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Radice e Turconi: “Avila”, figlia di un’auto in panne nel cuore della Francia

25 Settembre 2026
Da Lucca Comics 2025, una chiacchiarata con Teresa Radice e Stefano Turconi per parlare di "Avila".
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Lucca è uno spazio in cui si ha l’occasione di incontrare autori lungo il loro cammino artistico; l’uscita di Avila è l’occasione per ritrovare due artisti come Teresa Radice e Stefano Turconi e parlare con loro del volume edito da Bao Publishing e del loro cammino autoriale.

Bentornati sulle pagine de Lo Spazio Bianco a Teresa e Stefano. Avila arriva a distanza di un paio di anni da Contastorie e si colloca nello spazio che dedicate alle uscite delle Ragazze del Pilar, la serie nata sviluppando l’universo del Porto Proibito. Inevitabile chiedervi come Avila sia nata?
Teresa:
Bentrovato a te. Avila arriva da lontano. Come tutte le nostre storie a volte sono seminate anni prima e poi arrivano con il tempo, aspettano il momento giusto per crescere e fiorire. Questo libro, ad esempio, è nato da un’idea che Stefano ha avuto quando ancora non facevamo storie insieme.
Stefano: Quando ho iniziato a fare questo lavoro, come tanti, il mio sogno era pubblicare in Francia e quindi facevo progetti da mandare agli editori francesi. Non essendo però uno scrittore i progetti che ideavo non erano granché. Con Avila è stato un po’ diverso, era stata la sola idea, il solo personaggio sopravvissuto a una sorta di scrematura. Si trattava di una ragazza capace di parlare con la sua ombra che secondo me aveva le caratteristiche per avere una storia da raccontare ed è rimasta in un cassetto per parecchio tempo. Quando tre anni fa abbiamo fatto un viaggio nelle zone della Francia centrale, tra Alvernia e la Dordogna, ci siamo trovati in posti bellissimi: piccoli villaggi, castelli, boschi, colline. Tutto quello che guardavamo attorno pareva fosse il posto perfetto per ambientarci una storia. Teresa sapeva di questo personaggio ed è stata lei a proporre di usare proprio lei per una storia ambientata in quei posti. Da appassionato di Dumas ho poi pensato all’epoca in cui farla muovere, il 600. I Tre moschettieri è uno dei libri che ho letto e amato da ragazzino e mi piaceva che, scelto lo spazio, il tempo fosse quello. Nel volume c’è un’apparizione di Richelieu ma non solo. Oltre a Dumas mi ero appassionato a tutta quella letteratura, penso ad esempio a Cyrano de Bergerac o al Capitano Fracassa i cui personaggi sono presenti. Pensa che c’è anche Cyrano in un piccolo cameo. Quando c’è il Conte di Langerache, uno dei protagonisti e la scena della battaglia che lo riguarda se guardate lo sfondo si vede uno col nasone che sposta un cannone, quello è Cyrano!
T: Pensa che non lo sapevo neanche io.
S: Vero, non lo sapeva, mi sono divertito a seminare queste sorprese.

Quindi è bello che sia un personaggio vostro in senso stretto. Stefano per l’intuizione e Teresa per lo sviluppo. Come è nata invece la storia che la coinvolge?
T:
Il racconto è nato proprio al ritorno di quel viaggio in Francia. Avevamo avuto un problema con la nostra macchina. La nostra macchina quindicenne, gialla, che ci aveva lasciato il in mezzo alla strada e ha fatto sì che il ritorno sia stato un viaggio particolarmente avventuroso e lento. L’avevamo fatta riparare ma non eravamo tranquilli.
S: Sì, io ero terrorizzato, guidavo pianissimo. A qualsiasi rumore pensavo: adesso si rompe, adesso si rompe. Quindi il lungo viaggio è stata un’ottima opportunità per avere tutto il tempo di fare brainstorming.
T: Sì, abbiamo avuto il tempo di dare forma alla storia. Ricordo che c’erano delle case arroccate alla roccia che sembravano perfette per iniziarci una storia; avevano quel giusto insieme di bellezza, mistero, fascino. A quel punto ci è venuto naturale riprender quel personaggio che esisteva ma in realtà non aveva ancora un nome; cioè in origine si chiamava Viola, come nostra figlia, che però aveva anche storia, Viola Giramondo. Avila è il nome di una città della Spagna che ho amato durante un interrail. Si tratta di una città fortificata da mura antiche, e poi aveva un bel suono che mi sembrava che si adattasse al viso della ragazza e che raccontasse anche qualcosa di lei; in effetti Avila è la città dove lei è nata.

C’è un aspetto che mi ha sempre colpito dei vostri racconti. Che è non soltanto l’aspetto generazionale. Voi avete personaggi che ripercorrono le vite dei vostri figli. Perché è successo con l’Orlando Curioso. Ovviamente con Viola. E adesso con Avila che è diciassettenne come vostra figlia. Avendo un figlio coetaneo della vostra la dedica è stata qualcosa che ovviamente mi ha colpito. Quello che mi chiedo è quanto vi aiuti avere a che fare direttamente con quella età quando raccontate un personaggio coetaneo ai vostri e ovviamente vi chiedo come reagiscano i vostri figli quando si trovano all’interno delle vostre storie.
T:
Premetto che Viola non sapeva che il libro fosse dedicato a lei. Quando abbiamo avuto la prima copia cartacea gliela abbiamo portata a casa e le abbiamo detto: questa è Avila. Lei lo ha aperto e le si sono sgranati gli occhi e la bocca. Però chiaramente ha 17 anni e non esprime più di tanto, però credo le abbia fatto piacere. Avila è modellata su nostra figlia, ma più che altro come conseguenza di quello che si assorbe quotidianamente. Anche Avila compie 17 anni durante la storia ed è un momento importante nella sua vita; per forza di cose Avila ha qualche somiglianza con nostra figlia, ma si tratta di una cosa di cui ci siamo accorti in corso d’opera, non è stato pianificato. Alla fine, uno racconta quello che conosce. Quindi quello che hai attorno per forza influisce su quello che racconti. Avila non è esattamente nostra figlia ma ha qualcosa che la riporta al nostro lessico familiare.

Come dicevate prima, il narratore trasforma in racconto quello che ha attorno, un libro nasce da una macchina in panne nel cuore della Francia e allo stesso modo credo sia inevitabile accada lo stesso. Sul fronte dei giovani lettori invece, come reagiscono quando si ritrovano raccontati?
T:
Allora, i lettori sono fortissimi. Perché per esempio tra le prime dediche che ho fatto, ci sono state delle mamme o delle zie che mi hanno detto: lo dedichi alla mia quindicenne, alla mia sedicenne. Quindi credo che da questo punto di vista si siano sentiti rappresentati in qualche modo. O come genitori o parenti o amici di ragazzi di quell’età o anche come qualcuno dei personaggi del libro. Nel libro ci sono diverse madri, c’è un padre. C’è il Conte che è un personaggio interessante e che a me piace molto personalmente; si tratta di un uomo che è stato padre in un certo modo e che tornerà a esserlo in modo diverso. Tornando alla domanda spesso i lettori si sentono raccontati ed è bello quando succede.

Guardando alle illustrazioni si osserva un certo gusto nella ricerca del colore, che è diventata una tua cifra stilistica, ma anche un’attenta ricerca del contesto storico e geografico. Considerando tutto questo, cosa ti ha divertito maggiormente lavorando ad Avila?
S:
Lavorando su questo libro mi sono davvero tanto divertito. Ad esempio, a un certo punto i protagonisti girano per la Parigi del 1600; dovevano essere magari due pagine che sono diventate quattro perché, ho pensato: adesso che ci sono come faccio a non mettere una bella veduta della Cattedrale di Notre Dame.
T: Esatto. Voleva fare lo sborone.
S: Giusto un pelo. Tecnicamente a me piace moltissimo cambiare ogni volta, il disegno è continua ricerca. Alcuni libri li ho fatti tutti ad acquarello, altri a matita; questo ad esempio è inchiostrato, a pennino e pennello. Mi sono fatto io gli inchiostri con i pigmenti per avere le diverse gradazioni di marrone e di nero che avevo in mente. Ci sono delle macchie di inchiostro acquarellato a mezza tinta e poi anche il colore fatto in digitale, quindi veramente un misto. Sono arrivato al punto che quando devo fare un libro nuovo, non so neanche troppo ragionare in modo preventivo ma cerco di adattarmi al racconto. Se per una certa tavola penso che serva il pastello, uso il pastello e così via.

La ricostruzione storica è sempre molto dettagliata al punto che la tua ricostruzione per calore e intensità è quasi più ricercata di quanto venga fatto negli stessi musei parigini. Come è stato costruire la Parigi del XVII secolo?
S:
Bellissimo. A me piace moltissimo dedicarmi a questa parte del lavoro, quella della ricerca di tutte le informazioni possibili. Cioè cercare tutte le informazioni possibili, persino gli oggetti, le brocche, le finestre, ho cercato ogni dettaglio. Molti dei luoghi dove è ambientato il libro sono esattamente come sarebbero apparsi a un visitatore arrivato a Parigi in quel periodo storico. Nel volume c’è ad esempio Cologne-la-Rouge, che è un villaggio della Francia che ho riprodotto in modo puntuale. Molti scorci di Parigi sono ricavati guardando a Le Mans, che circuito a parte, ha uno dei centri storici più belli di Francia, al punto che normalmente ci girano i film ambientati all’epoca. Stesso discorso per l’abbigliamento. Poi a me piace moltissimo la pittura di quell’epoca e per questo ho messo richiami a pittori come Vermeer (Ragazza con l’orecchino di perla) o Velasquez (Las Meninas). In pratica per ogni scenario del libro c’è uno studio attento di molti dettagli al punto che uno può pure pensare che si tratti di un lavoro noioso quando invece fare quel tipo di ricerca per arrivare al risultato finale è per noi divertimento. Io poi sono di quelli che se vado al cinema e c’è un errore storico mi rovino la visione. Per questo quando sono io a essere nei panni di chi deve riprodurre un dato periodo storico cerco di farlo con molta attenzione, pure consapevole che qualche errore può capitare.

C’è qualcuno che te lo fa notare?
S:
A volte sì; alcuni amici esperti, come un amico esperto di uniformi che una volta mi ha fatto notare un’uniforme napoleonica con il pennacchietto di un colore sbagliato. Quando questo succede sono contento perché vuol dire che uno ha guardato con attenzione. Va detto anche che quando te lo fanno notare, e il mio amico fu molto discreto nel farlo, alla fine noti solo quello. Si cerca di arrivare al più possibile che sia credibile. Perché poi il lettore non sa. Non è tenuto a sapere che in quell’epoca le brocche erano fatte in quel modo. Però se c’è una ricerca il lettore lo comprende.

Invece a Teresa volevo chiedere di una cosa sullo stile della narrazione. In Avila, e credo sia una prima volta per te, ricorri a un meta narratore, un personaggio che parla col pubblico che è un retaggio proprio seicentesco. Si tratta di personaggio che è bellissimo. Tu hai una capacità notevole di tratteggiare i personaggi, ti bastano poche tavole per dare loro struttura e l’impressione di conoscere da tempo quel personaggio. Che lavoro c’è per arrivare a quel tipo di risultato?
T:
Allora, questa cosa che mi hai detto mi fa piacere. Quando scrivo un personaggio vado molto a istinto. Ogni volta mi immedesimo nel personaggio che sto raccontando, cercando di immaginare come lui si comporterebbe in quel frangente. La scelta del narratore è stata molto interessante ed è vero, è la prima volta che uso un simile stratagemma nato dalla visita a un museo francese, Il Museo Fantastico della Bestia del Gévaudan (Musée Fantastique de la Bête du Gévaudan) nel villaggio di Saugues, nel dipartimento dell’Alta Loira. Si racconta che questa creatura avesse mangiato un sacco di contadini. Per raccontare la storia del mostro hanno usato personaggi a grandezza naturale, tra i quali un narratore che introduceva la storia. Noi ci siamo guardati e abbiamo deciso che in Avila dovesse esserci un narratore di quel tipo; un ambulante, un venditore di pentole con un cane al seguito che a sua volta avrà un ruolo essenziale. Lavorarci è stato divertente perché è stato come raccontare la storia due volte. Io sto raccontando la storia del narratore e il narratore sta raccontando la storia a te lettore che così viene trascinato nel racconto.

In Avila viene anche raccontato il rapporto con l’Ombra, che rimanda a Peter Pan ma è molto di più. L’ombra è un personaggio, più diciassettenne di Avila stessa.
T:
Non l’avevo mai pensato come Peter Pan in effetti. Sull’ombra a inizio libro ho dato piccoli indizi. Purtroppo per ovvie ragioni su di lui non si possono dire tante cose, mi sono divertita tantissimo a scriverlo. Si chiama Astor, come Piazzolla. Abbiamo preso quel nome lì perché abbiamo un figlio violinista che ha spesso avuto a che fare con Piazzolla, i cui pezzi sono terribili da studiare per quanto sono difficili. L’Ombra è personaggio che mette i bastoni tra le ruote. È più grande di Avila ma è vero che sembra un diciassettenne da come è stizzato. Era bellissimo per me giocare sul fatto che è vero, come per Peter Pan si tratta dell’ombra di Avila, è un personaggio cupo, ma a cui lei è affezionata perché si tratta dell’essere, l’entità che le sta più vicino, che le è stato più vicino nel corso della sua vita.

Il fantastico fa parte della vostra narrazione, in questo caso però non si tratta di una suggestione ma proprio di un personaggio?
S:
Esatto. In questo caso qua c’è proprio una figura che è magica. Dunque, premesso che noi non amiamo molto il fantasy come genere, quando ci siamo trovati a raccontare un periodo come quello che abbiamo scelto ci siamo accorti che la magia per quell’epoca era considerata normale. Cioè a quell’epoca la gente credeva in queste cose, nelle streghe, nel diavolo, in tutta una serie di cose; quindi, trattarle significava essere fedeli al periodo raccontato.

Anche contemporanei al presente attraverso certe riflessioni.
T:
A fine volume ci sono discussioni tra alcuni personaggi: si tratta di soggetti che sebbene appartengano a un medesimo ambiente abbiano punti di vista diversi. Si raccontano discussioni anche feroci su determinate cose, tra cui l’uso delle parole, l’uso delle parole per etichettare, per dare una definizione dell’altro. Michele Foschini in tal senso ci diceva che per un certo approccio, sebbene Avila si ambientata nel ‘600, è anche modernissima.

In tal senso avvertite una nuova responsabilità di intercettare il presente quando approcciate una storia?
T:
Allora, io sento la responsabilità che dà privilegio di raccontare storie che le persone possono leggere, questo sì. Da parte nostra non partiamo mai con l’idea di raccontare un tema ma siamo sempre trascinati dalla storia. Poi è ovvio che attraverso i personaggi, le storie, vengono fuori i propri punti di vista o i punti di vista di chi ti sta attorno che poi, come in questo caso, si scontrano. Per cui, credo che venga naturale e credo anche, almeno nel nostro caso, che si possa parlare della realtà senza usare la realtà. Non stancarti di andare è stata la nostra unica incursione nella realtà sebbene certe tematiche, certe sensibilità sono parte della nostra grammatica narrativa.
S: Vero, sono presenti, ma questo è anche un bel segno di maturità del mondo del fumetto. Il fumetto è stato per anni considerato una cosa minore, una cosa per bambini, che si leggeva in bagno. Il fumetto è cresciuto, si è evoluto, molte persone si sono rese conto che non è soltanto intrattenimento. E che attraverso il linguaggio del fumetto si possono raccontare storie. Il graphic novel, il romanzo grafico, nasce per questo motivo. Il linguaggio del fumetto sta crescendo e si occupando anche di temi sempre più ampi che vanno al di là dell’intrattenimento.

Per chiudere, inevitabile indagare quali sono i progetti prossimi. Intanto, immagino, il prossimo passo sarà un altro capitolo delle Ragazze del Pilar.
T:
Io l’ho già scritto, l’ho finito a marzo scorso. (2025 – ndr)

Quindi la domanda non è sul prossimo, ma su quello dopo.
T:
Sono in una mia fase di accumulo, che significa che sto leggendo cose, accumulando documentazione, riempiendo quadernetti su quella che sarà la storia nella mia testa del 2028. Ma su questa ancora non si può dire nulla perché a oggi non abbiamo ancora presentato il progetto. Posso dire che sto leggendo La marcia di Radetzky di Joseph Roth, e poi un altro, che invece è un saggio piuttosto pesantino, è Hofmannsthal e il suo tempo di Hermann Broch.
S: Che vuol dire tutto e niente.

Si, ma quando ne parleremo nel 2028 la prima domanda sarà sulle suggestioni di Roth e Broch…
T:
Esatto!

Grazie, come sempre.
T e S: Grazie a te.

Intervista registrata dal vivo al Lucca Comics and Games 2025.

BIOGRAFIE

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi. Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve. Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”: arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L. Stevenson (2015). Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi. Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare. Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud: Prix Jeunesse a Bédécine Illzach 2015 e Sélection Jeunesse ad Angouleme 2016) pubblicato poi in una nuova edizione da BAO nel 2020. Il Porto Proibito, pubblicato nel 2015 per BAO Publishing e ristampato nel 2016 in una Artist Edition di prestigio, ha vinto il Gran Guinigi come “Miglior graphic novel” a Lucca Comics 2015 e il Premio Micheluzzi come “Miglior fumetto” a Napoli Comicon 2016. Sempre per i tipi di BAO, pubblicano Non stancarti di andare nel 2017 (graphic novel che riscuote in brevissimo tempo un grande successo di pubblica e critica), due volumi della serie per i più piccoli Orlando Curioso (Orlando Curioso e il segreto di Monte Sbuffone e Orlando Curioso e il mistero dei calzini spaiati) tra il 2017 e il 2018, Tosca dei Boschi (inizialmente edito da Dargaud in Francia e poi portato in Italia) nel 2018. Nel 2019 ripropongono le atmosfere de Il Porto Proibito con il primo volume de Le ragazze del Pillar, che vince il premio Nuvole a Montereggio 2020. Sempre per Le Ragazze del Pillar Teresa Radice è premiata come miglior sceneggiatrice con il premio Gran Guinigi a Lucca Changes 2020. La terra, il cielo, i corvi è il graphic novel pubblicato nel 2020 che racconta di tre soldati in fuga nella Russia del 1943 e che è apparso in Francia nella selezione ufficiale del 50° festival di Angoulême e anche nella selezione del Premio dei Liceali. Nel 2023 arriva in libreria il loro nuovo graphic novel, Il Contastorie, ambientato nella splendida Amazzonia. Nel 2024 esce Le ragazze del Pillar 3 e arriva la nuova edizione di Il porto proibito nei tascabili Chihuahua di BAO Publishing. I frutti più originali della loro ormai ventennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie. I loro nomi sono Viola e Michele.
Le foto sono tratte dal loro canale Instragra: https://www.instagram.com/lacasasenzanord/

Francesco Cascione

Francesco Cascione

Genovese, ma con le radici piantante nel mondo.
Mi piace raccontare emozioni e raccontarlo attraverso quelle emanate da eventi di massa è estremamente stimolante, tanto quanto raccontare o condividere storie.

Arrivo allo spazio bianco dopo aver scritto, intervistato, raccontato, e dopo molti errori di battitura.

Mi definisco un lettore onnivoro per approccio, e sono curioso per natura.

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