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Prima e dopo The Walking Dead: intervista a Charlie Adlard

27 Dicembre 2025
A Lucca Comics 2025 abbiamo chiacchierato con Charlie Adlard sul suo nuovo lavoro, "Heretic", e sulla sua carriera.
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Dopo il grande successo ottenuto come disegnatore regolare di The Walking Dead di Robert Kirkman, Charlie Adlard torna in Italia e nel catalogo Saldapress con una graphic novel che mescola storia, giallo e inquisizione, Heretic, scritta dallo sceneggiatore Robbie Morrison.

Heretic cover

Ciao Charlie, benvenuto su Lo Spazio Bianco e grazie per il tuo tempo. La tua è una lunga carriera che ha spaziato tra lavori mainstream e progetti creator owned: quali sono le caratteristiche che ti spingono a scegliere di partecipare a progetti di questo tipo?
Ormai divido sempre la mia carriera in pre-The Walking Dead e post-The Walking Dead.
Prima di The Walking Dead ero come qualsiasi altro disegnatore, potremmo dire un “artista a giornata”. Passi da un lavoro all’altro finché hai un impiego, che si tratti di Batman o X-Files o qualsiasi altra cosa.
Dopo The Walking Dead mi sono trovato nella posizione invidiabile di poter scegliere i miei progetti. Quindi tutto ciò che ho fatto dopo è creator-owned e continuerà ad esserlo. Attualmente non ho più alcun interesse a tornare indietro e lavorare su personaggi di qualcun altro. Quindi non mi vedrete disegnare Batman o Spider-Man o altro. Potrei realizzare un paio di pagine o delle variant cover, ma niente di duraturo, perché non è quello che voglio fare ora.
È più appagante a livello creativo realizzare contenuti creator-owned. Se avessi potuto farlo prima di The Walking Dead e guadagnarmi da vivere, l’avrei fatto.

Le ambientazioni orrorifiche fanno parte di molti dei lavori in cui ti sei trovato coinvolto. Quanto fa parte del tuo gusto personale e quanto aver lavorato per tanti anni appunto su un titolo di enorme successo come The Walking Dead ha condizionato i tuoi lavori e ingaggi successivi? Ti sei trovato con maggior libertà di scelta o più vincoli rispetto al tipo di proposte che ricevi?
Credo che il motivo sia principalmente legato a The Walking Dead. Mi piace l’horror, ho fatto Damn Them All Heretic che hanno elementi horror, ma amo tutti i generi. Dico sempre che quando uno scrittore mi chiede su cosa mi piacerebbe davvero lavorare io rispondo: “Qualunque cosa sia valida“. È semplice.
Se una storia mi colpisce, che sia fantasy, fantascienza, horror, drammatico, western, e mi fa sentire che sono pronto a passare un anno, un anno e mezzo, due anni o quello che serve a lavorarci sopra, lo farò. È capitato che alcune di queste fossero horror, ma è stata una coincidenza.

Heretic è un fumetto con un’ambientazione storica e personaggi realmente esistiti: come hai lavorato sul fronte iconografico e sulla ricerca e che tipo di libertà ti sei preso?
Io e Robbie (Morrison) siamo buoni amici e abbiamo lavorato a parecchie cose in passato, come Guerra Bianca, Nicolai Dante (inedito in Italia) e altre piccole cose qua e là. Quando abbiamo deciso di fare Heretic era probabilmente il 2019. Avevamo programmato di andare ad Anversa per farci un’idea del posto, visto che il fumetto è tutto ambientato lì. Ma poi è scoppiata la pandemia proprio mentre stavamo per partire, quindi abbiamo dovuto fare affidamento solo sulla cara vecchia ricerca immagini di Google. Sembra pigrizia, ma è una risorsa straordinaria.
Ricordo che quando lavoravo nel mondo dei fumetti negli anni ’90, per fare ricerche su qualsiasi cosa stessi facendo dovevo andare in biblioteca e fotocopiare le pagine che mi servivano. Oggi non è più necessario farlo: puoi semplicemente catturare schermate.
E in realtà quello che ho scoperto, soprattutto con la ricerca che ho fatto su Heretic, è che se anche fossimo stati ad Anversa, non avremmo trovato molti edifici del XVI secolo. Ci sono un po’ le cose ovvie, che sono le grandi attrazioni turistiche, ma sarebbe difficile, credo, trovare almeno una strada con l’aspetto di quel periodo. Quindi, anche se fossimo andati lì e avessimo scattato un sacco di fotografie, credo che molte di queste sarebbero comunque state ricreate dalla nostra immaginazione.
Lo stesso vale per i costumi. Ho parecchi libri sui vari costumi d’epoca a casa, quindi posso consultarli. Ma qui avevo una collocazione più specifica in termini di spazio e tempo, quindi ho dovuto fare delle ricerche. E a volte, semplicemente, bisogna elaborare un po’, perché non ci sono fonti o immagini esatte. Sono il primo ad ammettere che se uno storico leggesse il fumetto alzerei le manie e direi: lo so, lo so, non è del tutto esatto. Ma penso che catturi l’umore e l’atmosfera piuttosto che un momento e un luogo precisi, perché, alla fine, è una bella storia e questa è la cosa importante.

E per quanto riguarda i personaggi storici che ne sono protagonisti, come Cornelius Agrippa?
Quello ha a che fare con Robbie. Quando io e Robbie abbiamo realizzato Morte Bianca negli anni ’90, parlavamo spesso di fare qualcos’altro insieme, ma per vari motivi abbiamo finito per avere carriere separate. All’epoca Robbie mi ha mandato tre o quattro proposte diverse. E un paio d’anni fa, mentre guardavo vecchi disegni mi sono imbattuto in quel personaggio. La cosa buffa è che tra tutti i posti lo avevo disegnato davanti ad un edificio di Lisbona, nulla a che vedere con Anversa. Ho contattato Robbie e lui nemmeno ricordava di avermi mandato questa proposta.
Si trattava solo di un paragrafo, letteralmente. Era una specie di elenco di varie idee e una di queste parlava di questo tizio su cui aveva fatto un po’ di ricerca e un set di personaggi storici realmente esistiti. Praticamente c’erano già tutti gli elementi.

La natura di Heretic, con la vera e propria creazione di un duo di investigatori tra Sherlock Holmes Il Nome della Rosa, fa pensare al desiderio di raccontare altre storie: avete già qualche piano o siete in attesa di capire il riscontro del pubblico per decidere se è il caso di proseguire?
Avevamo ben presente Il Nome della Rosa mentre lo scrivevamo. Credo che per il genere di storia, che è basata su un’indagine, sia ovvio pensare all’idea di altre avventure. Penso che la voglia ci sia stata, ma al momento non abbiamo piani. Insomma, sarebbe un punto di partenza perfetto per una serie di avventure, ma so che al momento Robbie è impegnato, scrive anche romanzi mentre io ho tre progetti in programma e ho appena firmato un contratto per uno di questi con scadenza nel 2029. Insomma, sono impegnato per un bel po’ quindi non so se torneremo mai a lavorarci. Non per mettere parole in bocca a Robbie, ma è altamente improbabile.
E al momento tutto ciò che voglio fare sono storie autonome, con inizio, svolgimento e fine. In generale voglio solo lavorare su una bella storia, solida e indipendente. Che sia in formato americano, come miniserie e poi raccolta, o in una forma più europea, ovvero un singolo volume, è così che vedo proseguire la mia carriera.

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In The Walking Dead hai lavorato principalmente con un bianco e nero netto, mentre su Heretic entra prepotentemente in gioco il grigio, e in alcune scene si aggiunge il rosso: che tipo di scelte hai fatto e per quali ragioni hai preferito questo approccio?
Dal punto di vista dello stile, in ogni progetto che realizzo, mi chiedo sempre: come voglio che appaia? Sono sempre aperto a modificare leggermente il mio stile in ogni lavoro. Sono passato dalla semplice matita in The Walking Dead a questo effetto più ruvido e all’uso dei toni di grigio in Heretic. Poi ho fatto un libro per Glenat intitolato Altamont (inedito in Italia) che ho colorato e a cui ho aggiunto una particolare pattern di lettere per dargli quel tocco anni ’60, visto che è ambientato in quel periodo.
Per quanto riguarda Heretic, ho pensato a qualcosa di più ruvido perché è così che immagino certi elementi storici. In quel periodo avevo anche iniziato a lavorare di più in digitale, questo è stato il mio secondo fumetto interamente digitale, dopo Vampire State Building. Volevo farlo sembrare come se fosse stato disegnato in maniera tradizionale e ho utilizzato la matita digitale. Man mano che la storia procedeva, usavo toni di grigio e ombreggiature, ma in realtà stavamo cercando un colorista perché l’intenzione era di farlo a colori. Abbiamo provato a farlo colorare da un paio di persone che conoscevamo, ma quando ci hanno rispedito le pagine abbiamo trovato che non funzionasse. Non è stata colpa del colorista, ma ci avevo messo troppo impegno perché il colorista potesse lavorarci al meglio e alla fine Robbie ha suggerito di lasciarlo semplicemente in bianco e nero.
All’inizio ero un po’ restio, perché avevo fatto tutto The Walking Dead e altri libri in bianco e nero, e volevo fortemente fare questo a colori. Fore perhcè dentro di me sopravvive ancora quella mentalità che mi dice che il colore è più vendibile del bianco e nero. Ma abbiamo continuato a cercare coloristi e ancora non funzionava, quindi alla fine mi sono arreso e ho accettato questa soluzione.
Però è rimasto il rosso, una componente tematica che aggiunge un leggero tocco di vivacità a varie pagine.
Penso che alla fine abbiamo ottenuto il miglior risultato sotto questo aspetto.

Uno dei temi portanti in Heretic è l’interpretazione della verità e dei fatti che possono piegarsi al volere e al comodo di chi li racconta. Difficile non trovarci affinità con la contemporaneità: è una cosa che avete scelto o che è emersa in maniera naturale e cosa ne pensi dell’uso che il potere può fare dello storytelling?
Quando disegni certe storie, ti accorgi sempre di quanto siano vicine al presente, anche se stai facendo un’opera storica. E a parte Damn Them All, tutto quello che ho fatto da The Walking Dead in poi aveva un ambientazione storica, ma ognuna parlava molto del presente.
Sono sicuro che anche Robbie si rendesse conto di cosa stava scrivendo.
Io compio 60 anni l’anno prossimo e quando arrivi a quest’età, all’improvviso, senza voler sembrare troppo fatalista, inizi a prendere consapevolezza della tua mortalità e a realizzare che non hai più tutto il tempo del mondo per fare progetti.
Questo è più il motivo per cui all’inizio ho parlato del fatto di preferire progetti creator-owned e perché non ho voglia, in mancanza di un termine migliore, di sprecare il mio tempo a disegnare Spider-Man per due anni, per quanto bello possa essere. Quindi, come ho detto prima, voglio solo lavorare su cose che mi entusiasmano e che hanno un significato. Credo che questo sia l’altro fattore che mi spinge a disegnare. Voglio, senza esagerare, lasciare un’eredità. E credo che l’unico modo per farlo sia parlare di problemi, parlare di cose che ti riguardano e che sono personali. Quindi, che si tratti di Heretic o di alcuni dei progetti che ho in programma, hanno tutti un certo non so che che dà loro un senso di valore.
E questo, in particolare, riguarda quello di cui parli, l’incontro tra la storia e il presente. Per me, questo li rende degni di essere realizzati.

Tu hai lavorato con editori inglesi, americani e francesi. Quali sono state per te le differenze nel lavorare con loro?
Beh, a parte la barriera linguistica con la Francia, sono un grande fan della bande dessinée: ecco perché ne ho realizzati tre nella mia carriera e sono sicuro che ne realizzerò un altro prima o poi.
A livello pratico, lo ammetto, è più difficile lavorare per la Francia. Quando ho realizzato Altamont con Glenat non era stato pensato per quel mercato. Avevo già contattato un paio di scrittori perché il nocciolo dell’idea era mio. Erano interessati, ma dopo un primo momento mi hanno abbandonato per vari motivi. Poi è arrivato Herik Hanna che ha capito esattamente cosa volevo fare e così, all’improvviso, è diventato un libro in francese e ovviamente c’è stato del lavoro extra nel far tradurre la sceneggiatura per me. Insomma c’è sempre un piccolo problema linguistico con la parte editoriale ma preferisco la bande dessinée semplicemente perché ci sono più opportunità di cimentarsi in generi differenti.
Per esempio Heretic è un insuccesso praticamente garantito negli Stati Uniti, perché ha tutto ciò che generalmente non interessa alla gente. Direi che The Walking Dead è stata una di quelle strane anomalie che hanno avuto un successo imprevisto. E in un certo senso si spera di essere l’ennesima anomalia. Credo che le opportunità per i fumetti francesi, o per i fumetti franco-belgi, in termini di genere, siano maggiori per realizzare cose più interessanti e per essere lette da un pubblico più ampio.
Negli Stati Uniti c’è sempre Image, che mi dà l’opportunità di fare un sacco di cose interessanti, ma di solito non raggiunge un pubblico particolarmente ampio, questa è la differenza.
Conosco molti bravi scrittori e al momento ho un paio di progetti con sceneggiatori importati di cui purtroppo non posso parlare, ma che sono piuttosto entusiasmanti e in questo caso io posso semplicemente rilassarmi e non mi devo preoccupare della lingua, devo solo continuare a lavorare.

Hai detto che non puoi dirci nulla dei tuoi nuovi progetti, puoi almeno anticiparci quando arriverà qualche news in proposito?
Di uno posso parlarne brevemente. Al momento sto lavorando con Chris Condon a un libro per Image. È una miniserie che uscirà l’anno prossimo. Gli altri due, di cui non posso ancora parlare, sono molto interessanti.
Ce n’è uno di cui sto parlando da molto tempo con uno scrittore famoso. Questa cosa è in ballo da circa un anno e mezzo: o sono impegnato io o è impegnato lui. Spero che sia il mio prossimo lavoro, dopo la cosa con Chris.
In caso contrario, c’è un altro progetto che spero di poter portare avanti. Credo l’autore abbia intenzione di iniziare a scriverlo all’inizio dell’anno prossimo, quindi potrei inserirlo tra gli altri due. È un po’ come giocare a Tetris.
Sono molto fortunato perché dopo The Walking Dead non ho più bisogno di lavorare a ritmi impossibili, ma adoro disegnare, quindi sto raggiungendo quel buon equilibrio tra lavoro e vita privata in cui spero di non sentirmi più sotto pressione. È come il progetto con Chris: probabilmente uscirà a metà dell’anno prossimo, ma a quel punto avrò già finito quattro numeri, forse cinque. Quindi non è che debba correre. È una situazione da sogno, in cui posso vivere questa bella esperienza senza scadenze.

Intervista realizzata il 1 novembre al Lucca Comics & Games 2025 presso lo stand saldaPress.

CHARLIE ADLARD

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Charlie Adlard è un fumettista britannico. Inizia la sua carriera su 2000 AD e con la miniserie Guerra bianca con Robbie Morrison. In America inizia la sua carriera lavorando su diverse testate, tra cui la serie X-Files pubblicata dalla Topps. Conosce il successo internazionale quando viene coinvolto da Robert Kirkman su The Walking Dead, di cui rimane il disegnatore a partire dal numero sette, sostituendo Tony Moore, fino alla sua conclusione.
Dopo The Walking Dead ha realizzato diversi progetti creator-owned non solo per l’America e l’Inghilterra, ma anche per la Francia, come ad esempio Vampire State Building scritto da Ange e Patrick Renault.

Paolo Ferrara

Paolo Ferrara

Nato a Bologna, classe 1977, svolge diversi mestieri e frequenta corsi di fumetto, teatro, doppiaggio e un Master in Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden di Torino. Insegna storytelling per varie realtà e associazioni e ha una cattedra di Storytelling per i Media presso IAAD Torino e Bologna.

Come freelance sceneggia (per cortometraggi, Mediaset, videogame per Tiny Bull Studios e qualche fumetto web), ha pubblicato opere di narrativa e narrativa per bambini ( Saga Edizioni, Epika Edizioni, La Strada di Babilonia, Delos Books, Milena Edizioni e Kalimat Group – editore degli Emirati Arabi Uniti- ).

Da più di 15 anni è conduttore e autore radio/podcast ( RadioOhm / SonoCoseSerie) e collabora come recensore e articolista per diverse riviste digitali e non (tra cui Lo Spazio Bianco).

È sceneggiatore della serie Chimere sull'app Jundo Comics e ha diversi progetti in arrivo in vari media: qualunque cosa pur di raccontare storie.

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