1662626815980.jpg Il Deserto Dei Tartari A Parolario 2022

La fortezza dei sogni perduti: riattraversando “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati

21 Gennaio 2025
Da un classico della letteratura, una graphic novel con uno storytelling moderno e una parte grafica che la rende un'opera d'arte.
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In quasi settant’anni di storia editoriale la Sergio Bonelli Editore non si era mai dedicata alla trasposizione di opere letterarie, concentrandosi esclusivamente su progetti di propria creazione, ma le cose sono cambiate nell’ultimo decennio, a cominciare dagli adattamenti dei romanzi di Maurizio de Giovanni con protagonista il Commissario Riccardi, fino ad arrivare a quelli dei racconti di Joe R. Lansdale e Omar Di Monopoli.
Adesso, per prima volta, la casa editrice milanese si confronta con la riduzione di un classico della letteratura, realizzata direttamente per il mercato librario (un’altra tendenza degli ultimi anni), a opera di due “veterani” come Michele Medda (Nathan Never, Caravan, Lukas) e Pasquale Frisenda (Ken Parker, Magico Vento, Tex).

Il romanzo di Dino Buzzati

“Il tempo correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro.”

Il deserto dei Tartari venne pubblicato nel 1940, solo due mesi prima della rovinosa entrata in guerra dell’Italia. Significativa e tragica tempestività per un romanzo con protagonista un ufficiale militare che consuma la sua intera vita nell’inutile attesa di una guerra, di un’opportunità di compiere un atto eroico, di qualcosa per dare un senso alla sua esistenza. Per quanto il tono crepuscolare del romanzo fosse in completa antitesi all’esagitata retorica fascista, il regime ebbe gioco facile nel prendere alla lettera il punto di vista militarista del protagonista e degli altri personaggi, digerendo senza eccessivi mal di pancia quello che diventerà uno dei romanzi italiani del ‘900 più famosi nel mondo. Anche l’ambientazione atemporale, fatta di decadenti e un po’ spettrali atmosfere umbertine, evitava di contestualizzare nel presente i discorsi sull’inesorabilità del tempo e sull’angoscia della morte, dilemmi ben poco in linea alla prosopopea belligerante.

Non era comunque difficile individuare lo spirito antidogmatico del romanzo, come poi lo stesso Buzzati ebbe da chiarire. Per l’autore la vita militare, con i suoi rigidi schemi, era ideale per alludere alle illusioni dispensate da ideologie e religioni, regolata com’è da gerarchie e codici, dove non possono esistere dubbi e a ogni problema corrisponde un comportamento prestabilito da un regolamento. Illusioni di certezze semplificatrici e granitiche, spesso contraddittorie e grottesche, in risposta a domande e dubbi senza soluzioni.

La lettura prediletta dalla critica e dallo stesso autore sarà comunque quella esistenzialista applicata alla quotidianità. La vita divorata dal tempo di Giovanni Drogo e degli altri personaggi che popolano la Fortezza Bastiani, tutti in attesa di qualcosa di decisivo che non arriverà mai, come metafora dell’irrimediabile frustrazione umana, sempre divisa tra desiderio del cambiamento e paura dello stesso. Ben noto che il romanzo venne ispirato a Buzzati dalla monotonia e dal grigiore della vita di redazione del Corriere della Sera in cui lavorava.

Scritto nello stile di posata trasparenza tipico dell’autore, scevro dagli arzigogoli e gli sfoggi di erudizione di molti suoi colleghi italiani della prima metà del ‘900, Il deserto dei Tartari è trasversale a molte tendenze di quegli anni. Una favola per adulti, esistenzialista, simbolista, surrealista, ma anche un’opera isolata quanto quelle di un Kafka, con buona pace di Buzzati che era infastidito dai confronti con lo scrittore praghese. E in fondo, ma nessuna antologia scolastica proverà mai a suggerirlo, pur nella sua mancanza d’azione è anche un affascinante romanzo d’avventura, certo lontano dalle sfrenatezze esotiche di un Salgari, ma molto vicino alle inquietudini metafisiche di un Conrad.

L’adattamento di Michele Medda

“Dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.”

Nella trasposizione di un’opera letteraria dalla pagina scritta a quella disegnata il primo ostacolo che si pone innanzi allo sceneggiatore è quello di dover ridurre e condensare gli avvenimenti per adattarli al nuovo “medium”, che utilizza un linguaggio diverso, con un tempo di lettura generalmente molto inferiore. Questa operazione diventa ancora più complicata con un romanzo dalla pochissima azione e dalla molta introspezione qual è Il deserto dei Tartari. Il rischio è ovviamente quello di banalizzare e semplificare l’opera originale, o quantomeno di tralasciarne alcune delle chiavi di lettura.

Nel suo adattamento Medda sceglie da un lato di attenersi piuttosto fedelmente agli avvenimenti del testo di origine, mentre dall’altro opera su questi diverse personalizzazioni, evidenziando certi passaggi e accentuando l’importanza di alcuni personaggi, con l’intento di dare scorrevolezza, aggiungere ritmo e donare drammaticità al racconto.

Mentre nel romanzo la “fuga del tempo” e l’isolamento sia fisico che esistenziale della Fortezza Bastiani vengono trasmessi al lettore tramite i pensieri, le riflessioni e le impressioni del protagonista Giovanni Drogo, nel fumetto sono suggeriti attraverso i dialoghi tra i personaggi e con i numerosi cambi di inquadratura dello storytelling, che addotta un efficace montaggio “cinematografico” con ampio uso di tavole mute e una totale assenza di didascalie descrittive. 

In particolare, viene dato molto più risalto alla figura di Maria, una vecchia fiamma del protagonista, a cui Buzzati dedica solamente un breve capitolo (l’amore perduto per lo scrittore bellunese sembra essere solo una delle tante occasioni sprecate della vita, non quella principale), e che Medda invece trasforma nel “fil rouge” che percorre l’intera graphic novel, tanto da venire ripresa anche nel finale che, anziché con l’apprestamento alla battaglia attesa per tutta la vita e con la presa di coscienza che è quella con la morte, viene risolto in modo più pacificatorio con una ultima lettera all’ex-innamorata.

Come il film di Valerio Zurlini, inoltre, il fumetto sottolinea la durezza della vita militare e le vessazioni a cui vengono sottoposti i soldati: mentre Buzzati lascia in sospeso ogni giudizio (le rigide regole dell’esercito sono date come assodate e scontate, delegando così al lettore il compito di evidenziarne l’assurdità), Medda le rimarca a più riprese, sia attraverso il personaggio del Capitano Mentana, che sembra appunto ispirato più al personaggio cinematografico interpretato da Giuliano Gemma che non a quello letterario, sia inventandosi di sana pianta la vicenda del Tenente Morel (figura nel romanzo assolutamente minore) e la sua fucilazione.

Altri cambiamenti riguardano la leggera modifica dei nomi di alcuni personaggi, una collocazione storica che richiama l’Impero austro-ungarico in contrasto con l’atemporalità del romanzo, alcuni passaggi variati, come quello della morte eroica del Tenente Angustina (sostituita con una più banale caduta da un burrone) e quello dell’uccisione del soldato Lazzari, con la chiosa del protagonista con un prattiano (ma ben poco buzzatiano) “Obbedisco, ma protesto“.

Se da un lato questi ritocchi immettono fluidità e tensione narrativa a un racconto che per le sue caratteristiche fortemente astratte e simboliche non poteva essere trasposto letterariamente, soprattutto in un “medium” – il fumetto – che necessita di concretezza visiva, dall’altro fanno giocoforza perdere parecchia della dimensione favolistica, dell’atmosfera fuori dal tempo e della vaghezza esistenziale del romanzo.

I disegni di Pasquale Frisenda

“Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi e anni che non si sarebbero ripetuti mai.”

Il 2024 è stato l’anno di Pasquale Frisenda. Mentre la Cut-Up Publishing gli ha dedicato un art-book che ne ripercorre e celebra i 35 anni di carriera (dall’esordio sulla rivista di fantascienza Cyborg al western di Ken ParkerMagico Vento, Deadwood Dick Tex), questa riduzione del romanzo di Dino Buzzati a cui si è dedicato per cinque anni può finora essere considerata il suo “opus magnum”.

Vedendo le tavole finalmente pubblicate si possono facilmente intuire le ragioni di una lavorazione tanto lunga: ogni vignetta, realizzata con uno stile a mezzatinta che l’autore già aveva sperimentato nel suo albo per Le StorieSangue e ghiaccio, diviene un piccolo quadro denso di riferimenti e rimandi ad altre opere, che il lettore ha il compito di interpretare.

Lo stile grafico di Frisenda, sempre fortemente influenzato da Ivo Milazzo, uno dei maestri della mezzatinta a china, nel corso degli anni si è evoluto e perfezionato e in questo volume riesce a trovare una sintesi pressoché perfetta.

Nelle pagine del suo Deserto dei Tartari, infatti, il disegnatore milanese sbozza con pochi tratti di pennello personaggi stilizzati ma straordinariamente espressivi con la stessa efficacia con cui tratteggia scene d’ambiente particolareggiate e ricche di dettagli, e riesce allo stesso tempo a spaziare da atmosfere sospese e fantastiche (come le scene nel deserto) a squarci realistici (quelli dedicati alla vita militare), fino a riuscitissimi intermezzi onirici (il cavalluccio di legno che viene a prendere Angustina e successivamente lo stesso Drogo).
Quello di Frisenda è un minuzioso lavoro di cesello che senza mai diventare freddo virtuosismo innalza e trascende la sceneggiatura con una coerenza grafica quasi sbalorditiva.

Abbiamo parlato di:

Il deserto dei Tartari
Dino Buzzati, Michele Medda, Pasquale Frisenda
Sergio Bonelli Editore, 2024
176 pagine, cartonato, a colori – 25,00 €
ISBN 978-88-6961-927-4

Mauro Mihich

Mauro Mihich

Vicentino (nonostante il cognome, che ne tradisce le origini fiumane), appassionato, tra molte altre cose, di fumetti, cinema e letteratura. Legge e colleziona fumetti di ogni epoca e latitudine, ma si ritiene esperto soprattutto di Bonelli (la prima cosa letta in vita sua è stata una pagina di Tex), grandi autori italiani (Hugo Pratt su tutti) e Historietas (con una venerazione per Juan Zanotto).Con altri due appassionati cura il blog dedicato al cinema western "Se sei vivo spara".

Tommaso Sega

Tommaso Sega

(Collaboratore esterno) Nato nel 1974 a Rovereto in Trentino, dove ancora vive. Inevitabilmente diventa un grafico-illustratore dopo un'infanzia segnata dal Topolino di Gottfredson, Peanuts, Sturmtruppen, B.C. e un'adolescenza segnata dal fumetto d'Avventura di praticamente tutte le serie Bonelli, seguite dagli inevitabili Pratt e i classici dell'historietas argentina. In seguito si è appassionato e ha approfondito quasi ogni genere e scuola fumettistica: manga, bande dessinée, comics book, underground. Convinto sostenitore del fumetto come ultimo baluardo della narazione popolare, in particolare in Italia, assiste un po' perlesso al fenomeno delle graphic novel, anche se apprezza autori come Daniel Clowes, Chris Ware e Paolo Bacilieri.

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