INTERVISTA A MASSIMO SEMERANO
Per cominciare presentati ai nostri lettori
Nome: Massimo
Cognome: Semerano
Nato a Bari, lavorante in Bologna. Attivo da più di vent’anni nel campo del fumetto come sceneggiatore, disegnatore e autore completo. Ho pubblicato prevalentemente in Italia, ma anche in America e in Francia. Qualcosina anche in Spagna. Credo che molti mi vedano come un autore “underground” ed è vero che ho un’inclinazione per gli eccessi e che il fumetto “alternativo”, fuori dagli schemi, mi calza a pennello. E’ vero anche che amo i generi e che non disdegno affatto il lavoro dentro agli schemi di cui sopra, cercando però sempre di forzarli un pochino.
Parlaci brevemente di questa nuova serie in uscita per Black Velvet, I figli del Tramonto.
E’ un’avventura in più capitoli con un’impostazione abbastanza classica. Volendo possiamo farla rientrare nel filone fantascientifico steampunk. Marco Nizzoli disegna, e io sceneggio. La storia ruota intorno a tre fratelli, Caleb, Polo e la protagonista, Alice, che si muovono in un mondo diviso tra esseri umani e ibridi, una razza di mostri. I colori sono del bravissimo Cosimo Pancini che, per una svista, non è stato accreditato nell’edizione italiana. Volevo fare seppuku ma Cosimo mi ha fermato dicendo che l’importante è l’amicizia e che potevo continuare a vivere (grazie, Cosimo).
E’ la prima volta che hai prodotto un tuo fumetto per la Francia. Ci puoi raccontare com’è avvenuto il contatto?
La Red Whale, con cui lavoriamo, ha proposto il progetto a Les Humanoïdes Associés che, dopo averci pensato un po’ su, ha deciso di produrlo. Quindi noi siamo passati alla fase sviluppo e realizzazione. E’ tutto.
Com’è stata accolta questa serie? Se non sbaglio è già uscito il secondo tomo.
Le critiche al primo volume sono state per lo più positive, anche molto positive. A onor del vero ci siamo beccati anche una solenne stroncatura da parte di non so chi, ma ci sta. Il secondo volume ha ricevuto alcune critiche davvero entusiastiche, però siamo solo all’inizio… Una cosa bella del lavorare con i francesi è che ti mandano tutta la rassegna stampa per cui non hai scampo, volente o nolente saprai cosa pensa la critica.
Ci puoi dire, dal tuo punto di vista, quali sono le motivazioni principali che spingono molti autori italiani ad emigrare oltralpe?
La prima che mi viene in mente è il denaro. Vivere di fumetti non Bonelli, non Disney, in Italia, è difficile. In Francia hanno questa curiosa (per noi) via di mezzo tra fumetto strettamente autoriale e fumetto popolare, che sono le serie in formato album alla Asterix. Sono libri con un orientamento più o meno commerciale, ma che nascono sulla base di progetti individuali. Questo porta inevitabilmente a una enorme varietà di proposte, anche molto valide. In Italia si sa come funziona e non mi dilungo. Ovviamente, accanto alla motivazione economica ce n’è una creativa. Io questo lavoro lo faccio per passione (o forse dovrei dire ossessione?)… Se trovo una nuova possibilità di sviluppare storie e di pubblicarle, cerco di approfittarne. Non so se questo vale anche per gli altri, parlo per me.
Con Europa hai vinto, nel 2005, il premio miglior sceneggiatura al Comicon di Napoli. Confrontando I figli del tramonto e Europa mi è sembrato di cogliere un paio di analogie diluite in molte differenze. La prima è l’elemento politico, ossia racconti di società dalla forte impronta repressiva. La seconda è l’elemento che possiamo chiamare grossolanamente steampunk, ossia un fantascienza con forti elementi ottocenteschi.
Vero. Segno che gli autori ruotano spesso intorno agli stessi centri di interesse. Non che quest’analogia fosse studiata a tavolino… Nel caso di Europa era richiesta una storia di fantascienza cyberpunk, in linea con la rivista Cyborg.
Come dicevo prima, quando posso cerco sempre di forzare, per quanto possibile, i limiti che mi sono imposti o, per dirla in altre parole, di non rigirare stancamente una frittata predigerita, per il bene mio e, spero, dei lettori. Se non faccio così, mi sento una caccola. Così, Menotti e io decidemmo di dare alla storia un certo aspetto, poco high tech, e soprattutto di affondarla nella materia cruda della presente storia umana. Ne è risultata una storia anche ironica, ma tremendamente violenta e opprimente, decisamente pessimistica e ancora tragicamente attuale, temo catastroficamente futuribile.
Per I Figli del Tramonto, il genere ce lo siamo scelti Nizzoli e io, perché volevamo proporre qualcosa per certi versi tradizionale. Anche qui ci siamo sforzati di dare alla storia un certo spessore, ma I Figli del Tramonto ha una vocazione nettamente più commerciale e fascinosa di Europa. Notti infuocate, morti viventi, personaggi mascherati, ghetti maleodoranti, forti passioni e avventura! Avventura! Il resto c’è, ma viene dopo, si vede in trasparenza. Insomma, ci sono sicuramente elementi comuni, ma l’alchimia che ne deriva è, credo, completamente differente. Azzarderei che sono due storie speculari l’una all’altra.
Non è la prima volta che collabori con Nizzoli, mi pare. Avevate fatto assieme Fondazione Babele per Cyborg un bel po’ di anni fa (erano i primi anni 90). Com’è stato lavorare assieme a lui dopo tutto questo tempo?
Una passeggiata! Con Nizzoli ho una particolare sintonia, basata anche su molte asintonie. Era vero allora ed è vero adesso. Io gli butto lì una cosa, lui storce il naso. Lui mi fa vedere qualcosa, io la vedrei diversa… Si va avanti, ciascuno nel suo specifico, e alla fine nasce qualcosa che piace a entrambi. Ogni collaborazione ha modalità diverse. Quella con Nizzoli mi pare funzioni particolarmente bene. Dai tempi di Cyborg sembra sia passato un giorno.
Non avevo mai visto un Nizzoli così, che oltre alla sua gran capacità nelle anatomie e negli scenari aggiunge anche un tocco di grottesco e cartoon, tanto da farmi quasi dire che abbia preso un po’ da te. Hai per caso messo lo zampino nello studio dei personaggi?
Ho fatto quello che fa ogni sceneggiatore. Ho descritto i personaggi e ho parlato con lui della storia. Ho guardato i suoi schizzi e li ho commentati. In un caso gli ho fatto uno schizzo rapido per fargli capire come vedevo il personaggio. In un altro lui ha disegnato un personaggio non previsto inizialmente e mi ha chiesto se potevo trovare il modo di inserirlo nella narrazione. L’ho fatto. Credo che lo stile che sta usando Nizzoli sia direttamente figlio di quello con cui disegnava Fondazione Babele. Quando si lavora assieme, se le cose girano nel modo giusto, si entra in risonanza. Il nucleo gravitazionale è la storia. La gran quantità di tratteggi, per esempio, dipende proprio dal look un po’ retrò che questa richiede.
Il nuovo numero di Rosa di strada, serie di cui più volte abbiamo parlato sulle nostre pagine, era annunciato per Lucca, ma invece non è ancora uscito. E’ un lavoro che nel tempo si è dilatato così tanto da chiedersi se forse oggi sarebbe stato meglio farlo uscire in un unico volume, ma quando l’hai iniziato erano altri tempi e c’era un altro tipo di mercato. Il fatto che la vicenda editoriale sia stata questa ha influito sulla sua realizzazione, secondo te?
Il prossimo numero, doppio in quantità di pagine, uscirà per il Comicon di Napoli. Abbiamo preferito spostarlo proprio per non sovrapporlo ai Figli del Tramonto.
Se avessi lavorato da principio su un volume autoconclusivo, Rosa di Strada avrebbe avuto meno pagine e altri equilibri narrativi. Procedere a “dispense” è una cosa che mi ha permesso di far progredire la storia in un modo più spontaneo e particolarmente tagliato per una struttura picaresca come quella di RdS. Vedendola da un altro lato si può dire che questa forma di pubblicazione ha permesso alla storia di rivoltarmisi contro e di crescere mio malgrado. Sto cavalcando una bestia e quella bestia si chiama Rosa di Strada. Troia!
E quanto sei vicino alla sua conclusione? (Domanda che ti è stata fatta più volte, naturalmente…)
Tre o quattro numeri… poi la uccido (non è uno spoiler, intendo metaforicamente)!
Si può dire che in Italia il tuo sodalizio con la Black Velvet sia cosa assodata. Con loro hai fatto uscire Europa, Dr.Cifra, Rosa di strada, Frontiera. Noi abbiamo molta ammirazione per questa casa editrice e per Omar Martini, che ha portato in Italia un sacco di autori interessanti (Chester Brown, Jason, Craig Tohmpson, Matt Madden, Thomas Ott) e parallelamente ha avuto il coraggio di proporre ottimi autori italiani, come Luca Genovese e Otto Gabos, oltre a te, ovviamente.
Com’è lavorare con lui e con la sua casa editrice e come ti trovi all’interno di questo pregevole catalogo?
Rosa è nata più o meno insieme alla Black Velvet quindi, come autore, io ci sto dentro praticamente fin dall’inizio. Per me la Black Velvet non è semplicemente la casa editrice con cui pubblico la maggior parte dei miei fumetti. E’ una compagna di strada con cui cammino da anni.
Una domanda scomoda: di fumetti in Italia si vive? E se no, come sbarchi il lunario?
Il Italia di fumetti si può vivere solo praticando il popolare. Per guadagnare, oltre a tutto quello che si può ramazzare nel campo del fumetto d’autore (mai abbastanza), adatto in italiano i testi di manga, insegno sceneggiatura all’Accademia di Belle Arti e in realtà private, pubblico quando possibile in altri mercati. In ogni caso tutte cose attinenti al mio lavoro. Ho provato anche a lavorare per la pubblicità, ma dire che mi fa schifo è un eufemismo… Ragazzi, la pubblicità è il male!
A proposito di fumetto popolare, nel tuo curriculum c’è anche la sceneggiatura (in collaborazione con Gabos) per una storia di Conan per Marvel Italia. Ci racconti in due parole che tipo di esperienza è stata?
Pensavo che quella di Conan fosse la prima storia di una serie, così doveva essere, ma il progetto naufragò malamente. Da questo forse dipende la scarsa riuscita di quella storia che doveva essere un inizio, un banco di prova, e invece rimase sola soletta e piuttosto inutile. Inoltre i dialoghi furono tagliati perché i disegni, pur belli, di Simone Bianchi non avevano lasciato spazio a sufficienza per i balloon. Come se non bastasse l’inchiostratore entrò in crisi esistenziale a metà della storia lasciando le matite nude e crude nella seconda metà.
Rimanendo in tema, non ha mai pensato a una tua incursione nel fumetto popolare italiano, che so, alla Bonelli?
Sempre con Gabos facemmo un tentativo contattando, anni or sono, Antonio Serra per una eventuale collaborazione per Legs. Scrivemmo un lungo soggetto e, mi pare, una ventina di pagine di sceneggiatura. Il punto è che Serra ci mise circa un anno a leggere il nostro materiale e a darci l’approvazione. Ne fummo contenti ma a quel punto eravamo, Gabos e io, presi da tutt’altri cazzi e cominciammo a rimandare il momento di rimetterci al lavoro. Alla fine sulla sceneggiatura non ci tornammo mai: la lasciammo morire in un cassetto. In seguito è morta anche Legs e buonanotte al secchio. Per il resto non è che mi dispiacerebbe lavorare per la Bonelli (come sceneggiatore, beninteso), ma forse sono io che sono scarsamente propositivo e di sicuro non mi telefoneranno mai dalla casa editrice. Se del tutto ipoteticamente potessi scegliere, penso che mi piacerebbe scrivere Zagor. E’ un personaggio che da bambino amavo molto. Divorai tutta la gestione Nolitta e smisi di comprarlo poco dopo (ma questo lo scoprii in seguito) che lui passò la mano. Di quando in quando mi capita ancora di comprarlo e a volte mi piace. Viva Ferri G.
Fai fumetti ormai da un sacco di tempo, più di vent’anni credo, hai collaborato con molti autori e i tuoi lavori sono apparsi un po’ dovunque. Tanto per citare, hai esordito su Tempi Supplementari e Frigidaire. Cosa è cambiato, secondo te, nel panorama fumettistico italiano e che percezione hai dello stato dell’arte?
Ebbè… Qua potremmo andare avanti per ore… Tagliamo corto: è cambiato il trattamento economico. Molti anni fa, come in Francia, anche in Italia si poteva vivere di fumetto non popolare. Ora no. La terra di mezzo sembra non esistere più, anche se ultimamente di cose ne stanno cominciando a ribollire e pure tante. Non dispongo di sfera di cristallo, ma sto alla finestra.
Su Frigidaire e Dolce Vita lavoravano fior fiore di ottimi artisti, alcuni diventati famosi anche all’estero. Penso a Pazienza, Scozzari, Igort, Mattotti. Oggi vedi all’orizzonte, tra le nuove leve, nomi che possano essere paragonati in grandezza a questi mostri sacri?
Oddio… Non mi ci metto a questo gioco, perché i parametri cambiano, la storia non si ripete mai uguale e a me piace vivere nel presente. E anche perché non è che me ne freghi poi molto di stilare classifiche. Scozzari e Pazienza hanno fatto quello che hanno fatto e grazie tante, siamo tutti molto grati, ma oggi è una faccenda completamente diversa. Posso dire che nel fumetto italiano soffia un vento impetuoso e che su molti fronti, da quello più strettamente autoriale a quello che non si sa bene come definire, a quello popolare, ci sono molte cose nuove e, tra queste, tante sono fresche e buone. Per il resto me ne sciacquo. Vedano i signori posteri.
Domanda obbligata: hai partecipato a diverse edizioni di 24HIC, l’ultima volta a Italia Wave. Fuori dai denti, che ne pensi di questa iniziativa che da anni stiamo portando avanti e quali sono state le tue sensazioni da partecipante?
E’ una roba tremenda! Come accidenti avete fatto a incastrarmi? La 24HIC è una prova terrificante. In entrambe le edizioni non ho dormito un secondo. E’ una prova di coraggio, un po’ come buttarsi nel cerchio di fuoco per dimostrare di essere un vero guerriero. In sintesi si è trattato di affrontare un viaggio con regole del gioco del tutto nuove. Produrre una storia a quella velocità significa innanzi tutto fare massa… improvvisare e buona la prima… abbandonare l’amor proprio e andare avanti a qualunque costo. Il bello è che poi alla fine qualcosa viene fuori. Qualcosa che non sarebbe concepibile o accettabile in condizioni diverse, ma pur sempre un qualcosa. E allora, ecco la riflessione: come sarebbero i fumetti se fossero tutti fatti come nella 24HIC? Sicuramente sarebbero più rozzi ed estemporanei, ma sarebbero anche peggiori? Per come la vedo io, quello che conta in una buona storia, non è la sceneggiatura in sé… non è neppure il disegno in sé… e neanche l’oggetto editoriale. Quello che conta è come arriva la storia a chi la legge, o la ascolta dalla voce di qualcuno, o la segue al cinema. Le sensazioni che prova, il viaggio che si fa e le cose che scopre. Il limite, inevitabile, della 24HIC è che è un’esperienza mordi e fuggi. Si fa una volta e poi a casa.
L’essere umano è incredibilmente adattabile. Sarebbe interessante far produrre allo stesso autore, che so, un paio di storie alla settimana in 24hic mode e dopo un anno andare a verificare come si è evoluto il suo modo di raccontare seguendo questa pratica durissima.
Non contate su di me.
INTERVISTA A MARCO NIZZOLI
Per iniziare presentati ai nostri lettori che, per la prima volta, leggeranno una tua intervista sulle nostre pagine.
Ciao! Sono Marco Nizzoli autore di fumetti. Vivo e lavoro a Reggio Emilia.
Come descriveresti, in poche parole, I figli del Tramonto a un lettore che non conosce questa nuova serie?
E’ una serie di ambientazione fantastica vagamente steam-punk perchè ci sono riferimenti grafici ad ambientazioni fine 1800 inizi 900. Più che altro perchè a me piace disegnare certe atmosfere, la cosa finisce lì. Ci troviamo in un mondo dove c’è una forte tensione sociale tra gli umani e i mostri relegati in ghetti. I nostri personaggi Alice e Polo, lei adolescente, lui ancora bambino, vengono catapultati in un mondo che non conoscono, fatto di violenza e repressione. Si troveranno loro malgrado a dover affrontare pericolose situazioni.
I figli del Tramonto non è il primo fumetto che realizzi direttamente per il mercato francese. Al di là delle considerazioni economiche, che pur sono importanti, com’è lavorare con una casa editrice d’oltralpe dal punto di vista artistico e professionale?
Con gli editors degli Humanoides mi sono trovato sempre bene, non ho mai riscontrato quel senso di superiorità che di solito ci si aspetta dai francesi. Sono molto rispettosi del lavoro degli autori, il che non vuol dire che puoi fare quello che ti pare. Quando ci sono discussioni si entra sempre nel merito e se ti chiedono cambiamenti sono sempre motivati.
Non è la prima volta che collabori con Semerano. Avevate fatto assieme Fondazione Babele per Cyborg un bel po’ di anni fa. Com’è stato lavorare assieme a lui dopo tutto questo tempo?
Io e Massimo siamo sempre stati in contatto in questi anni. Siamo tutti e due molto legati a Fondazione Babele; io lo considero, nonostante tutti i difetti, il fumetto che mi sono più divertito a disegnare: è caustico e pieno di idee e anche abbastanza insolito nel panorama editoriale di quel periodo. Rosa Casta è il mio personaggio preferito!
Ritornare a lavorare con lui è stato naturale. Sono stato io a proporgli di fare qualcosa per il mercato francese. Strano no? Di solito è lo sceneggiatore che contatta il disegnatore!
A proposito di Cyborg (una rivista che ho amato nelle due diverse incarnazioni), cosa ti ha lasciato a livello professionale quell’esperienza editoriale?
Penso che Cyborg sia stata l’ultima rivista interessante uscita in Italia. Me lo ricordo come un periodo difficile perchè si stava chiudendo un’era (quella delle riviste appunto), ma in quel gruppo, diretto da Daniele Brolli, c’era molta voglia di fare, tante idee e, soprattutto, ancora la voglia di fare qualcosa di diverso.
C’è la possibilità, in futuro, che quelle tematiche e personaggi (penso anche a Raymond Capp) vengano da te ripresi e riproposti?
Mi piacerebbe moltissimo riprendere Fondazione Babele, ma il mercato è quello che è; per ora rimane una chimera.
Leggo dalla tua biografia, riportata sul volume, che stai disegnando Le monde d’Alef Thau, su testi di Alejandro Jodorowski. Com’è lavorare assieme a un personaggio così importante e vulcanico? Senti in qualche modo il peso di esser accostato ai grandi disegnatori che hanno collaborato finora col grande artista cileno?
All’inizio ero molto agitato al pensiero di lavorare con Jodorowsky, ma poi l’ho incontrato e mi sono tranquillizzato. E’ stato molto cordiale e simpatico, non mi ha fatto pressioni e mi ha fatto capire che potevo sentirmi libero e che la serie era sia sua che mia. Logicamente mi ha dato dei consigli, ma da sceneggiatore esperto sa che il meglio un disegnatore lo dà se si sente libero. Ovviamente il disegnatore deve essere sensibile e mettersi in sintonia con la storia, disegno e testo devono interagire ed essere in armonia. Jodorosky ha letto la mia serie Le jour des magiciens (su sceneggiatura di Michelangelo La Neve, ndi) e ha visto che il mio disegno è sempre in funzione della narrazione, per questo mi ha contattato. Il peso del confronto non lo temo, ognuno dà il massimo poi si spera che il lavoro venga apprezzato.
Passando da un grande artista internazionale a un nume tutelare del fumetto italiano, che ricordi hai dei tuoi esordi con Max Bunker/Luciano Secchi per Angel Dark? Cosa ha voluto dire lavorare per te assieme al papà di Kriminal e Alan Ford?
Quando ho iniziato a lavorare per Alan Ford avevo 18 anni! Per me fu la realizzazione di un sogno perchè Magnus e Bunker erano i miei miti da quando ero bambino. Sono molto riconoscente a Max Bunker perchè ha creduto in me anche se ero molto giovane, affidandomi la creazione grafica di Angel Dark. E’ stata una palestra importantissima perché, dal punto di vista dello stile, ero molto libero e ho potuto sperimentare a piacimento.
Nella tua carriera sei passato con agilità a disegnare fumetti di fantascienza, erotici, popolari italiani. Saltare da un genere all’altro è per te una condizione necessaria per la sopravvivenza artistica o ciò è solo dettato da rispettabilissime esigenze economiche?
No! Il più delle volte ho fatto le cose che mi andava di fare perchè le ritenevo interessanti.
E a questo proposito una domanda a bruciapelo: riesci a campare coi soli fumetti? E se no, come sbarchi il lunario?
Sì ma faccio anche l’illustratore.
A Lucca la Comma 22 ha presentato la raccolta in volume Le delizie del demonio, mentre qualche mese fa BD ha riproposto La bella estate (entrambe comparse su Selen, se non sbaglio), due storie che si muovono sul territorio dell’erotismo. Sei legato a questi tuoi vecchi lavori? E nel futuro hai intenzione di cimentarti ancora con questo immaginario?
Sì, mi sono divertito a disegnare quelle storie. Tra l’altro La bella estate è l’unico fumetto dove ho scritto anche la sceneggiatura. Avevo pronta anche la sceneggiatura del seguito, ma poi Selen chiuse e non se ne fece più niente. Per ora, però, non ho intenzione di cimentarmi di nuovo con il fumetto erotico.
La cosa che mi lascia perplesso in molte interviste ad autori di fumetti è che quasi sempre questi rispondono di leggere pochissimi fumetti, per mancanza di tempo e di stimoli. Tu, invece, sei un assiduo lettore di comics? E se sì, che cosa ti ha incuriosito e appassionato nell’ultimo periodo?
Io ora leggo un po’ tutti i generi, anni fa avevo una visione più ristretta, per esempio i comics “underground” non li guardavo neanche. Adesso Robert Crumb mi piace un sacco. L’ultimo acquisto (un’ora fa) è Galaxy Express 999.
Fai fumetti ormai da un sacco di tempo, almeno quindici anni, e hai collaborato con molti autori e i tuoi lavori sono apparsi un po’ dovunque. In tutto questo periodo cosa è cambiato, secondo te, nel panorama fumettistico italiano, in meglio e in peggio, e che percezione hai dello stato dell’arte?
Mi sembra di vedere con piacere che, nonostante tutte le difficoltà, ci siano tanti ragazzi e ragazze che continuano a guardare a questo mondo con interesse ed entusiasmo. L’unica cosa che mi angoscia un po’ è l’enorme influenza che hanno sulle nuove generazioni i manga. Anche io sono stato influenzato da autori come Otomo e Miyazaki, ma avevo già delle basi solide di disegno e una conoscenza discreta di tantissimi autori europei e non. Non vorrei che fra qualche anno ci siano solo disegnatori che fanno quelle faccine alla Candy Candy…
Massimo Semerano lavora a Bologna. Realizza fumetti come autore completo e, in veste di sceneggiatore, ha lavorato con Giuseppe Palumbo, Marco Nizzoli, Menotti, Francesca Ghermandi, Jacopo Camagni. Attivo da vent’anni nel campo del fumetto, ha pubblicato in Italia per Frigidaire, Comic Art, Phoenix e Black Velvet (Dottor Cifra Horror Show; Europa, con i disegni di Menotti; la serie Rosa di Strada, in corso di pubblicazione). I suoi lavori sono stati pubblicati in America per Fantagraphic Books e Kitchen Sink Press. In Francia ha pubblicato il volume Fondation Babel (disegnato da Marco Nizzoli) per Vertige Graphic e ha in corso di pubblicazione la serie Les Enfants du Crepuscule, sempre in collaborazione con Marco Nizzoli, per la casa editrice Les Humanoïdes Associés.
Marco Nizzoli si diploma all’Istituto Europeo di Design di Milano nel 1990. Dopo aver disegnato il personaggio di Angel Dark su testi di Max Bunker, crea assieme a Massimo Semerano la serie Fondazione Babele per la rivista Cyborg. Per la Phoenix realizza il libro erotico Simbaby e la miniserie Raymond Capp, su testi di Federico Amico. Realizza cinque episodi della serie ESP, su testi di Michelangelo La Neve, a cui fanno seguito Il Vizioso Mondo di Keto, Il Distinto Fleev e La Bella Estate per la casa editrice Trentini, I tarocchi dei segreti per Lo Scarabeo, tre albi della testata Napoleone per la Sergio Bonelli Editore e delle illustrazioni per dei giochi di ruolo. È del 2003 il debutto della prima serie pubblicata dagli Humanoïdes Associés Le Jour des Magiciens, su testi di Michelangelo La Neve, mentre è del 2006 la seconda serie francese, Les Enfants du Crepuscule, su testi di Massimo Semerano. Attualmente sta disegnando la serie Le monde d’Alef Thau, su testi di Alexandro Jodorowski.
