Durante lo scorso Romics, Dado e Savu, coppia nella vita e nel lavoro, hanno presentato il primo volume di Dragon Village, la serie pubblicata a puntate su Gigazine. L’edizione raccoglie i capitoli della prima stagione in una veste revisionata e a colori, con alcune tavole inedite. Li abbiamo incontrati per parlare di questa serie e di Gigaciao, la casa editrice di cui Dado è direttore editoriale oltre che fondatore insieme a Sio, Fraffrog e Giacomo Bevilacqua.
Dado e Savu, grazie del vostro tempo. Siete compagni di vita oltre che di lavoro, quale è stato il vostro primo lavoro insieme e come vi siete conosciuti?
Dado: Il primo progetto ufficiale insieme è stato Penelope, mi sembra. Ma in realtà ci siamo conosciuti giocando di ruolo. Io avevo aperto un canale Twitch per streammare le mie sessioni come master e ho cominciato a chiedere in giro a disegnatori e fumettisti se volevano giocare. Savu era nel party — faceva la ladra.
Savu: Sì, a parte assistenze varie nel corso degli anni — chiusure di libri dove magari serviva una mano per i colori — il primo progetto firmato davvero insieme come autrici/autori è stato Penelope.
Penelope però era una storia breve, un volume unico. Con Dragon Village, che è seriale, come è stato il cambio di passo?
D: Quando siamo partiti con Gigazine dovevamo lanciare la rivista mensile pensandola come una sorta di “rivista di Sio” — la maggior parte delle tavole sarebbero state sue, diciamo tra le 30 e le 40, e il resto riempito inizialmente dagli altri soci e socie con rubriche. C’eravamo io, Fraffrog e Giacomo Bevilacqua. Fraffrog aveva il suo personaggio basato su se stessa, Giacomo aveva il panda di A Panda Piace. Io non avevo un vero personaggio — solo delle strisce online — e non volevo metterci me stesso. Quindi ho pensato: creo qualcosa di nuovo, qualcosa che mi va di raccontare da qui a un po’. Sono arrivato al fantasy, anche perché vengo dal gioco di ruolo e avevo tante idee nel cassetto. Ho preso spunto da lì, ci ho messo in mezzo la cucina e c’è anche un’influenza forte di Dragon Ball/Dr. Slump — quel tipo di umorismo demenziale tipico del primo Toriyama.
Eravamo molto carichi, ma poi tirare su tutto è stato molto più complicato del previsto. Già dal primo numero di Gigazine eravamo in ritardo e da lì è stata una rincorsa continua. Sabu ha dato una grossa mano sui grigi, a volte sugli sfondi e quando ero terribilmente in ritardo le ho chiesto di occuparsi di entrambi.
S: Sì, infatti mi sono occupata anche degli sfondi praticamente in tutti gli ultimi capitoli.
Una corsa in puro stile mangaka…
D: Esatto! Faccio anche il direttore editoriale di Gigazine, quindi sono dietro a tutti i progetti, coordino i collaboratori — e il primo a essere in ritardo è proprio il direttore editoriale. È un grosso peso far girare tutta la macchina e a volte il capitolo è anche saltato — ci sono stati mesi di pausa, non perché mancasse materiale sostitutivo, ma per come si è organizzato il lavoro. Sapevamo comunque che, una volta concluso, tutto sarebbe stato raccolto nel volume e colorato da Sabu. In fondo è stato fatto come un manga: le pause ci stanno anche lì.
S: Anche il mal di schiena! (ride)
Qual è la sfida più grande in una serie lunga come questa?
D: Immaginare una vera costruzione del mondo — qualcosa che guardi avanti. È stato complesso perché non avevo mai scritto qualcosa di seriale così lungo ma con capitoli così corti: 14-16 pagine ciascuno. Ogni capitolo doveva funzionare anche da solo — leggibile anche se uno prende un numero a caso di Gigazine — ma dovevo anche portare avanti una trama orizzontale. Quindi ogni capitolo doveva avere un’introduzione, una scena d’azione o comunque un picco narrativo, e un finale — tutto pensato e strutturato in pochissime pagine. All’inizio mi ero fatto una scaletta con un breve soggetto per ogni capitolo in cui mi appuntavo quale tema trattare in ogni episodio.
E questo metodo ha tenuto finora?
D: Sì, però mi sono anche reso conto che passati tre anni da quando ho iniziato a pubblicare — dal 2023 — a volte devo citare qualcosa già usato prima e non me lo ricordo bene. Lì l’unica soluzione è andare a rileggere e così faccio, per fortuna! Mi è capitato anche con un personaggio, Meringa. Nella mia testa è sempre stata “Meringa” perché è bianca, ma nel testo era già comparsa con un altro nome (che adesso comunque non ricordo!). L’ho corretto nella raccolta, ma nei Gigazine originali resta l’incongruenza.
S: I nomi dei personaggi sono tutti ispirati ai cibi e sono frutto di una sera di solo brainstorming di nomi di cibi in varie lingue per tirare fuori quelli più carini.
D: Anche questo è un omaggio a Dragon Ball, tra l’altro. Comunque, queste piccole incongruenze capitano anche nei tankobon giapponesi quando la serialità è molto lunga — anche autori come Oda hanno editor che badano a questo, ma noi siamo pochi e non possiamo seguire tutto con la stessa attenzione.
Savu, tu hai supportato Dado nei momenti difficili di lavorazione: eri coinvolta anche nella parte creativa della storia?
S: No, la storia l’ha sempre scritta solo Dado. Però a volte mi racconta un capitolo prima ancora di scriverlo o disegnarlo, e gli do consigli — gli dico se una cosa non è chiara, per esempio.
Quindi il tuo pieno coinvolgimento è arrivato solo quando hai realizzato la colorazione in volume?
S: Non proprio: ho sempre fatto i grigi, quindi sono dentro dall’inizio proprio. Negli ultimi capitoli, come dicevo prima, ho fatto anche gli inchiostri degli sfondi, per velocizzare il processo: Dado abbozzava e portava avanti personaggi e scene d’azione, io ripassavo gli sfondi. E poi sì, nella colorazione sono stata quasi sempre io, ad eccezione di un paio di capitoli che ha colorato Agnese perché io ero impegnata su altre cose per Gigazine.
D: In realtà però esiste anche un personaggio inventato da te.
S: Sì, è nato in modo casuale. Dado si era alzato per rispondere al telefono e avevo davanti la scheda con i personaggi degli alunni della classe di Chily. Ho inventato un personaggino al volo, e poi è rimasto perché era carino, piaceva tanto a entrambi.
La vostra visione sulla storia è cambiata in questi anni, dal 2023 a oggi?
D: Ogni mese, in ritardo, mi bastava guardare la scaletta che mi ero fatto e ringraziarmi: «il me del passato ci ha già pensato». A volte però rileggo un soggetto e penso «questa cosa non mi piace più, la rifaccio diversa» perché sono passati magari anni e ho cambiato idea su una certa cosa. Il succo del capitolo resta spesso simile, ma alcune dinamiche cambiano. E mi capita anche, dovendo disegnare io stesso certe scene, di dire «è troppo difficile da disegnare, non ho voglia» — e quindi cambio la scena. (ride)
Quali sono i pilastri di Dragon Village che non cambieranno mai?
D: Sicuramente l’umorismo e i toni leggeri: anche se ci sono capitoli più seri quando succedono cose più serie, c’è sempre una battuta che spezza il tono. Poi la tematica della cucina, che voglio continuare a portare avanti: il protagonista è uno chef, ed è il motore di molte scelte narrative. E infine l’avventura — nel senso più letterale: esci di casa e succedono cose.
E nel lungo termine si andrà avanti come Dragon Ball, dove i personaggi diventano sempre più maturi?
D: Non ho programmi così a lungo termine, ma in realtà nella mia testa c’è già un’idea — è uno spoiler, ma si capisce abbastanza presto: Chily è per metà drago. Quindi vive molto più a lungo degli umani, è quasi immortale, non invecchia alla stessa velocità e resterà bambina più a lungo rispetto ai suoi compagni di classe, che nel giro di due o tre anni saranno cresciuti mentre lei resterà sempre della stessa età. Però i draghi possono anche cambiare forma — e questo l’ho già inserito in una storia extra alla fine di un volume, dove a un certo punto le viene un naso “a patata” che prima non aveva. Sembra una stupidaggine, ma in realtà indica che può mutare aspetto come vuole, come un drago. Magari un giorno deciderà semplicemente «ora sono adolescente». Non lo so ancora — non nella prossima stagione, forse in quella dopo.
La prossima stagione la disegnerai tu?
D: No, la prossima stagione non la disegnerò io perché ho avuto troppe difficoltà a star dietro a questa. Probabilmente dalla stagione successiva disegnerà Carlo Lauro — non so se lo conoscete, ha fatto tantissime cose! La scriverò sempre io, e quando raccoglieremo i volumi i colori rimarranno sempre a Savu, così avremo coerenza nella colorazione.
Quindi se dovessi scegliere tra scrittura e disegno, sceglieresti la prima?
D: Sì, preferisco sempre la scrittura — mi piace raccontare la storia, ma mi piace anche vedere come qualcun altro interpreta quello che scrivo: magari io non l’avrei disegnata così, ma va bene, anzi direi che è meglio. Quando scrivo per me stesso, faccio scelte narrative che mi rendono la tavola più facile da disegnare, perché non ho tempo e non voglio mettermi in difficoltà — per esempio evito scene di folla con tante persone. Quando invece devo solo fare la sceneggiatura non mi do freni: le scene sono complesse, piene di gente e di dettagli. (ride)
S: Sì, lo facevi anche con me! Casualmente, gli sfondi più complessi erano sempre quelli destinati a chi doveva disegnarli per te…
Quattro anni fa hai fondato Gigaciao con Sio, Fraffrog e Giacomo Bevilacqua. Come casa editrice sei soddisfatto di dove siete arrivati?
D: Sì, sono soddisfatto. In questi tre anni Gigaciao è cresciuta molto e in fretta, e anche noi siamo dovuti crescere insieme. Siamo partiti che eravamo davvero in tre, a sistemare tutto da zero, senza un catalogo precedente. Poi abbiamo iniziato a inserire nuovi editor, grafici, social media manager. Siamo nati in un momento in cui l’editoria stava scendendo, quando la bolla era già esplosa — da una parte è stato un bene perché non abbiamo avuto il “paragone” con un periodo migliore, siamo entrati direttamente in un contesto di crisi diffusa. (ride)
Siamo comunque riusciti a uscire in edicola e resistiamo, con i cali fisiologici di un canale che non cresce e tende a chiudere punti vendita. Questo ci permette anche di sperimentare: Gigazine è diventato un po’ una palestra, sia per noi che per inserire nuovi autori e autrici con storie particolari. Paghiamo comunque bene le tavole, sui 100 euro a tavola, che in Italia è un entry level di tutto rispetto.
Al di là dell’aspetto economico, da fuori sembra una realtà che funziona.
D: L’aspetto economico per me è centrale, perché è quello che permette a un autore — che magari per anni ha lavorato a mille cose diverse per arrivare a una cifra dignitosa — di iniziare a considerarlo un vero lavoro. Se ne parla poco. Per esempio con DAW, un autore un po’ pazzo, ma che ci fa ridere moltissimo: una delle prime cose che abbiamo deciso è stata “vogliamo pubblicarlo, vogliamo che lavori con noi, qualsiasi cosa serva”. Ci teniamo a far stare bene gli autori con la nostra casa editrice, perché se restano e lavorano con piacere si vede dalla qualità di quello che fanno. Anche a me è capitato in passato di lavorare a progetti dove non mi trovavo bene, o che non valevano economicamente la fatica — e il risultato ne risente, perché uno vorrebbe sempre dare il massimo. Anche se l’utopia iniziale si è scontrata con un settore in crisi e abbiamo dovuto rivedere certe cose, la nostra filosofia è rimasta questa: se gli autori stanno bene, i fumetti sono belli, e se i fumetti sono belli noi siamo contenti, anche a costo di un margine editoriale un po’ più basso.
Grazie Dado e Savu, a presto e in bocca al lupo per Gigaciao!
Intervista realizzata dal vivo ad aprile 2026 durante la 36a edizione di Romics.
Dado
Davide “Dado” Caporali nasce a Roma nel 1989. Ha sempre avuto un’enorme passione per il fumetto e il disegno; infatti, dopo il diploma di Liceo Scientifico, decide di frequentare la Scuola Internazionale di Comics e intraprendere la carriera del fumettista.
Il suo esordio nel modo editoriale avviene con le pagine di Maschera Gialla, una serie edita da Shockdom che l’autore ha intenzione di portare a breve a conclusione.
Collabora regolarmente con la rivista a fumetti Scottecs Megazine di Sio. Per questa collaborazione ha lavorato come disegnatore per entrambi i numeri di Dragor Boh, sui testi di Sio. Il primo numero di questa serie ha ricevuto la nomination come “Miglior fumetto per ragazzi” al premio Micheluzzi 2018. Queste storie sono state raccolte in un volume unico edito da Shockdom nel 2020.
Ha collaborando ai primi volumi della serie Attica (2019) di Giacomo Bevilacqua edita da Sergio Bonelli Editore.
Nel 2018 inizia a pubblicare online sulla pagina Instagram @dado_stuff delle strisce umoristiche a tema “paternità”, riscuotendo un discreto successo e da cui sono nate due raccolte di strisce Vita di Pai e Vita di Pai 2. Nel 2019 esce per Shockdom una storia inedita che fa da prequel alle strisce, Prima di Pai. Esordisce nel 2020 anche per Feltrinelli Comics con il libro Plot Hole. Nel 2022 è co-fondatore di Gigaciao insieme a Sio, Fraffrog e Giacomo Bevilacqua.
Savu
Silvia “Savuland” Landucci è una disegnatrice e colorista romana, esordisce nel 2021 come assistente di altri autori. Nel 2022 pubblica insieme a Dado la sua prima opera come disegnatrice, Penelope, con Saldapress, mentre l’anno successivo insieme a Fraffrog pubblica Che faccio da grande? per la neonata Gigaciao. Sempre per questa casa editrice lavora a svariati progetti legati alla Gigazine, tra cui Dragon Village, in cui si occupa prima dei grigi e poi della colorazione nell’edizione in volume, uscita nel 2026.












