The archive poster Muaturi (immagine copertina)

L’arte è ciò che rimane: intervista a Tommi Musturi

28 Gennaio 2026
Autore tra i più rilevanti della scena underground europea, Tommi Musturi racconta il suo percorso e la sua idea di fumetto, basata su una continua ricerca.
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Anthology og mind musturi

Tommi Musturi è uno dei più rilevanti fumettisti underground europei e certamente tra i più poliedrici: artista visivo, illustratore, scrittore e web designer, il suo lavoro si distingue per una continua e consapevole sperimentazione, cui fa da sfondo una profonda riflessione sul fumetto, sulle sue potenzialità e sul suo ruolo nel panorama culturale contemporaneo. Attivo in diversi contesti, nel tempo ha dato vita in Finlandia a un collettivo artistico, Kutikuti (da cui è nata la rivista Kuti), una casa editrice, Huuda Huuda, e oggi gestisce una libreria indipendente. La sua produzione va da fumetti brevi, raccolti in antologie anche come autore unico, a testi di più ampio respiro, sempre contraddistinti dal gusto per la ricerca, la provocazione e l’utilizzo di stili e tecniche differenti (tanto che le sue raccolte, come Future The Anthology of Mind, sembrano realizzate da più autori). I temi che affronta sono i più disparati, ma emerge un’attenzione al quotidiano e alla sua poesia (The Book of Hope, Simply Samuel), i futuri possibili e la fine del mondo (Future) e l’atto di raccontare attraverso il fumetto (The Anthology of Mind, con una postfazione che è anche un manifesto). Tommi Musturi era ospite per la prima volta al Treviso Comic Book Festival, presente con una mostra personale e una fanzine pubblicata per l’occasione da Strane Dizioni. Ne abbiamo approfittato per fare alcune domande all’autore sulla sua opera, sul suo modo di fare e intendere il fumetto e sulla sua esperienza di fumettista.

Book of hope Musturi cover

Per introdurre il tuo lavoro ai lettori italiani, cominciamo col chiederti come sei arrivato a fare fumetti, quali sono stati i tuoi primi passi in questo mondo.
Quando ho iniziato a disegnare, non era per i fumetti: frequentavo una sottocultura chiamata demoscene, un’attività un po’ nerd, si disegnava con vecchi computer. All’epoca avevo dieci anni: io disegnavo, un amico programmava e facevamo delle presentazioni con cose che si muovevano e facevano suoni, tutto molto semplice. Era prima di internet, inviavamo i prodotti per posta su dei floppy disk, in Europa e negli Stati Uniti. Disegnavo anche le copertine dei dischetti ed è così che ho iniziato a lavorare su carta. Più avanti, tra amici, ci siamo dedicati alle fanzine, in un contesto incentrato sulla musica. Ho fatto la scuola d’arte e lì ho conosciuto persone che facevano fanzine di fumetto già da tempo, mi sono inserito nel loro giro. Come autore, ho cominciato a interessarmi davvero al fumetto intorno ai vent’anni, anche se ero già un avido lettore. Ma mai avrei pensato di diventare un fumettista. Con la scuola d’arte, però, si è creato un gruppo di una decina di persone, siamo diventati un collettivo. Abbiamo pubblicato delle antologie, poi mi sono trasferito a Helsinki e mi sono dedicato a un libro più corposo, The Book of Hope. Ho ottenuto un contratto per pubblicarlo in inglese e in francese: quella è stata la svolta verso qualcosa di più professionale.

Anthology of Mind Musturi page

Nella tua attività di fumettista hai utilizzato gli stili di disegno e di narrazione più diversi, riflettendo sulle potenzialità del medium e, spesso, sui suoi limiti. Si direbbe che per te il fumetto è sia un terreno di esplorazione che uno strumento per esplorare, una mappa mutevole e in divenire. Avendo tu riflettuto nella pratica e nella teoria su questa domanda, viene spontaneo chiederti: cos’è per te il fumetto?
Vedo il fumetto come un tassello dentro lo spettro dell’arte. Ci sono cose simili al fumetto, come l’animazione o la poesia visiva, ma alla fine, secondo me, stanno tutte dentro un ampio spettro artistico. E credo che l’arte sia un dialogo tra me e il pubblico.
Mi sono appassionato proprio al fumetto perché è relativamente semplice: bastano un foglio (o qualcosa di simile) e una penna (o qualcosa di simile). Se dovessi fare un film, avrei bisogno delle attrezzature, degli attori e di tutto il resto. Inoltre il fumetto, nella sua veste di fumetto d'”arte”, se così vogliamo chiamarlo, è una forma artistica piuttosto giovane, quindi permette ancora di scoprire cose nuove. Ogni anno leggo almeno un fumetto di altri autori che mi sorprende.
E una terza cosa che mi piace di questo medium è che ha un pubblico piuttosto mainstream, almeno per quanto riguarda la sua tradizione. Faccio un esempio: mia moglie è una poetessa, scrive poesia contemporanea, un ambito che ha un bacino di lettori ristretto e che è difficile ampliare. La maggior parte delle persone, invece, ha una qualche esperienza con i fumetti: li leggeva da bambino e magari li legge ancora. In quel caso il pubblico lo si può raggiungere con maggiore facilità, perché capisce il medium, ha già le competenze per leggerlo. E se io uso stili diversi, tra cui magari quelli mainstream, i lettori prendono in mano il libro e cominciano a leggerlo. Uso lo stile come esca, poi il contenuto potrebbe essere molto diverso dalle loro aspettative.

Book of hop Musturi Page

Lo scorrere narrativo dei tuoi fumetti non è sempre facile o intuitivo, sia rispetto a una storia, sia, nello specifico, rispetto ai passaggi tra una vignetta e l’altra. È come se mancasse qualcosa che va ricostruito, o come se qualcosa sia stato messo fuori posto. Eppure, l’insieme è estremamente ordinato: si sente che, per quanto strano, è esattamente quello l’ordine delle cose. In The Book of Hope un personaggio dice “Visible is what you will face and invisible what you will stumble onto” (“Il visibile è ciò che incontri, l’invisibile quello in cui inciampi”): mi sembra che descriva bene il tuo modo di fare fumetto. Come lavori in questa direzione? E perché?
All’inizio facevo fatica a trovare il modo migliore per mettere in pagina le mie idee e di conseguenza avevo molto testo. Ho iniziato a togliere le parole, lasciando solo le immagini e spesso funzionava. Ancora oggi lavoro in questo modo: potrei avere molto testo nella sceneggiatura e molti dialoghi, ma poi comincio ad accorciarli ed eliminarli, finché in alcuni casi non ne rimane nessuno. Cerco di ridurli al minimo perché, in un certo senso, nei fumetti insisto molto sull’aspetto visivo.
Su come nascono i miei fumetti, innanzitutto io tendo a fare molte altre cose, come pittura, disegno e scrittura. Quando ho un’idea, prima mi chiedo se dovrebbe essere un fumetto o un dipinto o magari un testo. Non voglio forzare le cose perché stiano in una certa forma. Poi, se decido di trasformare quell’idea in un fumetto, penso alla tecnica e alla narrazione. Mi chiedo quale sia il modo migliore per far arrivare l’idea al lettore: magari decido che è meglio confonderlo, creare una contraddizione con lo stile. Alla fine, credo che per me la cosa più importante sia fare fumetti vividi e freschi. Mi piace sfidare il pubblico perché così inizia a pensare. Per me il fumetto non deve essere solo qualcosa che si legge, o che si guarda come un film di Hollywood, che ce l’hai davanti per due ore e il giorno dopo non ricordi nulla. Quando si inizia a elaborare qualcosa, allora lo si ricorda. Si instaura un dialogo tra il lettore e il mio lavoro. A me piacciono le opere aperte, che mi spingono a interrogarmi su come vanno a finire. Per questo anche nei miei fumetti, ad esempio Simply Samuel (Fantagraphics 2017), elimino l’ultima vignetta. Non spiego come finisce, è il lettore che deve pensarci.
Poi il bello del fumetto è che ha tante variabili: lo stile, il disegno, i dialoghi, il layout. È importante sorprendere il lettore, ma anche te stesso. Quindi, in certi passaggi, inserisco qualcosa che non c’entra nulla. È una tecnica che si trova spesso nelle narrazioni asiatiche, che siano film o fumetti: usano immagini tra loro molto diverse, oppure montaggi particolari, narrazioni non lineari.

Future cover varie

Nella postfazione a The Anthology of Mind parli della “prison of style”: lo stile sarebbe un limite, un bisogno indotto dal mercato per rendere gli artisti riconoscibili e vendibili. Il mercato, così, si è saturato di fumetti già familiari, che hanno tutti “lo stesso sapore”, col risultato che crescere come artisti, ma anche come lettori, è sempre più difficile.  Consapevole di questa dinamica, hai ipotizzato un “piano di fuga”, che si rispecchia nel tuo lavoro. Non credi, però, che l’approfondimento di uno stile permetta di ottenere la fiducia e la fedeltà del lettore e condurlo comunque a delle scoperte e a dei contenuti?
Sì, certo, sono d’accordo: non dico che non si possa fare arte mantenendo lo stesso stile. Però pensa a certi fumettisti, o a degli scrittori che pubblicano molti libri: se mantengono delle cifre caratteristiche, il pubblico inizia ad aspettarsi sempre lo stesso prodotto da loro. Quello è anche il momento in cui l’artista e il pubblico smettono di pensare, vanno avanti in automatico, nella creazione come nella lettura. È come avere il tuo cibo preferito e mangiarlo ogni giorno: alla fine non ti piace più così tanto. E non è un caso che, quando si parla di scrittori o fumettisti di successo, spesso il primo libro, l’esordio, viene considerato il migliore.
Ma se ci aggiungi un po’ di pepe, avrà un sapore diverso. Credo che abbia molto a che fare con il mantenersi svegli come artisti e con il continuare a pensare al pubblico in modo che non si limiti a godersi il libro. Anche chi legge deve lottare, riflettere ed elaborare il contenuto. Per questo mi piace combinare un’idea con uno stile che non le si adatta perfettamente.

Mi sembra sia un discorso che si collega al dibattito sull’intelligenza artificiale, in quanto processo che “mastica” immagini già esistenti e le ripropone elaborandole. Del resto, tu ti occupi molto di digital art, di ambienti multimediali e di estetiche di internet, quindi ti chiedo: cosa ne pensi dell’intelligenza artificiale per produrre immagini? Siamo davanti a un fenomeno completamente nuovo o qualcosa che non fa altro che aggravare dinamiche già in corso?
Non mi sono fatto una vera opinione sull’IA. Ovviamente vorrei che risolvesse i problemi del mondo, non quelli dei fumetti: il cambiamento climatico, il cancro, non so, i grandi problemi.
Ma la questione dell’intelligenza artificiale riguarda, naturalmente, il modo in cui le persone creano l’arte. Quando andavo all’accademia, non c’era Instagram e noi studenti avevamo un tavolo pieno di libri da cui rubavamo i colori da un artista, il linguaggio formale da un altro, il tratto da un altro ancora, e combinavamo tutto quanto. E comunque dicevamo che era opera nostra. Se si fa arte in questo modo, è facile farla entrare nella pratica dell’intelligenza artificiale, fatto che rende senz’altro l’arte più vulnerabile. Forse dopo che l’IA avrà finito, dopo che avrà fatto la maggior parte delle cose, ciò che rimane potrebbe rispondere alla fatidica domanda “cosa è l’arte?”. Forse permetterà di concentrarsi su ciò che è umano del processo artistico. Su come si può usare l’arte come linguaggio.

Simply samuel Musturi page

A questo proposito, in quella postfazione che abbiamo citato scrivi che lo stile di disegno riflette il proprio tempo. Dato che, anche per il tuo lavoro nel collettivo Kutikuti, hai un occhio attento sul panorama del fumetto contemporaneo, credi che ci sia un’estetica che va per la maggiore, oggi? E cosa ci dice del nostro tempo? L’anno scorso dialogavamo con Dominique Goblet la quale ci diceva che, a suo avviso, era molto di moda il disegno minimale come quello di Sammy Stein e di Olivier Schrauwen.
Sì, come anticipavo, si possono vedere le tendenze su Instagram o Pinterest. E oggi questi nuovi stili si diffondono in un batter d’occhio: in questo modo, se qualcuno crea qualcosa di interessante, in vari paesi del mondo qualcun altro comincia a imitarlo, e può anche usare l’intelligenza artificiale per farlo. Certo, è molto strano a pensarci, viviamo in tempi paradossali. Naturalmente, spesso il pubblico locale non conosce il genio originale che ha creato quella cosa fantastica e il nuovo artista può sfruttarla. È un processo molto capitalistico.
Per me, se hai le tue idee e il tuo messaggio, puoi usare lo stile in modo diverso. Le tendenze vanno e vengono, è sempre stato così, solo che oggi il processo è molto più veloce. Uno stile di due anni fa sembra già superato, motivo per cui non so quanto abbia senso seguire queste tendenze. A me piacerebbe realizzare dei fumetti che non spariscano così in fretta, vuoi per lo stile, per il messaggio, per l’insieme dei due. Sarebbe bello se fossero intramontabili. Ma oggi è molto difficile prevedere cosa succederà: magari tra qualche anno sembreranno antiquati. Magari lo sono già.

Kuti78 kansi scaled

Sei uno dei fondatori e degli animatori di Kuti, rivista indipendente che ha dato vita a un piccolo culto per gli amanti del fumetto indipendente e autoprodotto europeo, una delle principali esperienze in Europa insieme a kuš! e poche altre cose. Come è nata quella rivista, e cosa ti ricordi del periodo della sua fondazione? Come si è evoluta e si sta evolvendo nel tempo, anche in relazione al pubblico?
Kuti è la rivista cui abbiamo dato vita con il collettivo Kutikuti, fondato nel 2005. In quel momento c’erano molte persone formate nelle scuole d’arte e design che si erano trasferite a Helsinki e non avevano un lavoro. Quindi passavamo molto tempo nei bar e ci dedicavamo ai fumetti. Dall’attività, dalle chiacchiere e dal confronto, abbiamo deciso di affittare uno spazio insieme. All’inizio eravamo in sei o sette e condividevano lo stesso interesse per la sperimentazione con i fumetti. Abbiamo cominciato a fare fanzine antologiche, ma avevamo già dieci anni di esperienza nel mondo del fumetto, avevamo già viaggiato all’estero e partecipato ai festival, quindi, fin dall’inizio, abbiamo iniziato a ragionare su come raggiungere un nuovo pubblico. Così abbiamo dato vita a un giornale gratuito di fumetti, Kuti, ci sembrava lo strumento giusto per farlo. Naturalmente abbiamo rubato l’idea dalla rivista americana Paper Rodeo di Providence, ma anche da Fort Thunder. In questo modo siamo riusciti a raggiungere le piccole città della Finlandia: i nostri libri si trovavano già nei centri principali, nelle gallerie e nei musei, o nelle librerie, ma i paesi piccoli non avevano nulla del genere. Il giornale gratuito è riuscito a raggiungerli. Avevamo una persona in ogni città che lo distribuiva. Per finanziarci, abbiamo cominciato a inserire nella rivista degli annunci pubblicitari: li disegnavamo noi, a mano, compreso il prezzo, e agli inserzionisti piaceva. Poi abbiamo ricevuto dei fondi dal governo, per continuare il progetto. Kutikuti ha cominciato a espandersi, è diventata un’associazione cui ci si poteva iscrivere. E improvvisamente siamo diventati 60 membri. Abbiamo organizzato delle mostre, circa 150 tra Europa, Stati Uniti e Cina. Oggi ci occupiamo anche della formazione dei membri, organizziamo workshop sulle tecniche di stampa e su alcuni software.
Di conseguenza, Kutikuti oggi è molto diversa dai primi tempi: all’inizio era un gruppo di amici della stessa età, ora il membro più giovane ha poco più di 20 anni e il più anziano ne ha 70. Coinvolge diverse generazioni, ma i membri sono tutti artisti contemporanei.

Immagine Musturi

Qui a Treviso esponi per la prima volta in Italia. Come avete lavorato alla mostra insieme all’organizzazione?
Mi sono trovato molto bene. Ho lavorato con Strane Dizioni, hanno praticamente allestito loro la mostra. Abbiamo realizzato insieme la pubblicazione della fanzine e alcune stampe. Abbiamo anche selezionato il materiale: a casa ho migliaia di cose e per questa mostra ho scelto opere che non avevo mai esposto da nessun’altra parte. Naturalmente, c’è molto materiale recente e anche tavole della fanzine che è stata pubblicata qui al festival. Ho cercato di dare un’idea della varietà di quello che faccio anche in uno spazio piccolo: si tratta più o meno di 30 opere. Sono molto soddisfatto. A me non piace andare alle mostre dove c’è una pagina originale appesa al muro con tanto testo. È come chiedere alle persone di leggere il fumetto dal muro. Quando faccio una mostra di fumetti con degli originali, cerco di scegliere opere che si adattino allo spazio, che siano facilmente leggibili. Oppure che siano interessanti per qualche altro motivo, come la tecnica. Per questo non ho portato solo disegni elaborati, ma anche schizzi, studi preparatori, lavori in cui sono visibili gli errori. In questo modo si può vedere anche il processo.

Forse questo fa parte di ciò che “rimane” dell’arte: il processo, la materia, l’errore.
Forse. Sicuramente aiuta a costruire il dialogo tra l’artista e il pubblico. E questo porta a porre domande, che portano a pensare.

Grazie Tommi Musturi per questa intervista.

Intervista realizzata il 28 settembre 2025 a Treviso durante il Treviso Comic Book Festival.

Tommi Musturi

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Nato nel 1975, è un fumettista, graphic designer e illustratore finlandese e uno degli artisti più riconosciuti nel panorama del fumetto underground ed europeo. È uno dei fondatori del collettivo Kutikuti, con sede a Helsinki, che ha dato vita alla rivista di fumetto finlandese Kuti e che nel tempo ha pubblicato fumetti, organizzato mostre e corsi d’arte. Ha pubblicato su riviste e all’interno di antologie, ma anche molti lavori come autore unico: The book of Hope, il ciclo di fumetti che vede protagonista Samuel (Simply Samuel), The Anthology of Mind, Cracking (Pubblicato in Italia da D Editore) e l’antologia Future, pubblicati in Finlandia e all’estero. Negli Stati Uniti, i suoi fumetti sono editi da Fantagraphics. Ha inoltre fondato la casa editrice finlandese Huuda Huuda. Dopo il periodo trascorso a Helsinki, oggi Tommi Musturi vive a Siuro, una piccola città dove gestisce una libreria e fumetteria indipendente.

Rodolfo Dal Canto

Rodolfo Dal Canto

(Bergamo, 1993) Si avvicina al fumetto leggendo Topolino e PK, se ne allontana e ci ritorna verso la fine delle superiori. Si è laureato in Italianistica a Bologna con una tesi su come il fumetto può raccontare processi di trasformazione urbana (con i professori Pezzarossa e Sebastiani). Ha conseguito un dottorato all'Università dell'Aquila sul fumetto italiano contemporaneo. Scrive di fumetti anche per le riviste Limina, La Balena Bianca e nella rubrica dedicata alla nona arte del mensile Blow Up. È membro del gruppo di ricerca SnIF (Studying ’n’ Investigating Fumetti). Si interessa di distopia e post-apocalittico, assenza di futuro, spazi urbani, spettri e altre cose che gli mettono ansia. Vive a Bologna.

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