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Paul Azaceta, un disegnatore per tutte le stagioni

9 Febbraio 2026
Due chiacchiere con Paul Azaceta per parlare di "I Seasons" e delle sue influenze artistiche, tra film d’animazione e artisti europei.
Leggi in 11 minuti

Abbiamo fatto una chiacchierata con Paul Azaceta durante la Milano Games Week & Cartoomics del novembre 2025, dove il disegnatore ha presentato il primo volume di I Seasons, scritto da Rick Remender e pubblicato da saldaPress.

Ciao Paul, benvenuto su Lo Spazio Bianco e grazie per il tuo tempo. Quando hai deciso che saresti stato un disegnatore di fumetti e quali sono le influenze e gli artisti che ti hanno portato a questo mestiere?
Quando ero piccolo, una volta mio nonno mi portò al supermercato: all’epoca capitava di trovare queste confezioni da tre fumetti Marvel, e quando lo vidi chiesi a mio nonno di comprarmi quello con Spider-man. Una volta aperto a casa, me ne sono subito innamorato. Da allora ho iniziato a collezionare e a comprarne sempre di più. A me è sempre piaciuto disegnare e quando ho scoperto che potevo farlo come lavoro, avevo forse undici o dodici anni, ho deciso che era l’unica cosa che volevo fare. Così, semplicemente, ho perseguito questo obiettivo nella mia vita.
Crescendo, ho iniziato a conoscere diversi artisti. Probabilmente avevo l’età perfetta per quando è esploso il grande boom dell’Image. Todd McFarlane, Rob Liefeld, Jim Lee per me sono stati molto influenti. Ciò che mi colpiva di più di quello che stavano facendo era il fatto che stessero creando i propri personaggi. C’era così tanta creatività, così tanta energia.
C’erano tanti altri artisti che mi piacevano, come John Romita o chiunque altro avesse lavorato su Spider-man. Però in quel caso si trattava di lavorare su un personaggio che era già stato creato: stavano solo disegnandone un’altra versione, la loro versione. Magari anche la versione migliore, se pensiamo a John Romita Sr.. Ma è stato solo quando Image ha iniziato a creare i propri personaggi che ho visto le cose in modo diverso, anche perché io disegnavo sempre i miei personaggi.
McFarlane ad esempio ha avuto un’influenza enorme su di me, in particolare, perché parla molto di quello che ha fatto ed è una grande fonte di ispirazione per quello che faccio ora, per il tipo di fumetti che realizzo.
Successivamente poi ho scoperto artisti come Alex Toth, Mike Mignola, Frank Miller. C’era qualcosa nel loro modo di usare i neri, nel modo in cui disegnavano, nel modo in cui raccontavano le storia: non so, è stato allora che è scattato un altro interruttore nella mia mente e ho iniziato a farlo davvero. Ho continuato a scoprire persone che mi hanno ispirato, come John Paul Leon, e anche diversi artisti italiani come Toppi, Micheluzzi, Zaniboni. Possiedo due originali di Micheluzzi. Adoro tutte queste cose e cerco di prendere un po’ da tutti. Da questo spero di creare la mia versione, il mio stile.

In effetti nel tuo stile di disegno si nota un certo sapore europeo.
Me lo dicono spesso, specialmente quando vengo in Italia o in Francia. È buffo. Ho detto che la mia più grande ispirazione è stata la Image originale, ma io non disegno affatto in quel modo.
Lo stile europeo e il modo in cui si raccontano le storie in Europa in un certo senso si adatta perfettamente al mio modo di pensare. Ad esempio amo molti film francesi, come Rusted Bone di Jacques Audiard o registi come Jean-Pierre Melville. Penso che il modo in cui affrontano la storia, il modo in cui la raccontano, influenzi anche il mio modo di fare le cose. Mi piacciono i piccoli momenti dei personaggi, le piccole cose, impostare la scena, costruire un po’ di più il mondo intorno a loro.

Orrore e inquietudine fanno spesso parte dei fumetti in cui sei coinvolto: pensiamo ad Outcast, alcuni episodi del BPRDLa Tomba degli Imperi. Anche in quest’ultimo I Seasons, a dispetto di clown e colori sgargianti, serpeggiano toni di mistero e tocchi inquietanti. Sono temi e generi da cui ti senti attratto, lavori che preferisci, o si tratta di una casualità e ti ritrovi a lavorare su storie simili magari sull’onda del successo dei tuoi lavori precedenti?
Amo davvero l’horror, potrebbe essere il mio genere preferito. Molte delle mie pellicole preferite sono horror e mi piace davvero quel tipo di narrazione inquietante e strana, quella che genera suspense. Non sono un grande fan dell’horror che ti sbatte in faccia un mostro che ti pugnala al collo o cose del genere, che se ti spaventa per un secondo. Mi piacciono quelle storie che ti fanno sentire quella sensazione oscura dentro di te, quelle che anche quando il film è finito torni a casa tua e sei un po’ inquieto e guardi ogni ombra.
Quando abbiamo fatto Outcast, abbiamo provato a fare questa cosa,e quando fai qualcosa che piace a tutti, poi vogliono che tu lo rifaccia ancora e ancora. Esattamente come quando un artista disegna un fantastico Superman e poi molte persone gli chiedono: “Ehi, puoi disegnare quest’altro  supereroe?”
Io amo anche altre cose e voglio cambiare, voglio crescere e provare cose diverse. Su Outcast ho lavorato per almeno sette anni, quindi mi sono detto: “Ce l’ho fatta, ora facciamo qualcosa di diverso”. Magari in futuro tornerò su un horror, ma sarà molto diverso da Outcast perché mi piace cercare di fare cose che non ho mai fatto prima. Un’altra cosa che abbiamo fatto con I Seasons è stata lasciarci ispirare da Tintin, soprattutto l’interpretazione di Spielberg. Voglio dire, lui ha diretto Tintin ma anche in Indiana Jones. Il modo in cui lui mette in scena l’azione, e come lo ha fatto con Tintin, è come un continuo rotolare, in cui una cosa porta a quella successiva. Il primo numero di I Seasons è letteralmente come fosse la nostra lettera d’amore a Tintin. Quello che ci siamo chiesti Rick e io è: “cosa non vediamo nei fumetti che vorremmo vedere?” Mettere in scena quell’azione “rotolante”! Penso anche che molti fumetti americani siano incentrati sull’azione, con un susseguirsi di bing bang boom e poi avanti, mentre noi preferiamo prenderci il nostro tempo, dedicarci ai piccoli momenti, anche in quelle situazioni. Come quando Spring sta inseguendo la lettera. Allungando la mano e la manca, poi ha quel momento, prima di cadere, in cui cerca di mantenere l’equilibrio. Ecco, abbiamo voluto tutti quei piccoli momenti, quelle cose che non vediamo di solito nei fumetti.
Quando I Seasons sarà finito, nel mio prossimo libro avrò lo stesso approccio e, qualunque sia la storia, mi chiederò: “Cosa non ho ancora visto in un fumetto? Cosa amo e mi piace nei film o nei romanzi o in altre storie che non ho ancora visto nei fumetti e che potrei portarci?”

Che tipo di iterazioni e scelte ci sono state con Matheus Lopes, il colorista? Vi siete confrontati o vi siete limitati a fornirgli indicazioni generali? Hai fatto qualche scelta particolare nell’approccio al disegno pensando al colore?
Matheus è un colorista fantastico. Non solo in I Seasons, ma guarda le cose che ha fatto su Supergirl: Woman of Tomorrow. Siamo stati molto felici che abbia trovato il tempo di lavorare al nostro libro. Ne abbiamo parlato molto, insieme a Rick, perché questo libro è diverso.
Ad esempio su Outcast ci sono i colori fantastici di Elizabeth Breitweiser, però quel fumetto funzionava anche in bianco e nero, e mi piace molto quella versione, ma questa storia ha bisogno del colore. Amo anche i film della Pixar e quelli di Miyazaki, e anche questi hanno avuto una grande influenza su I Seasons. Quindi l’ho affrontato come se fosse un po’ meno cupo, meno nero. Io e Rick sapevamo quindi di aver bisogno di trovare il colorista giusto, qualcuno che capisse davvero come intendevamo farlo. Abbiamo parlato molto di come dovesse essere divertente ed energico e, soprattutto, che non dovesse prevedere solo colori “normali”. Nella storia l’ambientazione circense ha un ruolo importante e così avevamo bisogno di entrare nel circo, ma è un circo magico, quindi dovevamo lasciare che i colori esplodessero, dovevamo divertirci e fare cose folli. E come ho detto ci siamo ispirati molto proprio ai film che ho citato e anche a diversi altri film animati.
Sederci e progettare l’aspetto del libro è stato qualcosa che ci è piaciuto molto. Era molto importante che quando qualcuno avrebbe sfogliato il libro, prima ancora di leggerlo, sentisse il colore, il circo, il divertimento, l’energia e tutto quanto non assomigliasse a nient’altro.

Gli specchi maledetti protagonisti della storia evocano un parallelo con il mondo attuale, dove il virtuale assorbe l’attenzione e rinchiude in un riflesso distorto ed egoriferito. Anche l’idea di dare una connotazione così ridicola e buffa come quella del mondo del circo e dei clown a questa minaccia suona non così distante dalla nostra contemporaneità. Quando sono nate queste riflessioni e quanto te ne senti coinvolto oltre ad averle disegnate?
È un’ottima interpretazione. Sì, gli specchi sono come i social media con la vanità che li caratterizza e il modo in cui le persone ne sono attratte e ne vengono risucchiate. Nei social media curi il tuo piccolo mondo così isolato, la tua piccola bolla, che può essere davvero dannosa per te in molti modi.
Sono sui social media e penso che ci siano molti aspetti positivi, ma ci sono anche molti aspetti negativi e dovremmo chiederci: cosa possiamo fare per migliorarli?
Comunque questa è stata un’idea di Rick. L’idea originale, quella del circo, quando abbiamo iniziato a parlarne, era un’idea diversa. Poi una volta che ha iniziato a pensare: “ok, ma cosa fa effettivamente oltre ad essere un circo?” è nata la cosa dello specchio, e parlandone è uscito questo parallelo con i social media e questa rete di persone che guardano sempre nei loro telefoni. Ci sono anche un paio di altre tematiche, cose che riguardano la creatività, l’essere se stessi, la famiglia. Insomma, ci sono vari strati. Ma uno dei temi principali è che gli specchi rappresentano la nostra visione o la nostra critica dei social media e delle nuove tecnologie.

Nonostante i tratti inquietanti, I Seasons mescola diversi generei e toni, con un sapore che va anche allo young adult.
Penso a I Seasons come a un fumetto per tutte le età, ma mi sembra che questa definizione venga spesso usata in modo improprio, perché quando la gente sente “tutte le età” pensa ai bambini, mentre si intende letteralmente per tutte le età. E questo è quello che volevamo ottenere, ci abbiamo pensato molto, qualcosa che non fosse solo per un pubblico di nicchia. Qualcosa che tutti possano apprezzare, dai giovani agli anziani e così via.
Quello che mi piace di Miyazaki, per esempio, è che quando guardi i suoi film, in superficie sono cartoni animati per bambini piccoli. Se guardi La Città Incantata hai una storia molto semplice ma con diversi livelli di significato, come l’identità, l’avidità e così via. Lo stesso vale per i film Pixar: anche se loro realizzano film divertenti, ci sono dei livelli che gli adulti possono cogliere davvero. La prima volta che ho visto Wall-E non ho pensato che fosse un bel film d’animazione o un bel film per bambini, ho pensato che era semplicemente un bel film che casualmente era realizzato in animazione.
Quindi volevamo fare qualcosa che fosse divertente e avventuroso, che un bambino potesse prendere in mano e leggere, ma che fosse solo uno strato.
Il tema dei social media di cui abbiamo parlato, un bambino potrebbe non coglierlo subito, ma un adulto capirà di cosa vogliamo parlare. E ci sono altri temi, ad esempio il rapporto tra le sorelle e la famiglia, e anche l’atteggiamento che cerchiamo di trasmettere, che speriamo ricordi ai lettori i loro fratelli e sorelle.
A volte alcune persone mi chiedono: “Qual è la tua sorella preferita da disegnare?”, e mi sono reso conto che all’inizio non sapevo come rispondere. Pensavo che mi piacesse molto disegnare Spring, soprattutto perché nel primo numero e in tutta la storia è lei che guida un po’ il gruppo ma… adoro Winter per come è, e poi Summer è divertente da disegnare perché è piena di sé e fa tutto con il naso all’insù, sempre, e Autumn è un personaggio tipo Indiana Jones. Quindi ognuna ha le sue caratteristiche, ma quello che mi piace davvero disegnare è quando interagiscono, non quando sono da sole. Come in alcuni degli ultimi numeri che ho disegnato dove ci sono Summer e Spring sulla scena, con Summer così piena di sé e Spring testarda, che cerca sempre di fare qualcosa e si arrabbia con lei: quel conflitto è così divertente da disegnare, il modo in cui interagiscono tra loro. Per me è tutto lì.

Il tuo lavoro con Kirkman, Outcast, ha avuto un discreto successo ed è diventato anche una serie televisiva. Questo ha impattato in qualche modo sul tuo lavoro? Sei stato coinvolto a qualche livello dalla produzione durante lo sviluppo della serie?
No, non lo sono stato. Cioè, sì e no.
Stavo ancora disegnando il fumetto quando hanno fatto lo show. Sono andato sul set un paio di volte. Robert Kirkman è Mr. TV, l’uomo multidimensionale che fa film per la TV, fumetti, animazione. Lui era sicuramente più coinvolto.
Poi quando sono stato sul set mi sono trovato letteralmente il fumetto intorno. In pratica avevano ingrandito le pagine del fumetto e le usavano come storyboard, quindi stavano letteralmente adattando il libro in un modo in cui non dovevo farlo io. Quindi era come se, beh, fossi io a guidare il processo in molti modi. E ogni volta che avevano una domanda o qualcosa del genere venivano da me.
Poi c’erano alcune cose sul set che erano cose della vita reale, non erano disegni, piccoli dettagli e pensavo: “Oh, è una buona idea, non ci avevo pensato”. A quel punto me ne sono allontanato, perché come ho detto stavo ancora lavorando al fumetto e mi sono reso conto che non volevo che mi influenzassero, sarebbe stata una cosa strana nel momento in cui la serie avrebbe raggiunto il punto su cui stavo lavorando, come un serpente che si morde la coda. Quindi ho smesso di guardarlo o di vederne gran parte mentre stavo ancora lavorando al fumetto.
Loro erano brillanti, facevano molte cose da soli, ma dovevano essere loro ad adattarsi a me e non il contrario, quindi mantenere il mio ruolo e prendere le distanze sentivo che fosse il modo migliore per me di contribuire allo show.

Su cosa stai lavorando al momento?
Al momento sto ancora lavorando a I Seasons, mi manca ancora una storia completa.
In realtà sto lavorando a un libro, ma non ho tempo per scrivere, disegnare e colorare, è davvero troppo. Ma lo sto facendo, lo finirò e uscirà con Image. È una storia post-apocalittica divertente, avventurosa, con qualche extra. È ambientato in una New York futura dove la natura ha preso il sopravvento perché ci sono pochissimi esseri umani e c’è un uomo solo che combatte contro scimmie, tigri e altri animali. Poi ci sono anche degli elementi fantascientifici che rendono il tutto davvero strano. E poi ho altre cose che sto sto preparando per lavorare con altri amici, continuando a lasciarmi ispirare da McFarlane, Liefeld, Jim Lee, Valentino, Silvestri e tutta l’Image originale. E quindi finché i libri venderanno abbastanza da permettermi di farlo continuerò a farlo.

Intervista realizzata il 29 novembre 2025 alla Milano Games Week&Cartoomics 

Paul Azaceta

È un fumettista americano. Tra gli altri ha disegnato per la DC Comics (Spider-Man) e per Image Comics (Graveyard of Empires). Per la Image Comics ha lavorato con Robert Kirkman – il creatore di The Walking Dead – al fumetto di possessioni demoniache Outcast, edito in Italia da SaldaPress, adattato da Cinemax come serie televisiva. Attualmente è al lavoro sulla miniserie I Seasons scritta di Rick Remender e sempre edita in Italia da saldaPress.

Paolo Ferrara

Paolo Ferrara

Nato a Bologna, classe 1977, svolge diversi mestieri e frequenta corsi di fumetto, teatro, doppiaggio e un Master in Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden di Torino. Insegna storytelling per varie realtà e associazioni e ha una cattedra di Storytelling per i Media presso IAAD Torino e Bologna.

Come freelance sceneggia (per cortometraggi, Mediaset, videogame per Tiny Bull Studios e qualche fumetto web), ha pubblicato opere di narrativa e narrativa per bambini ( Saga Edizioni, Epika Edizioni, La Strada di Babilonia, Delos Books, Milena Edizioni e Kalimat Group – editore degli Emirati Arabi Uniti- ).

Da più di 15 anni è conduttore e autore radio/podcast ( RadioOhm / SonoCoseSerie) e collabora come recensore e articolista per diverse riviste digitali e non (tra cui Lo Spazio Bianco).

È sceneggiatore della serie Chimere sull'app Jundo Comics e ha diversi progetti in arrivo in vari media: qualunque cosa pur di raccontare storie.

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