Schiavi della narrazione: intervista con Roberto Recchioni

Schiavi della narrazione: intervista con Roberto Recchioni
A Lucca Comics & Games incontriamo Roberto Recchioni per una lunga intervista che pubblichiamo in due parti. In questa prima parte parliamo di Roma Sarà Distrutta in un Giorno, di mostri giganti, città eterne e post-verità.

A Lucca Comics & Games 2019 era sotto i riflettori per le tante uscite evento dedicate a Dylan Dog, ma non va dimenticata la presenza del suo secondo graphic novel con . RSDIUG – Roma Sarà Distrutta in un Giorno è la rielaborazione del cinema di mostri giganti giapponese nella Roma dei giorni nostri. Questo è stato l’argomento della prima metà della lunga intervista che abbiamo potuto fare all’autore.

Schiavi della narrazione: intervista con Roberto Recchioni_Interviste Roma Sarà Distrutta in un Giorno: per il tuo nuovo libro hai scelto un genere molto conosciuto, quello dei mostri giganti. Siamo abituati a veder agire i mostri in città americane o giapponesi: qual è stato il motivo che ti ha portato a sceglierlo e quali possibilità narrative pensavi potesse darti con un’ambientazione italiana?
Quello dei mostri giganti è uno dei pochi generi davvero  e solamente giapponesi. Gli americani, ogni tanto, cercano di rubarglielo, di appropriarsene in qualche maniera, ma è giapponese per un motivo specifico: i mostri giganti non sono mostri giganti e basta. Se prendiamo il loro capostipite Godzilla, vediamo che nasce come metafora di una paura, di un trauma e di un rimosso, tutte conseguenti all’aver ricevuto due testate nucleari sulla testa. I mostri che diventano archetipici, iconici, hanno di solito qualcosa di molto potente che si nasconde dentro di loro. Pensiamo a Dracula, che in qualche misura racconta di imperialismo e del capitalismo, rappresenta l’idea di qualcuno che succhia sangue al mondo, oppure gli zombie di Romero, che dalla figura dello zombi del vodoo li ha prima trasformati in una rappresentazione del razzismo, poi in una critica del consumismo, poi al tema dell’immigrazione: i mostri importanti sono un veicolo per raccontare altro. Godzilla, o il Kaiju in generale, è quello, poi può essere infantilizzato e reso giocoso (lo hanno fatto anche i giapponesi stessi) ma, di base il Godzilla originale è un film che ancora oggi ha un impatto drammatico evidente. Partendo da questo presupposto, ho usato un mostro gigante per raccontare dello stato in cui versa la mia città, dello stato di Roma che poi diventa lo stato dello Stato Italiano, perché Roma è una sorta di enorme laboratorio di tutti i malanni che poi proviamo su scala nazionale. Noi romani veniamo usati come cavie per le cose che non funzionano, e poi queste vengono applicate in tutto il paese. D’altronde, non tutti hanno messo un sindaco di un certo tipo a risolvere i problemi di una città complicatissima come Roma, con idee folli tipo la monorotaia dei Simpsons e i tappi di bottiglia come denaro alternativo, le pecore per radere i prati e via dicendo.
Per il mio racconto, avevo in mente tre film in particolare: il Godzilla originale del 1968, lo Shin Godzilla di Hideaki Anno e il Giudizio Universale di De Sica. Film che sostanzialmente, per me, hanno dei tratti in comune essenziali. Godzilla trasforma in mostro una paura fortemente sentita in Giappone, e ci mostra le reazioni della gente davanti a essa. Il Giudizio Universale di De Sica parte dal presupposto surreale che una voce dal cielo dice, “alle ore tal dei tali ci sarà Giudizio Universale”, e poi ci mostra le storie di questa umanità piccolissima che deve confrontarsi con l’idea di venire giudicata in base a non si sa bene quale principio. Anno, con Shin Godzilla, mette il governo giapponese davanti a una calamità inarrestabile e ci fa vedere come implode a causa della sua burocrazia (che poi è quello che è successo a Fukushima).
Quindi il mio mostro diventa la metafora dei molti mali di Roma e mi diverto a mostrare come tanti tipi di romanità diversa reagiscono alla cosa. Durante la lavorazione mi sono reso conto che rischiavo di essere troppo cinico, troppo impietoso, troppo cattivo, e per questo ho coinvolto il Muro del Canto, perché sapevo che con le loro rime, con le loro poesie in musica, potevano darmi quell’elemento di comprensione e pietà in più che mancava.

Mi è davvero piaciuto l’inserimento dei testi di Muro del Canto e l’ho visto anche un po’come voler prendere il dialetto romano, solitamente usato come parodia, come simbolo di rozzezza, sotto un punto di vista nuovo, dimostrare quello che può dare e raggiungere.
Sì, noi abbiamo alcuni poeti meravigliosi, da Trilussa a Gioacchino Belli fino al Piotta e ai Colle der Fomento. C’è tanta grande poesia romana. Ultimamente a Roma c’è questo collettivo che si chiama dei Poeti der Trullo, un movimento metropolitano molto forte: una serie di poeti fantastici riuniti sotto un solo, unico nome, che raccontano la città e la vita in versi spesso strazianti, spesso comici, spesso feroci. Roma, come tutte le realtà in crisi, è incredibilmente creativa. Di fronte a grossi problemi si tende a reagire con forti opposizioni culturali, con la creatività. Pensa al genere horror che esplode negli anni ’80 che, dopo che la disillusione dei ‘70 e la crisi energetica in America hanno fatto sprofondare il mondo nel terrore, vive un momento di fertilità creativa assoluta. E Roma adesso è così; un disastro, un mucchio di letame, da cui nascono I fiori. Abbiamo alcune delle realtà musicali più interessanti, una generazione di fumettisti invidiabili (oltretutto, adesso anche Gipi vive a Roma), scrittori notevoli e registi molto bravi.

Come è nata la vostra collaborazione e come vi siete confrontati sulla sceneggiatura?
In realtà avevo usato il testo di una loro canzone per Orfani. Ma questa volta volevo fare le cose per bene, quindi li ho chiamati e gliel’ho proposto. C’è stato un confronto, in particolar modo con Alessandro Pieravanti, autore dei testi che avevo già deciso di utilizzare. Ne abbiamo parlato molto perché per loro era molto importante non tradire la loro identità e se il volume non l’avesse rappresentata, non se ne sarebbe fatto nulla. È stato un dialogo costruttivo che prima ci ha portato al libro in quanto tale e poi ad un tour, dove abbiamo mescolato le parole, i disegni e la musica.

In Shin Godzilla mi diverte tutta la presentazione della politica giapponese incompetente, inadeguata, menefreghista più preoccupata di altre cose. Però alla fine ci sono dei personaggi che con costanza, con abnegazione, trovano comunque modo di arginare la situazione. Invece in RSDIUG questo tipo di figure non ci sono. Non ti interessava raccontare quel particolare tipo di situazione o perché pensi che in Italia non ce la faremmo proprio?
Beh, Shin Godzilla doveva essere metafora di Fukushima, quindi che cosa fa Anno? Racconta che le prime cariche del governo giapponese, e tutte quelle secondarie alle loro dipendenze, si dimostrano completamente incapaci di affrontare e risolvere quel disastro. Sono i reietti e gli operai a salvare la situazione, anche sacrificando la loro vita. Quindi il film è, allo stesso tempo, un j’accuse contro il governo giapponese e un enorme atto d’amore verso gli eroi che hanno salvato il Giappone da Fukushima. Roma chi verrà a salvarla? Ma poi, Roma può o deve essere salvata?

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Anche questo aspetto di Roma si vede in modo contraddittorio: come una gigantesca città multietnica, dove l’immigrazione può svolgere un ruolo salvifico, oppure più cinica, se penso alla scena iniziale, nella quale un immigrato vede per primo il mostro, forse vi si riconosce, ma poi pensa ai fatti suoi. È così?
Sai, esiste un detto che ti dice “quando vai a Roma fai come i romani”. Ed anche: “che se fa i cazzi sua, campa cent’anni”. Alla fine, le persone che arrivano Roma, diventano tutte romane, cioè dopo un po’ la città ti porta a sviluppare una serie di atteggiamenti e un certo tipo di menefreghismo che è necessario per viverci dentro. E che per quanto le cose andranno male, si andrà avanti. Quante volte la città è stata invasa, depredata, bombardata, conquistata? Eppure sta sempre lì: eterna perché eternamente decade.

Sembra di cogliere un sentimento contrastante. Cioè, l’impossibilità di odiare una città che forse lo meriterebbe.
Roma è come un rapporto d’amore abusivo. Come stare con un marito che ti mena tutti i giorni, ma che non sei capace di abbandonare o denunciare. Il romano medio ti dirà che la città è invivibile e che funziona solo grazie alla suburra, quando il mondo del basso e criminale si incontro con il mondo di sopra della politica. Il regno del mondo di mezzo, lo chiama Carminati. Per capirsi, prendiamo la raccolta rifiuti: fino a quando è regolata da accordi grigi con personaggi grigi è possibile, ma se provi a gettare un poco di luce o a cambiare anche di poco le cose, ecco che si blocca tutto e la spazzatura straborda nelle strade. Oppure prendi i mezzi pubblici: vuoi fare uno sport davvero estremo e statisticamente pericoloso? Prendi un autobus. Ne bruciano due autobus al mese. Ogni mese. Non è casuale. Cosa sta succedendo? Non si sa. Ma è cominciato quando alcune figure chiave che a Roma facevano da tramite tra un mondo e l’altro sono venute a mancare. Come quando si interrompe la trattativa tra stato e mafia e scoppiano le bombe, insomma.
Roma, per fare semplice un discorso complicato e complesso, è una terra del compromesso e del magheggio. Il romano lo sa che funziona così, e per questo odia il posto dove vive e se ne andrebbe pure, se non fosse che poi alza gli occhi e sopra di lui c’è il cielo di Roma. Non le chiese, non statue, non le opere d’arte. Il cielo azzurro di Roma, la luce del sole che rimbalza sui suoi palazzi arancioni, le nuvole. E il romano, si ferma e resta a Roma. Io vivo in due case, una a Milano e una a Roma, potrei trasferirmi a Milano domani e avrebbe anche più senso visto il lavoro che faccio, ma non ci riesco: per me comunque Roma rimane il posto da dove vengo, dove ho le mie radici. Adoro Milano, ho conosciuto una Milano bruttissima, ma sono un romano che oggi dice che Milano è il posto più bello dove vivere in questo momento, in termini europei almeno. Eppure, alla fine… torno sempra a casa mia.

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Ritieni che La fine della ragione e RSDIUG si allontanino da opere come Asso? Un allontanarsi da opere più personali per parlare del presente, dei problemi della società?
Io credo che l’individuo sia una creatura politica. Io non posso tirarmi fuori dal discorso politico perché sono un politico in quanto essere umano. Questi libri che ho fatto per Feltrinelli non sono eterni, sono più dei pamphlet che hanno quindi una vita relativamente breve, che funzionano nel momento presente, che raccontano l’ora. Penso che tra una decina d’anni guarderemo a La fine della ragione dicendo “Ah, che simpatica distopia senza nessuna attinenza al reale”. O, almeno, lo spero. Però se togliessi me stesso (e quindi Asso) dalla narrazione, dovrei avere un approccio molto più razionale e più complesso, e credo che duecento paginette non basterebbero per raccontare neanche un pezzettino minuscolo di mondo con l’oggettività necessaria. Lo dico proprio all’inizio de La fine della ragione che il fumetto è un linguaggio semplice, di sintesi; e la sintesi va benissimo, è la grande forza del fumetto, ma la sintesi non si adatta a raccontare la complessità del mondo reale. La stilizzazione è bellissima ma se stilizzi troppo, arrivi a far delle semplificazioni su cose che, invece, necessitano di sfumature per essere capite davvero. Dividere il mondo tra “buoni” e “cattivi”, per esempio, sarebbe bellissimo ma è impossibile. La semplificazione porta alla polarizzazione delle opinioni, la polarizzazione delle opinioni porta al tifo. Il tifo porta ad avere Salvini al governo.

Credo che sia anche con tema neanche troppo nascosto di questa Lucca. Ho parlato proprio oggi con Paolo Castaldi del libro fatto con De Luca, che parla di tematiche del 69 ancora oggi sono attualissime; ho partecipato all’incontro sulla distopia a fumetti con Alessandro Bilotta e a quello con Marco Rizzo e i suoi lavori giornalistici a fumetti di contro- propaganda.
Io in questo momento non sto neanche facendo discorso politico, ne faccio un discorso di semplice logica. Se due esseri umani sono uguali, devono avere uguali diritti.  Sembra un discorso da eversivi allo stato attuale ma è di una banalità disarmante, no?

Schiavi della narrazione: intervista con Roberto Recchioni_Interviste Questo porta anche a un discorso che hai affrontato varie volte, quello della creazione di una sorta di post verità. Il reale che viene narrato e distorto dalla politica per piegarlo ai propri fini. Quale è il tuo punto di vista?
Io credo che siamo schiavi della narrazione. La vita è brutta, spesso noiosa e, generalmente, molto confusa. La narrativa, no. La narrativa è bella, appassionante e ordinata. Oggi siamo tutti drogati di narrazione. Consumatori compulsivi e ossessivi di serialità televisiva e quindi schiavi dei suoi meccanismi che ci appaiono come gli unici possibili. Oggi la politica sembra particolarmente interessante e avvincente, ci hai fatto caso? È perché alcune forze politiche molto sveglie hanno iniziato a usare la grammatica della narratologia per la loro comunicazione. Ogni giorno c’è un colpo di scena, un fatto, un avvenimento, ogni giorno viene dato in pasto qualcosa, anche futile o che non ha nessuna attinenza con reale, che però genera un momento di discussione.
Guarda quant’è stato semplificato anche il dibattito politico americano: gli ultimi due presidenti sono uno “Hope” e l’altro “Fear”, Speranza e Paura, le due facce della stessa medaglia della politica per sempliciotti. Concetti polarizzati e polarizzanti che si comunicano facilmente e in fretta.
Le grandi corporazioni ci vogliono così: affamati di storie facilmente digeribili e pronti per essere schierati in fretta, e senza fare troppe domande, in una squadra o nell’altra.

A volte la semplificazione è comoda, ti lascia tranquillo, ti ci rifugi…
Perché abbiamo paura della vita, del presente e del futuro. E non ci rendiamo conto che siamo dei privilegiati, afflitti dalla noia e dalle malattie del benessere che vivono in un’epoca in realtà meravigliosa, nella quale la scienza e la medicina hanno fatto passi da gigante e ci ha allungato la vita, abbiamo un livello di benessere e di tecnologia che se dovessi spiegarlo al me stesso di vent’anni fa mostrandogli uno smartphone mi farebbe esplodere il cervello. Eppure se tu senti in giro ti dicono: “che brutto vivere in questi tempi”. No! Sono tempi fighissimi in cui vivere!

Vi diamo appuntamento prossimamente con la seconda parte dell’intervista dedicata a Dylan Dog!

Intervista rilasciata dal vivo a Lucca Comics & Games 2019.
Si ringrazia Michele Garofoli per il lavoro di sbobinatura.

Roberto Recchioni

Roberto Recchioni è uno dei più noti fumettisti italiani. È stato autore di storie per personaggi come Dylan Dog, Tex e Diabolik. Ha creato, assieme a Lorenzo Bartoli, la serie di culto John Doe. Per Sergio Bonelli, assieme a Emiliano Mammucari, ha inventato Orfani. Recchioni ha scritto e scrive romanzi, soggetti cinematografici, servizi giornalistici, critica cinematografica e saggi. Attualmente, è curatore e sceneggiatore di Dylan Dog. Ha scritto i testi della miniserie Memento Mori, riprendendo la saga di The Crow – Il Corvo di James O’Barr. Nella collana Feltrinelli Comics ha pubblicato La fine della ragione (2018) e RSDIUG. Roma sarà distrutta in un giorno (2019; feat Il Muro del Canto). (biografia tratta da comics.feltrinellieditore.it/autore/roberto-recchioni/)

La fine della ragione: il manifesto di Roberto Recchioni

Roma sarà distrutta in un giorno: la Capitale secondo Recchioni

2 Commenti

2 Comments

  1. Cavaliere

    25 Novembre 2019 a 11:03

    non sono eterni, sono più dei pamphlet che hanno quindi una vita relativamente breve, che funzionano nel momento presente, che raccontano l’ora.

    Lo sa anche lui che pubblica roba che diventerà obsoleta in poco tempo? Di lui ci si ricorderà solo per mater morbi storia sulla malattia quindi eterna.

    • la redazione

      26 Novembre 2019 a 12:22

      Beh, possiamo vederlo come un ragionamento molto pragmatico oltre che programmatico: le due opere sono opere con tanti riferimenti al presente che, lette tra qualche anno, potrebbero – si spera – risultae meno immediate e comprensibili.

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