Parliamo di:

Paolo Aldighieri, in arte e strip eriadan

Dal 2003 ad oggi, l'avventura a strisce di eriadan, alias Paolo Aldighieri, ha riscontrato un successo e un consenso sempre piu' crescenti. Le sue strip, ricche di umorismo e fantasia,...
Articolo aggiornato il 22/09/2017

Paolo Aldighieri, in arte e strip eriadanCiao eriadan e benvenuto su LSB. Sei stato uno dei primi autori ad aprire un blog a fumetti: potresti brevemente ricordare ai nostri lettori le circostanze che ti hanno portato a questa scelta?
Il caso, le scelte per esclusione e una punta di spirito da pecorone. Ai tempi (2003) frequentavo un newsgroup di giochi di ruolo e, su quelle pagine, alcuni utenti raccontavano di essersi aperti un loro blog. Incuriosito da questa novità ho deciso, da qui la menzione allo spirito da pecora, di aprirne uno anche io. I primi blog che leggevo erano tutti zeppi di articoli, riconoscendo i miei limiti sia come scrittore che come opinionista, per esclusione, ho deciso che sul mio blog ci avrei disegnato sopra.
All’apertura del blog non avevo alcuna velleità autoriale (nemmeno ora, a dire il vero); secondo la mia idea eriadan.splinder.com doveva essere una pagina da aggiornare ogni giorno per tenermi allenato col disegno. Il fatto che il blog consentisse i commenti mi faceva poi sperare di ricevere veloci feedback dai lettori occasionali: critiche, impressioni, e quant’altro potesse servirmi per migliorare. La scelta della strip è stata quasi obbligata, ho sempre avuto un debole per gli stripper americani (Watterson in testa) ed ho riempito i bordi di mille e più pagine di libri ingegneristici con strisce umoristiche sulla mia vita universitaria (ogni scusa era buona per rallentare lo studio). La strip, inoltre, è “sommariamente” di breve realizzazione, quindi, tra tutte le forme di fumetto, era quella che reputavo più tagliata per il blog. La scelta del tema, la mia vita, è stato, infine, dettato dal caso: ho visto che blog era l’abbreviativo di “web log” , ovvero “diario online”; “diario online?” Va bene, ci sto! Così non dovrei avere penuria di spunti quando devo decidere cosa disegnare.

La tua prima striscia risale al dicembre 2003 e nel 2004 è nata la collaborazione con la Shockdom edizioni che tuttora si occupa della pubblicazione, sia virtuale che cartacea, dei tuoi lavori: ti hanno contattato loro o ti sei proposto tu? Puoi raccontarci qualcosa del tuo rapporto con questo editore?
A dire il vero sono stato contattato da Shockdom, l’unica pubblicità che mi ero fatto è stata una serie di segnalazioni sui NG di fumetti e di giochi di ruolo, (in tema amarcord ho fatto una breve ricerchina su google gruppi ritrovando questo link:groups.google.)
Lucio Staiano (di Shockdom, appunto) ai tempi frequentava il NG e gli è arrivata questa segnalazione. Da prima è diventato lettore e poi m’ha contattato proponendomi un’antologia. Io ero incasinato tra università e mille cose e ricordo che la mia replica è stata: “se organizzi tutto tu a me sta bene!”. Da li in poi è nata una bella collaborazione che, negli anni, ha fatto uscire, fino ad ora, 6 pubblicazioni di cui una a colori. Devo dire che il lavoro di Lucio è molto prezioso per la sua capacità di promuovermi e farmi conoscere in giro: grazie a lui, per un anno e mezzo, sono stato pure la strip ufficiale del portale alice.it (ora tornato ad essere, che il cambio di sesso non deve averlo tutto sommato appagato, nuovamente virgilio.it).

Quando è nata la tua passione per il disegno e i fumetti?
Penso sia nata nel 1976, l’8 settembre, assieme a me. Bene o male, sin da piccolo, ho sempre avuto una matita in mano. Prima di fare ingegneria avevo fatto l’istituto d’arte che m’ha consentito di apprendere i rudimenti del disegno. Anche i fumetti sono stati una parte importante della mia vita, prima come semplice lettore e poi come “pseudo” autore sui banchi di scuola, in strisce e fumetti nati per sfotticchiare professori e compagni di classe.

Leggendo una tua intervista di qualche anno fa mi ha colpito il fatto che tu non ti ritenga “dotato di talento naturale”: lo pensi ancora o hai cambiato parere?
Assolutamente no. Non mi ritengo portatore di alcun talento naturale. O meglio l’unico talento che mi riconosco è il continuare a insistere a disegnare con sguardo ipercritico su quello che faccio. Come penso sia riportato in quella intervista sono tutt’ora convinto che imparare a disegnare sia come imparare uno strumento e grazie ad una continua dedizione si può arrivare a disegnare in maniera soddisfacente (a dimostrazione di ciò, mio onore, porto come prova agli atti l’evoluzione del mio stile dall’apertura del blog ad oggi).

Hai dichiarato che: “all’Istituto d’arte nessun professore avrebbe scommesso due lire sulle mie capacità di ottenere qualcosa a livello grafico”. Qualcuno di loro ti ha contattato in questi anni in cui hai raggiunto così tanta popolarità?
Uh, no, a dire il vero no, ma tutto sommato io disegno fumetti, mica faccio l’artista ;) L’unica persona con cui sono rimasto in contatto è stata la mia professoressa di disegno dal vero: Toti Buratti Assunta, ciclone marchigiano, meravigliosa sia nella matita sia nelle vignette (effettivamente parte della passione penso sia stata anche dovuta a questa signora).

Hai affermato di aver subito, nel disegno, l’influenza di e di , autore di Sky Doll insieme a : dopo cinque anni di disegno quotidiano pensi di aver acquisito uno stile più personale?
Non lo so, forse si, un po’, ma non so quanto. La mia mano si muove come un oggetto di massa e carica variabile in un complesso campo elettromagnetico influenzato da molte sorgenti. Saper dire, della direzione del mio moto, quanto è dettato da una mia cinetica raggranellata negli anni e quanto venga influenzato dalla presenza di altre alte cariche (Watterson, Barbucci, Eisner, Caluri e la lista andrebbe avanti per molto ancora) è difficile esprimerlo.

Sono sempre più numerosi i tuoi esperimenti di colorazione digitale e l’uso di digital painting. Tempo fa ti eri proposto di migliorare la tecnica dell’acquerello e della china: ci sei riuscito o preferisci dedicarti completamente alla colorazione digitale?
Vada per la due. Non ho mai avuto un buon rapporto col colore; mi piacerebbe averlo… davvero! Ma mi manca proprio l’intuito e la capacità di individuare il tono migliore da affiancare a quelli già messi nel disegno. La colorazione digitale mi viene incontro permettendomi di provare e riprovare le tinte per trovare quella che mi convince di più con il minimo dispendio di tempo (un CTRL+Z e posso ripartire :)). Inoltre la colorazione digitale mi permette di “simulare” molte più tipologie di pittura, dagli acquerelli alle tempere, ai colori ad olio a… a tutto il resto, insomma.

La striscia quotidiana è indubbiamente il tuo terreno naturale perché ti dà la possibilità di esprimerti con libertà. Come pensi ti troveresti a lavorare con la gabbia del formato bonelliano?
Non lo so. A naso potrei dire “stretto” in quanto mi sembrerebbe di dover tornare indietro; rinunciare a delle trovate e degli strumenti individuati nella sperimentazione con la comic strip; sarebbe da provare, assieme ad un sacco di altre cose. Peccato mi manchi il tempo per fare tutto quello che vorrei fare.

Esercitandoti ogni giorno sulle strisce hai imparato i meccanismi e le potenzialità di un formato grazia al quale sono nati gran parte dei primi fumetti e dei grandi classici: ti è capitato di riscontrare anche dei limiti?
Eh… limiti e vantaggi. Un limite è non potersi dilungare in spiegoni, articolando maggiormente un pensiero che, per forza di cose, si deve sintetizzare. Ammetto che questo limite, per me, si traduce in un pregio perché pone un limite fisico (la pagina) alla mia intrinseca prosopopea. Altri limiti non so… forse non li so individuare perché, autonomamente, scarto spunti e situazioni che, per loro natura, mal si prestano ad essere tradotti in strip. Trovo che la strip, infatti, abbia un suo linguaggio completamente diverso dagli altri tipi di fumetto (vignette, storie ad 8 pagine, storie da 36 o 98 e più) e quando uso la strip faccio quello che si può fare con la strip e non altro. Visto che il periodo precedente mi pare abbastanza oscuro provo a spiegarmi con un esempio: una ferrari testa rossa è una macchina potentissima ma il suo limite più grande è che fa schifo su una strada sterrata di montagna con un’elevatissima pendenza… grazie tante, in montagna ci dovrei andare con una jeep, non con una ferrari testa rossa.

Paolo Aldighieri, in arte e strip eriadanI blog a fumetti si sono moltiplicati in maniera esponenziale; l’uso di internet, del digitale e dei programmi di fotoritocco ha dato modo a molti principianti di accostarsi al mezzo del fumetto: trovi che ciò abbia determinato un abbassamento della qualità a discapito dell’arte del disegno e della colorazione tradizionali?
No. Decisamente no. Sono aumentati i fumetti sì, vero! C’é più da leggere, ma nessuno è obbligato a leggere qualcosa che non sia, o lui non reputi, di qualità. Quando il filtro di qualità è fatto dal lettore e non dal mezzo di diffusione automaticamente, penso, che le cose che emergano siano effettivamente caratterizzate da una qualità ben al di sopra della media. Secondo me non bisogna normalizzare (uh, che termine ingegnerotico) la qualità sulla quantità. La qualità la verifico su quanti blog superano un determinato livello di “appeal”; da questo punto di vista più gente si cimenta e più è facile che esca roba “notevole”.

Qualche volta hai ospitato sul tuo sito dei crossover, strisce di altri fumettisti a te dedicate: che effetto ti ha fatto vedere i tuoi personaggi e te stesso disegnati da altri autori?
Nessuna emozione disturbante, direi piuttosto una punta di orgoglio per l’onore di ricevere un omaggio di questo tipo.

Cosa ne pensi di altri autori che hanno fatto della “quotidiana striscia di vita reale” una vera e propria “arte” come , , ?
Che, purtroppo, in questo ambito sono ancora estremamente ignorante in quanto questi autori (se non il terzo, ma solo di nome) ancora non li conosco. Vorrei tanto poter dire di essere una persona competente come lettore ma non è così. Leggo tanti fumetti perché li adoro ma, purtroppo, ho ancora molteplici lacune che sto cercando di colmare. Di Trondheim confido di prendermi qualcosa appena riesco a farmi passare la scimmia dei giochi in scatola e risparmiare qualche soldo.

Dopo un bel po’ d’anni passati a raccontarti cosa ti senti libero di affrontare nelle strisce quotidiane e cosa è troppo “intimo”: riesci ad arginare la curiosità nei confronti della tua vita privata?
Ci sono argomenti intimi, malumori, litigi con Federica (com’é fisiologico e normale ce ne siano in qualsiasi coppia, penso) che, di solito, ometto perché sono “fatti miei”. Quello che racconto, invece, penso siano “fatti di tutti”, magari riletti in un’ottica un po’ deviata, ma penso che siano cose che, ne più ne meno, succedano anche agli altri. Forse per questo non mi sono mai trovato a dover “arginare” la curiosità dei miei lettori, non credo che chi mi legge lo faccia per sapere cosa mi è successo ma, eventualmente, come quel che m’é successo, che probabilmente è successo pure a lui, l’ho poi rivisitato.

Tutti noi abbiamo le nostre piccole disavventure quotidiane, così come i momenti di gioia, anche per cose di poco conto, ma sul momento uniche. E tutti abbiamo i nostri modi per scaricarci o beatificarci. Questo mi pare sia un compito che assolvi con la tua striscia: una piccola catarsi personale. Ma quanto è mediata dal proporlo all’esterno, a qualcun’altro? Le tue storie sarebbero uguali se non fossero destinate a essere lette da tante persone, per lo più sconosciute? Quanto e come le cambia?
Sebbene la striscia possa essere vista come un momento di catarsi io penso che no, per me non è così. Puo’ essere una catarsi l’elaborazione della vicenda che porta all’idea ma già dal momento in cui ho scelto cosa disegnare penso di aver già compiuto il percorso di rielaborazione della vicenda. La striscia quindi diventa un “sottoprodotto” e, di conseguenza, subisce tutte le modificazioni che servono a renderla effettivamente fruibile a tutti. Alla domanda della presenza, o meno, di una mediazione, effettivamente rispondo di sì, c’é molta mediazione anche perché, secondo me, il fumetto è un raccontare e, di conseguenza, nel raccontare vi è la necessità che tutti i lettori possano capire.
Apro una piccola parentesi sul perché disegno. Quando mi metto a fare una strip concorrono due aspetti “motivanti”: l’aspetto personale, la sfida di riuscire a concretizzare l’idea nel miglior modo possibile, molla che mi ha permesso di migliorarmi nel disegno e nello studio della grammatica delle strip; l’altro aspetto è sicuramente quello narrativo che presuppone dei lettori che dovrebbero, se son stato “bravo”, leggere e capire la striscia e quello che volevo raccontare. La striscia quindi, in parte esce, come lavoro, da un’esigenza di “catarsi”, motore che mi pare più tipico delle opere di arte contemporanea. Tornando a bomba, dire quanto e come cambierebbero le storie, questo non lo so perché non ho mai realizzato un fumetto che fosse solamente per me.

Oltre alle strisce del tuo blog stai portando avanti anche un progetto su myspace, “W@bbie the dog”, di che si tratta?
Ormai penso sia palese, a dire il vero quel progetto è stata una, chiamiamola così, commissione. Di per se è stata anche una sfida in quanto realizzare strisce a tema, su un tema per nulla facile, non mi era mai capitato.

A che punto sei arrivato con il romanzo a fumetti sulla rivoluzione industriale?
Stesso punto di tanti anni fa. Purtroppo fermo, ho il brutto vizio di prendermi troppe cose per le mani e quindi riduco all’osso il mio tempo. Quel progetto lo considero troppo prezioso per affrontarlo in modo raffazzonato e quindi preferisco aspettare.

Puoi parlarci dell’esperienza che ti ha visto come disegnatore di “Agenzia Incantesimi” (pubblicata in appendice agli albi della serie mensile di Jonathan Steele)? Di che tipo di storia si tratta e come è avvenuta la proposta di collaborazione?
Anche Agenzia Incantesimi è stata, ed è tutt’ora (almeno fino a che si stufi :P ) un’altra interessante sfida: costruire storie di una pagina su personaggi non miei, con griglie e tempi non miei, è un ottimo allenamento per studiare altre forme di linguaggio fumettistico. La proposta di collaborazione mi è arrivata tramite mail, francamente pensavo fosse uno scherzo, di solito non ci si aspetta che autori affermati e stimati contattino un pivello proponendogli uno spazio sulla propria testata.

Questi esperimenti, W@bbie the dog e la graphic novel, nascono dall’esigenza di scostarsi da una narrazione di tipo autobiografico: forse è un genere che ti ha un po’ stancato?
Per Wabbie no, non c’era nessuna esigenza in particolare. Tuttavia la voglia di provare a cimentarmi su qualcosa di diverso dalla classica striscia c’é. Come si diceva precedentemente, con la ferrari non ci si va in montagna ed, un po’, il desiderio di provare a fare un bel rifugio con una jeep, o magari a piedi, lo sento. Manca, come al solito, il tempo. La striscia, al momento, è onesta nelle sue richieste. Una lunga graphic novel richiede un impegno diverso che ancora non posso dare e quindi, piuttosto che farlo male, preferisco astenermi.

Saresti disponibile a collaborazioni con altri disegnatori e sceneggiatori o ti vedi più come autore completo che scrive e disegna le proprie storie?
Onestamente mi vedo di più come autore completo. Sarei uno sceneggiatore veramente esasperante in quanto terrei molto alle mie storie e se l’interpretazione data nella tavola non mi convincesse continuerei a chiedere di cambiarla.

Eventualmente con chi ti piacerebbe lavorare?
Ambrosini.

Hai contatti con lettori ed editori stranieri? Hai ricevuto proposte di pubblicazione in questo senso?
Uhm, no, ma su queste cose so che sta lavorando il mio editore. Qualche lettore estero c’é ma la maggior parte sono comunque italiani che, magari, da anni ormai, vivono al di fuori dei patri confini.

Il tuo ingresso nel mondo del fumetto è avvenuto più per caso che per un reale intento lavorativo: hai valutato l’idea di diventare, in modo definitivo, un fumettista professionista e di dedicartici completamente?
Qualche volta. Tuttavia mi pare di non avere né i numeri né le capacità, sia tecniche sia di autopromozione, che mi permettano di rimanere in questo tipo di mondo.

Cosa pensi abbia determinato il successo di pubblico e critica che stai vivendo?
Boh. Cioé, non so. Onestamente ho sempre pensato che il mio umorismo fosse alla portata di tutti, non tanto come “ho un umorismo che viene compreso da tutti” quanto piuttosto “dai, andiamo, tutti quanti possono avere il mio umorismo, che ci vuole”. Potrei rispondere con un classico “forse è perché non mi prendo troppo sul serio” ma davvero, l’autoanalisi del perché di tutto questo provocherebbe un cortocircuito mentale che non porterebbe da nessuna parte. Quindi mi astengo dal farlo e va bene così.

Per concludere, qualche anticipazione sui tuoi programmi futuri: hai in cantiere qualche nuovo progetto?
“Imparare a gestire il mio tempo”. Se riesco a fare questo allora forse potro’ avere altri progetti.

Riferimenti
Il sito di eriadan: www.shockdom.com/eriadan/
W@bbie The Dog: www.myspace.com/aggiungiwabbie

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inizio