare i grandi astronomi del passato.

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Copertine dei numeri 47 e 39 di Mystery in Space

Molte erano anche le copertine con la Terra come protagonista, spesso presentata in situazioni pericolose o semplicemente assurde, come ad esempio una Terra in una cassaforte di cristallo sul #39 o un tiro alla fune cosmico con la Terra al centro della “fune” sulla copertina del #47. In questo Earth Day 2021 mi vorrei, però, soffermare su Mystery in Space #49, dove la Terra viene mostrata rimpicciolita. Come però suggerisce il titolo della cover story, The sky-high man, disegnata da Gil Kane, ad aver cambiato le sue proporzioni è il protagonista della storia, l’esploratore spaziale Harl Holt.
E’ un vero peccato che lo sceneggiatore della storia sia ignoto, poiché essa risulta ricca di spunti scientifici interessanti. Innanzitutto, come raccontato nella prima vignetta dopo la tavola d’apertura, la storia si basa sull’idea di un universo sferico di dimensioni inimmaginabili, ma comunque finito. Come abbiamo visto nei mashup pinkyani, la forma dell’universo molto probabilmente non è quella di una banale sfera, anche se questa immagine risulta la più semplice per spiegare alcuni degli effetti dovuti all’espansione cosmica.
mystery_space-49-universi_bollaAltro aspetto interessante è quello degli universi colorati, che vengono rappresentati come differenti bolle di, appunto, colori diversi. In questo caso l’aspetto interessante è che la storia anticipa di alcuni decenni un’idea nata come conseguenza dell’inflazione cosmica introdotta da Alan Guth nel 1979: l’esistenza di una sorta di universi bolla, qualcosa di simile a un multiverso, anche se non esattamente come quello supereroistico.
Infine il nostro Holt sintetizza in un’unica vignetta il redshift cosmico, ovvero lo spostamento della luce verso il rosso per tutti gli oggetti che si stanno allontanando dall’osservatore (un po’ come la diminuzione del volume di una sirena che si sta allontanando dopo essersi avvicinata alla nostra auto).
Anche l’interazione dell’astronauta con la Terra risulta in qualche modo interessante: da un lato Holt non riesce a interagire con il pianeta: le sue molecole sono così distanti una dall’altra da essersi in un certo senso diradate, pur mantenendo una certa opacità. Holt, per contro, è in grado di interagire con l’astronave e il suo equipaggiamento, che evidentemente si è ingigantito con lui, ma i segnali che manda hanno una lunghezza d’onda (ovvero la distanza tra due picchi del segnale) superiore alle dimensioni della Terra, che quindi non può ricevere i suoi messaggi.
Anche se per piccoli dettagli, The sky-high man presenta, quindi, una certa cura scientifica, abbastanza tipica dell’epoca.