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Una ragazza autistica con la passione per il Giappone: intervista agli autori di “Essere Bea”

21 Marzo 2025
Spettro autistico, fake news e cultura Giapponese. Un’intervista a Beatrice Tassone, Marco Madoglio e Silvia Amodio per scoprire il dietro le quinte di "Essere Bea".
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Essere Bea di Beatrice Tassone e Marco Madoglio è un fumetto jap style che racconta la quotidianità della scrittrice e protagonista, una ragazza autistica e ipovedente. Dalla spesa al ristorante, ci si addentra nel suo modo di percepire il mondo.
Nato dalla volontà di Coop Lombardia di approfondire e divulgare informazioni sulle persone nello spettro autistico, il fumetto è acquistabile nei punti Coop e online. Qui una presentazione del volume sul sito Coop Lombardia.
Abbiamo intervistato gli autori e la curatrice, Silvia Amodio, ed è nata una chiacchierata ricca di spunti di riflessione, lettura e visione.

Essere bea copertinaBeatrice, Marco e Silvia, benvenuti su Lo Spazio Bianco e grazie per il tempo che ci dedicherete per parlare di Essere Bea.
Beatrice, nel podcast Nel mio tempo e nel mio spazio definisci la tua visione del fumetto “orientale”: come ti ha influenzata nel disegno e nel pensare il fumetto?
Beatrice Tassone: I miei studi in ambito fumettistico si sono concentrati proprio sullo stile manga, sulla tipologia di disegno e la modalità narrativa, e questo mi ha molto influenzata nel corso del tempo. Ho poi cercato di rendere il mio stile il più unico possibile. A livello tecnico, come sapete, il manga è diverso dal fumetto occidentale per quanto riguarda ad esempio la resa dell’espressività e delle emozioni del personaggio, che sono molto importanti. Anche la costruzione della tavola è diversa: ha una griglia più libera rispetto, ad esempio, a quella classica bonelliana, e cambia anche in base al tipo di fumetto che vai a fare, se shojo o shonen, ad esempio.
Anche la sceneggiatura nei manga è molto diversa: mentre in Occidente c’è la struttura narrativa in tre atti, ovvero inizio, svolgimento e fine, in quella giapponese è in quattro atti, ovvero Kishōtenketsu: Ki, ovvero inizio; shō, lo svolgimento; ten, il colpo di scena che cambia tutte le carte in tavola; e ketsu, il climax e la risoluzione del conflitto.
Poi non è detto che ogni capitolo abbia una conclusione con la risoluzione di problemi: a volte si chiude un cerchio e se ne apre un altro.

Ci sembra che sulla gabbia abbiate lavorato molto anche voi: è davvero varia e diventa un grande supporto narrativo, facendo entrare sia nel contesto della storia che nell’emotività dei personaggi. Come l’avete strutturata?
Marco Madoglio: Siamo partiti dal cercare di emulare appunto lo stile manga di cui Bea è appassionata.
Sapendo poi che il fumetto avrebbe avuto il formato orizzontale, abbiamo cercato di fare delle panoramiche per una narrazione che potesse scorrere il più possibile anche a livello di inquadrature, dandogli un effetto inclinato e spettacolarizzato tipico di molto fumetto orientale.
Chiaramente la base è quel tipo di gabbia libera che ti permette appunto di accorciare e di allungare anche in base al materiale narrativo che contiene. Nel nostro caso avevamo parecchie cose da raccontare e volevamo  equilibrare il tutto in modo che avesse un senso, e che non si arrivasse né troppo lunghi né troppo corti. Volevamo riuscire a dare equilibrio per chi leggeva un fumetto per la prima volta: una storia il più scorrevole, funzionale, emozionale possibile.
Non è esattamente un manga, ma una via di mezzo.
B.T.: Più che definirlo un manga si potrebbe definire un fumetto jap style, ovvero ispirato al manga.
Silvia Amodio: Il tipo di formato che ho proposto è stato quello perché mi piaceva l’idea che, dal momento che era una storia autobiografica, strizzasse un po’ l’occhio a un album di ricordi, uscisse dagli schemi e fosse proprio tagliato intorno alla storia di Beatrice.
Abbiamo messo insieme i gusti, le competenze e le storie di tutti. Abbiamo lavorato parecchio per arrivare al prodotto finale che, devo dire, a riguardarlo adesso, a distanza di tempo, mi piace molto.
Di solito col senno di poi, vedendo il lavoro con il giusto distacco, si cambierebbero delle cose, invece – e non so se Marco e Beatrice siano d’accordo con me – sono contenta delle scelte che abbiamo fatto.
Abbiamo ragionato tanto insieme, e questa è stata una parte del lavoro molto interessante. C’è stato uno scambio continuativo, soprattutto tra Beatrice e Marco, e credo che, come dovrebbe accadere, sia stato un arricchimento. Veniamo da tre formazioni, tre mondi diversi, è un gruppo di lavoro che si è costituito man mano. Io conoscevo molto bene Beatrice e conoscevo Marco, ma non avevamo mai lavorato insieme. È stata una scommessa.

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Facciamo quindi un passo indietro: com’è nato il progetto? Qualcuno di voi tre ha avuto una prima ispirazione?
S.A.: Più che un’ispirazione è stata proprio una commissione: Coop, per la quale io lavoro ormai da 20 anni seguendo delle campagne che hanno finalità sociali o legate all’ambiente e agli animali, mi ha chiesto di occuparmi di autismo, un tema che a grandi linee conoscevo e che mi affascinava da tempo.
Spesso capita che non siano i diretti interessati a parlarne, ma qualcun altro che non vive in prima persona questa condizione. Così ho pensato che a spiegarla e raccontarla dovesse essere una persona autistica.
Mi ricordavo di Beatrice e della sua passione per il disegno perché la conosco da quando era bambina. Aveva otto anni quando è venuta in studio da me per un progetto sull’albinismo, e in quell’occasione aveva ritratto la gallina con la quale io vivevo all’epoca, la Nina, una volta tornata a casa. Conservo ancora adesso quel disegno, e quello che mi aveva molto colpito era la sua capacità di rappresentare dettagli, particolari e colori di un animale senza averlo sott’occhi.
Nel frattempo Beatrice era cresciuta e aveva coltivato la passione per il disegno, quindi ho chiamato Marco e insieme abbiamo ragionato su come lavorare.
Su una cosa eravamo tutti d’accordo: raccontare la storia di Beatrice in prima persona con un tono leggero ma non superficiale, e che potesse arrivare un po’ a tutti. Ho scelto il fumetto anche per questa ragione. L’idea era quella di raccontare le tappe della sua vita senza però scivolare in un approccio moralmente ricattatorio, pietistico o triste. Uno stile in linea con la personalità di Beatrice, ironica e simpatica. Sono sicura che non abbia avuto difficoltà a rappresentarsi in questo modo. 
B.T.: Penso che l’approccio ironico sia sicuramente quello migliore per poter veicolare un tema così complesso, anche perché rende di più facile fruizione la storia a chi l’autismo non lo conosce. Tra l’altro sono d’accordo con Silvia sul fatto che quando si parla di certi temi, che spesso si vedono dall’esterno, è meglio poter coinvolgere direttamente anche una persona che lo vive sulla propria pelle.

Essere bea 22Il processo per poter far diventare Beatrice un personaggio come è stato? Come avete lavorato con Marco?
M.M.: Siamo partiti conoscendoci, poi abbiamo parlato di alcuni aneddoti.
B.T.: Ho raccolto degli episodi della mia vita che prima ho raccontato a Marco a voce. Poi glieli ho mandati scritti, perché erano tutti legati a mie caratteristiche dell’autismo. Alcuni sono stati inseriti, altri scartati. Alcuni sono divertenti, altri un po’ tragicomici. Sulla base di quelli  si è costruita tutta la narrazione.
M.M.: Esatto. Dagli aneddoti si è passati all’idea di disegnare un vero diario. Oltretutto erano già una sorta di pagine di diario perché erano ambientati proprio negli anni in cui accade la storia ed erano messi in ordine cronologico. Poi si è creata la sovrastruttura giapponese che serviva a unire i vari racconti. Al termine di ogni racconto abbiamo messo degli aforismi che servivano per dare una chiave di lettura a quello che si era letto e a quello che è la storia, che di per sé permette di portare a casa qualcosa. Gli aforismi hanno aiutato ancora di più a dare un certo tipo di interpretazione, e anche a rendere ancora di più il clima orientale che volevamo mantenere.
Oltre a questo 90% di aneddoti c’è un 10% di narrazione verosimile.
In quello che Bea aveva scritto c’era già una grande ironia fortunatamente, perché se no sarebbe stato un volume per alcuni versi drammaticissimo. E giustamente, nel senso che il tema è tosto, difficile, e il lavorarci così lo rende più universale e più appetibile e coinvolgente, perlomeno per chi riesce a leggerlo.
Abbiamo avuto diversi pareri ed è piaciuto sia ai bambini che agli adulti proprio perché tocca vari aspetti. Ognuno poi si sofferma su quello che interessa di più.
S.A.: E la leggerezza voleva essere il filo conduttore, senza nulla togliere alla serietà del tema.

Bea, dal punto di vista di chi come me nasce mangofilo e legge molti manga ti devo dire che mi ha molto colpito come il tuo stile fosse già molto definito: mi sembrava di qualcuno che avesse studiato diversi anni, non di un’emergente. Quindi mi chiedevo: quanto tempo è durata la lavorazione? Hai avuto qualche intoppo, qualcosa che ti ha messo alla prova a livello di disegno?
B.T.: La lavorazione è durata un anno e mezzo.
Diciamo che io sono una maniaca dei dettagli, e questo lo si può notare anche in alcune tavole dove c’è una cura molto attenta, fin nei minimi particolari. Oltre ad alcuni imprevisti dovuti alla mia inesperienza – perché comunque era la prima volta che facevo un fumetto – ero molto preparata su tante cose, mentre altre le ho scoperte solo dopo. Soprattutto tante piccole cose legate più alla post-produzione, come l’impaginazione.
All’inizio è stato difficile trovare un punto in comune con Marco perché lui veniva da una scuola più occidentale di narrazione, io molto più orientale, e a volte c’erano dei momenti in cui io avevo esigenze creative diverse e non sempre riuscivo a capire la sceneggiatura. Ci siamo quindi confrontati per capire come andavano disegnate le cose e se il racconto reggeva. In alcune tavole mi sono presa delle libertà creativo: ad esempio, la scena in cui scappo dal ristorante napoletano è una di quelle che mi fa definire Essere Bea un fumetto sperimentale anche nello stile, perché lo sfondo è disegnato come un quadro cubista. Ci sono i momenti in cui gli sfondi sono iper realistici e i personaggi sono molto semplici, e altri in cui i personaggi cambiano stile. Nella tavola dove scio mi sono disegnata come l’avatar dei giochi Nintendo Wii. Altre tavole sono più oniriche, e in questo caso abbiamo usato la scala di grigi, mentre le tavole ambientate nel mondo reale degli adulti utilizziamo il retino puntinato per fare le luci e le ombre.
S.A.:  La maturità di Beatrice, non solo nella realizzazione delle tavole, ci ha colpito fin da subito, anche sui contenuti c’è stato un confronto professionale, nonostante questa fosse la sua prima opera. Nel tempo c’è stata un’evoluzione nel suo tratto di Beatrice, come è normale che sia in un anno e mezzo di lavoro quotidiano. Marco è stato veramente un collaboratore molto attento, facendo in modo che questo esercizio continuo migliorasse la sua tecnica.
M.M.: Sì, questo è normale, novantaquattro tavole mettono in crisi chiunque, ancora di più se il disegnatore lo sta facendo per la prima volta.
Man mano che lavori lo stile varia e finito il tutto abbiamo dovuto vedere se il lavoro fosse coerente a uno sguardo d’insieme.È quello che si fa con qualsiasi disegnatore.
B.T.: Marco mi ha aiutata a correggere le tavole dal punto di vista grafico, mentre io ho aiutato lui a correggere i testi legati all’autismo. A volte i termini sul tema dell’autismo non erano proprio giusti, e lo correggevo perché, dicevo, se si parla di un fumetto di autismo bisogna usare dei termini specifici. E soprattutto non patologizzarlo.

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Grazie per questa risposta dettagliata, che anticipava anche una domanda su come era cambiato nel corso del tempo il fumetto. Non era scontato che venisse un risultato del genere.
S.A.: Beatrice oltretutto in quel periodo lavorava anche.
B.T.: Sì, mentre stavo disegnando il fumetto facevo anche ristorazione: lavoro come cameriera presso PizzAut di Monza, un distaccamento di Coop Lombardia.
Nell’ultimo periodo non riuscivo a sostenere i tempi e ho limitato il lavoro al ristorante per poter dedicare più tempo possibile al fumetto. Una volta finito, sono tornata all’orario pieno.

Tornando al discorso sui manga più nello specifico: quali sono quindi quei manga che ti hanno fatta innamorare tanto da dirti che dovevi fare una cosa simile a quella?
B.T.: Sempre felice di rispondere a domande sui manga.
Ce ne sono veramente tanti. Sicuramente direi quelli di Naoki Urasawa e Inio Asano. Mi piacciono molto i seinen, sia per come sono disegnati che per il loro modo di raccontare la storia.
Urasawa mi piace perché le sue storie hanno dei personaggi ben caratterizzati, e anche i disegni sono molto belli. Di Asano mi piace tanto lo stile degli sfondi, iper realistici.
Per quanto riguarda il mio stile, mi piacerebbe fare tavole molto dettagliate e ricche di sfondi. Se una tavola è troppo vuota non mi piace, ed è per questo che non amo gli shojo. Allo stesso tempo i personaggi devono essere espressivi e ben caratterizzati, e la storia capace di veicolare emozioni. Mi piace anche la narrazione cinematografica, il diversificare le inquadrature.

Quindi avete creato un ibrido tra vari elementi del manga. Effettivamente a volte ti avvicini più all’iperrealismo dei seinen, tipo Berserk, a volte invece lo sfondo è un po’ più scarno. Hai sperimentato molto.
B.T.: Mi piace sperimentare. Forse per la tavola del ristorante napoletano mi sono ispirata Nishioka Kyodai del manga Il bambino di Dio, per farti un esempio, uno dei manga più disturbanti di sempre, dallo stile davvero particolare: sembra un quadro cubista. Se ci tenete a non fare incubi vi consiglio di non leggerlo.

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Per chi volesse iniziare a leggere manga consiglieresti gli autori che hai citato poco fa? Marco e Silvia, voi invece cosa consigliereste?
B.T.: Sicuramente sì, e di Urasawa consiglierei il thriller Monster.
S.A.: Io non ho mai letto fumetti in vita mia. Non avevo la passione neanche quando ero piccola. Prendevo in prestito Topolino da mia sorella solo perché c’era dentro l’inserto sugli animali. Proprio per questo ho vissuto questo lavoro come una sfida. Con Marco avevamo fatto un altro lavoro su pipistrelli per l’Università di Firenze, perché riconosco che il fumetto – pur non essendo il mio linguaggio –, è sia uno strumento per raggiungere tanti lettori. Ne sono testimonianza i numerosi festival a tema che coinvolgono persone molto diverse per età e formazione.
M.M.: Difficile rispondere. Restando in tema e ripensando a cosa stavo leggendo durante la lavorazione per capire come impostare le cose, consiglierei un manga che ho suggerito anche a Bea è Da non aprire mai, di Ken Niimura, che è uscito per Bao. Molto bello perché aveva uno stile asciutto ed evocativo. Parla di tre leggende giapponesi, uno stile quasi da storyboard, molto essenziale.
All’inizio cercavo anche di capire come poter raccontare con poco in modo da lasciare spazio a Bea di aggiungere in base al suo estro e al suo modo di disegnare. Era importante capire le inquadrature e vedere cosa ci stava. Il formato orizzontale non è gigante, quindi per riuscire a farci stare sei vignette bisogna capire come incastrarle al meglio.
Proprio per il formato orizzontale suggerirei anche Calvin & Hobbes, in quel caso la struttura della gabbia è molto più standard perché è una striscia umoristica. È una pubblicazione lunga, ma il primo numero ha una forma rettangolare orizzontale e quindi simile a Essere Bea. Anche 300 di Miller è in formato orizzontale lungo, ed è un’altra lettura che mi è servita per studiare inquadrature e possibile resa. Durante la presentazione ho guardato anche un paio di serie tv che parlano di autismo per capire come gestivano il tema: Atypical e The good doctor.
B.T.: Un’altra serie che parla di autismo e che è tratta da un fumetto è la sudcoreana L’avvocato Woo, dove la protagonista è una donna che fa l’avvocato ed è autistica.

Come ti è sembrata questa serie? Leggevo di pareri contrastanti rispetto alla rappresentazione, per alcuni troppo stereotipata.
B.T.: La parte della sensorialità e delle difficoltà sociali è abbastanza realistica e fatto bene, altre meno. Molte di queste serie che parlano di autismo spesso sono stereotipate: rappresentano l’autistico in maniera super geniale, fanno vedere che abbiamo questa cosa dell’interesse assorbente. Ma non è che siamo tipo degli Einstein e che sappiamo fare cose allucinanti al limite dei superpoteri. In realtà molto spesso gli interessi assorbenti ci portano ad approfondire molto quell’argomento tanto da diventarne esperti.
A me ad esempio piace tanto il Giappone e ho iniziato a sviluppare delle competenze, ne parlo in maniera didascalica. Ho un collega che è appassionato di animali, sa imitare alla perfezione i versi di tutti gli animali e ti sa dire tutto su come vivono, su come sono fatti. Un altro mio collega è appassionato di musica rock e metal e ti può dire tutta la discografia di un gruppo. Ad esempio dei Linkin Park, che è un gruppo che piace a entrambi, può citare tutta la discografia in ordine cronologico e anche in ordine di tracklist.

Essere bea 5Rimanendo sul tema dello spettro autistico, dalla divulgazione ti stai e vi state spostando verso l’attivismo?
B.T.: Non non avrei mai pensato di diventare un’attivista perché la mia vocazione è sempre stata l’arte.
Dopo l’uscita di Essere Bea sono andata in molte scuole a mostrare il fumetto e a parlare di come è stato realizzato – che è la parte che mi piace raccontare perché amo spiegare le cose tecniche, anche perché tanti ignorano che cosa c’è dietro il mestiere del fumettista.
Questo mi ha dato l’opportunità di poter informare e sensibilizzare sul tema della disabilità. Io stessa mi sono molto informata sul tema dell’autismo oltre a viverlo sia dal punto di vista interno che dall’esterno, dato che ho un fratello nello spettro autistico e dato che lavoro in un posto dove tutti sono nello spettro. Acquisendo esperienza e informazioni sto cercando di fare in modo di spiegare l’autismo – e nel mio caso anche l’albinismo – a chi non lo conosce. Questo sia perché mi piace farlo, sia perché non dò mai per scontato che qualcuno lo conosca. Vorrei evitare che ci sia la discriminazione che io ho subito e che probabilmente tante persone disabili hanno subito nella loro vita, che non è tanto dovuta al fatto che le persone siano cattive, a volte è proprio dovuta all’ignoranza, la poca conoscenza e di poca sensibilità sul tema.
Spiegando in modo semplice vorrei che si capisse che le persone disabili sono persone normalissime, che possono essere incluse, che non vanno discriminate e che nei momenti di difficoltà vanno aiutate, ma non in maniera forzata, tipo assistenzialismo forzato, piuttosto permettendo di fornire degli strumenti giusti o di aiutare nel caso ti vengano esplicitamente a chiedere una mano.
Ad esempio se trovi un cieco che ti sta chiedendo che numero è la fiancata del pullman non è che gliela devi indicare, gliela devi dire.
Quando vado nelle scuole lavoro con i bambini, e dico sempre loro che sono gli adulti del domani, e non voglio che nel futuro prossimo ci siano adulti o genitori che dicono “non giocare con quel bambino perché è malato”, o “non giocare con quel bambino perché nero, brutto o perché viene dalla comunità”.
Vorrei una società dove i bambini possano giocare con tutti e dove tutti possano avere pari opportunità, a prescindere da sesso, etnia, religione, se sei disabile, se sei non disabile, se sei etero, omosessuale. Siamo tutti esseri umani, dopotutto, e tutti devono essere rispettati e accettati per quello che sono.
S.A.: Come dice Bea, anche secondo me spesso – per quanto possa suonare retorico – nasce dall’ignoranza: si ha paura di quello che non si conosce. Per rispondere alla domanda su divulgazione e attivismo, per quel che mi riguarda le due cose convergono. Mi occupo da sempre di categorie fragili e di dare voce a chi non ce l’ha attraverso il mio lavoro di giornalista e fotografa. Mi sono occupata di pedofilia clericale, di AIDS, di bambini lavoratori. Cerco di fare opera di sensibilizzazione anche attraverso il lavoro di altri, come in questo caso coordinando Beatrice e Marco. Il Presidente onorario della nostra associazione Alimenta l’amore è Bruno Bozzetto, un grande personaggio e un caro amico con il quale condividiamo l’amore per gli animali e l’attenzione verso l’ambiente.
Mi piace il confronto con gli altri, e utilizzo qualsiasi forma linguistica e stile artistico che possa essere utile per denunciare e raccontare temi scomodi. È il caso di questo progetto, il fumetto non è nelle mie corde ma mi è piaciuto molto fare un pezzo di strada insieme a Bea e a Marco. Abbiamo pensato a Essere Bea come a una serie. Nel primo episodio Beatrice si è presentata e raccontata, dal secondo in poi succederanno delle cose dove sarà sempre la protagonista e attraverso la quale racconteremo altro.
M.M.: Per quanto mi riguarda finora ho avuto sempre l’occasione di toccare temi importanti e interessanti, e penso che sia bello riuscire a raccontarli nel modo più narrativo possibile attraverso il fumetto e il documentario. Mi piace creare una storia che possa poi arrivare a qualcuno. In genere non propongo storie su determinati temi, ci lavoro su richiesta, e cerco di fare del mio meglio per riuscire a raccontare, per dare la giusta importanza e la giusta chiave di lettura perché qualcuno che non conosce gli argomenti possa scalfire la superficie per entrarci.
Da solo poi non faccio niente: ho bisogno di qualcuno che disegna, che fa le riprese, che le monta. La cosa che mi affascina di più è proprio questa parte di costruire insieme per poter portare avanti un discorso di un certo tipo di spessore e di senso.
Si presuppone che qualcuno occuperà del tempo per leggere e per guardare, e quindi deve essere fatto il più possibile in un certo modo perché lo spendere il tempo di una vita di qualcun altro abbia un senso. Mi interessa molto anche la possibilità di conoscere persone che sono dentro a questi temi. Vale per Bea, vale per Silvia, per tutte le collaborazioni che abbiamo fatto e stiamo facendo, e vale per gli altri lavori fatti finora che mi portano a conoscere e aumentare la mia esperienza, che non è solo lavoro ma soprattutto rapporto umano.
Le storie così diventano anche intrattenimento, ed è bello farsi domande e mantenere viva la voglia di approfondire certe cose.

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Quali sono le fake news più diffuse sull’autismo?
B.T.: Ce ne sono tantissime, e quando ne parlo devo abbassare l’incazzometro.
Primissima fake news: gli autistici non provano emozioni. Mai cosa più falsa. Le persone autistiche in realtà provano emozioni e le provano anche in maniera molto intensa. L’unica cosa è che tanti autistici non sono molto espressivi con la faccia, ma piuttosto con il corpo. Molti autistici non capiscono tanto l’ironia e si creano dei fraintendimenti, ma ce ne sono altri che hanno un gran senso dell’umorismo, molto spesso è un tipo di umorismo particolare e che non tutti riescono a capire.
Un altro stereotipo molto diffuso 20-30 anni fa era lo stereotipo delle mamme frigorifero: si pensava che la causa dell’autismo fossero delle madri anaffettive. Dare colpa alle donne per la condizione mentale dei loro figli è una cosa super falsa, ed è pure uno stereotipo sessista. L’autismo non è causato dalle madri frigorifero, anzi, le mamme delle persone autistiche generalmente tendono a essere molto apprensive e protettive perché sanno di avere un figlio con che non farà le stesse cose degli altri bambini. Ma anche se ci fosse la presenza di una mamma anaffettiva, non è questa la causa dell’autismo. L’autismo è una neuro divergenza, è la mente che funziona in un determinato modo, e i comportamenti dell’autismo non sono dovuti all’ambiente che lo circonda.
Semmai è la costruzione del carattere che riguarderà l’ambiente, ma per quanto riguarda le caratteristiche del funzionamento dell’autismo si parla di autismo in sé.
S.A.: In questi ultimi anni c’è una maggiore attenzione verso l’autismo. Gli studi scientifici e i passi avanti in questo campo permettono una diagnosi precoce rispetto a quando ero giovane. Abbiamo incontrato delle persone alle quali è stato fatta una diagnosi in tarda età che ci hanno raccontato quanto la loro vita sia stata difficile. Venivano etichettati come studenti non intelligenti e bullizzati dai compagni.
Dunque una diagnosi precoce è un aspetto fondamentale di un percorso che si può fare insieme, dalla famiglia alla scuola, per vivere inseriti nella società. Il lavoro che stiamo facendo insieme a Beatrice e Marco è importante perché come abbiamo detto prima ciò che si conosce spaventa molto meno.
B.T.: Un’altra è vedere gli autistici come dei geni assoluti tipo Einstein. Non è vero. Non tutti gli autistici sono dei geni della matematica, non a tutti gli autistici piacciono i trenini, ogni autistico ha i propri interessi speciali molto spesso legati agli animali, ai cartoni animati, a cose considerate molto più infantili.
Un altro stereotipo è vedere l’autistico come un eterno bambino. Ogni persona nello spettro ha le proprie caratteristiche. Ci sono persone autistiche che hanno delle disabilità intellettive o di linguaggio, che per esempio non parlano o fanno fatica in tante altre cose, come ci sono anche persone autistiche che non hanno questo tipo di difficoltà ma ne hanno altri tipi. Lo spettro è molto ampio e ogni persona autistica è diversa. Quando si parla di disabilità e autismo non ho filtri e a volte vado avanti a parlare di quei temi di cui si parla poco e che spesso sono anche molto controversi.
Ad esempio quando c’è stato l’evento Coop contro la violenza sulle donne ho messo in luce un tema di cui nessuno ha parlato, ovvero la violenza sulle donne disabili. Spesso la discriminazione multipla è invisibile. Insomma faccio un po’ come fa anche Silvia: ammiro che dia voce a quelle persone che sono considerate invisibili e di cui si parla poco e apprezzo molto il lavoro che fa come attivista e come giornalista. Io cerco di fare più o meno la stessa cosa però ovviamente lo faccio un po’ più in piccolo, un po’ più nel mio ecosistema insomma.
S.A.: Beatrice, anche grazie a questo progetto, è diventata un’ambasciatrice, è andata alle Nazioni Unite, al Parlamento Europeo, ha firmato davanti a Mattarella. Poi c’è la storia nella storia, Beatrice è stata notata da Coop ed è stata assunta a tempo indeterminato, quindi è proprio una favola a lieto fine.
Avere un lavoro, uno stipendio fisso, essere indipendenti, è un altro aspetto importante nella sua crescita personale

Bene, grazie mille per averci dedicato questo tempo e per aver toccato così tante tematiche, ci sentiamo quindi per le prossime puntate di Essere Bea. Non possiamo che farvi un grande in bocca al lupo. Sarebbe bello vederci anche in fiera. Grazie!

Intervista svolta in videochiamata il 10 dicembre 2024

Biografie

Beatrice Tassone è una ragazza autistica, albina e ipovedente con una grande passione per il disegno sin dall’infanzia. Il suo amore sconfinato per il Giappone e l’oriente l’ha portata a studiare la cultura e la lingua giapponese e dall’unione di queste due passioni nasce la sua passione per il manga. Lavora come cameriera a PizzAut Monza (il ristorante gestito da persone autistiche), assunta con distaccamento da Coop Lombardia.
Essere Bea esce nell’aprile 2024 ed è realizzato insieme a Silvia Amodio (fotografa e giornalista) e Marco Madoglio (sceneggiatore). Grazie al suo successo Beatrice ha avuto l’opportunità di fare incontri nelle scuole per sensibilizzare sul tema dell’autismo e della disabilità.
Ha vissuto molte avventure: insieme ai colleghi di PizzAut è andata al parlamento europeo di Bruxelles, alle Nazioni Unite a New York e al G7 a Perugia.
Ha servito la pizze ai grandi della terra e ha avuto l’opportunità di servire personalmente la delegazione giapponese. Ha incontrato personalità molto importanti tra cui il presidente della repubblica Sergio Mattarella e ha fatto diverse apparizioni in TV. Le più famose sono in Tu Sì Que Vales, O anche No e nel docufilm de Il Concertozzo. In futuro vorrebbe poter continuare a disegnare fumetti e portare avanti la sua campagna di attivismo.

Marco Madoglio è soggettista, sceneggiatore e regista.
Ha collaborato, come sceneggiatore, con MalEdizioni (Maya Deren -La Vertigine dell’Esistenza), l’Accademia Italiana della Cucina (Storia della cucina italiana a fumetti), l’INFN (Racconti dal Bar Aonda), le Edizioni Versante Sud (The Hut, Fuga da Buoux), la L-ink edizioni (Doctor G), Il Giornalino (Le avventure di De Pennutis & Falcon, Il Quaderno Avventura), Super G (Sulla Strada di Emmaus – premio Fede a Strisce 2015 al Cartoon Club di Rimini), le Edizioni Inkiostro (alcune storie brevi pubblicate su Denti), le SDF Edizioni (Banande e alcuni fumetti didattici), l’Editoriale Jaca Book (la serie La Storia degli Animali a Fumetti) e la DeAgostini.
Collabora con la Coral Climb Productions come co-regista, insieme a Dede Preti, alla realizzazione di documentari (Regula – selezione ufficiale al La Paz International Film Festival 2023 in Bolivia -, Restauratio Humana – RaiStoria/Raiplay -, La Minestra di Piero – selezione ufficiale al 30_70 Doc Festival 2024).
Dal 2024 è docente di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Brescia. Informazioni più dettagliate e aggiornate si possono trovare sul suo blog Scribacchiare.

Silvia Amodio si laurea in Filosofia con una tesi sperimentale svolta alle Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini.
Giornalista, fotografa e documentarista, ha operato scelte espressive che coniugano etica ed estetica per affrontare temi complessi come la diffusione dell’Aids in Sudafrica, la pedofilia clericale, i bambini lavoratori in Perù, l’albinismo, la malnutrizione in Burkina Faso e il tumore al seno. È spesso ospite di convegni e trasmissioni televisive e radiofoniche.
Da 15 anni promuove HumanDog, un progetto itinerante che indaga la relazione tra cane e padrone anche da un punto di vista zooantropologico. Da 15 anni è consulente di comunicazione per Coop nell’ambito di progetti charity e sociali.
Ha ideato e curato il fumetto Essere Bea di Beatrice Tassone, tre edizioni di Doggy di Bruno Bozzetto e La vera storia delle bat Box in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Firenze.

Nicole Brena

Nicole Brena

(Brescia, 1985) Incline al vagabondaggio fisico e mentale, si innamora dei romanzi grafici di non-fiction prima e di fiction verosimile poi, tanto da approfondire il rapporto fra fumetto e realtà nella sua tesi di laurea magistrale.
Ha tenuto laboratori e incontri per bambini e adulti dedicati al fumetto e al racconto della memoria.
È appassionata di architettura dell’informazione e ama le arti dello spettacolo.
Dopo una formazione in studi filosofici e semiotica lavora e collabora a eventi nazionali e internazionali: Fumetto (Lucerna, 2014-2025), Treviso Comic Book Festival (2021-23/2014-2015), Helsinki Comics Festival (Helsinki, 2014), Komikazen (Ravenna, 2014), Fahrenheit39 (Ravenna, 2014), Librimmaginari (Viterbo, 2014), Occhio di Bue (bassa bresciana e cremonese, 2012-2014), DOCartoon. Il disegno della realtà (Pietrasanta, LU, 2011-2013).
Dal 2020 è content writer freelance.

Matteo Cinti

Matteo Cinti

Nato alla fine degli anni ottanta, Matteo si diploma come Grafico Pubblicitario a Roma nel 2007 e nello stesso anno conosce il giornale per cui lavora ancora oggi sia come grafico che come redattore. Inizia ad amare i fumetti più o meno vent’anni fa quando legge Dragon Ball per la prima volta: da quel momento la sua libreria accetta solo storie con le nuvolette, specialmente se provengono dall'oriente. Disegnare è un hobby che si porta dietro dall’infanzia e che ogni tanto riesce a trasformare in lavoro. Fiero sostenitore della bellezza nella diversità di ognuno, non perde mai la speranza di un mondo sempre più verde.

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