Tutto sarebbe solo umano, troppo umano? Con un tal sospiro si uscirebbe dai miei scritti, non senza una sorta di orrore e di sfiducia persino contro la morale, anzi parecchio tentati e spronati a fare per una volta i patrocinatori delle cose peggiori, come se esse fossero forse solo le meglio calunniate. I miei scritti sono stati definiti una scuola del sospetto, anzi del disprezzo, ma fortunatamente anche del coraggio, anzi dell’audacia.
(W. F. Nietzsche, Umano, troppo umano, 1878)
Quando nel 1878 Friedrich Nietzsche pubblica il suo saggio per aforismi “Umano, troppo umano, un libro per spiriti liberi“, il grande filosofo tedesco, pur nella consapevolezza dichiarata di porsi ai margini del dibattito intellettuale, sferra un potente attacco contro la metafisica e la morale, intese come principi informatori dell’esistenza umana. Gli spiriti liberi, cui indirizza il suo scritto, sono quelli che sono capaci di porsi al di fuori delle convenzioni e dal sentire comune, anche al costo di essere stigmatizzati dalla società o addirittura perseguitati.
Parecchio tempo dopo, altri raccolgono il testimone di quel forte monito e lo incarnano con naturalezza.

Se penso a Miguel Ángel Martín, non posso fare a meno di notare che è senza dubbio uno spirito libero; lo è da sempre e le sue opere ne sono vivida testimonianza.
Gi aficionados del fumetto underground ricorderanno che negli anni ’90 questa libertà gli costò il sequestro da parte della magistratura delle copie italiane di Psychopathia Sexualis, edite da Topolin Edizioni di Jorge Vacca, e a quest’ultimo un lungo processo nelle aule giudiziarie con le imputazioni di istigazione al delitto, al suicidio, pedofilia, oscenità.
Il processo finì con un’assoluzione per Vacca, ma la vicenda viene ancora ricordata come uno dei casi più notevoli di autentica censura verificatosi in Italia dal dopoguerra.
Altri casi sono seguiti, anche piuttosto di recente (penso ad esempio all’esclusione di Bastien Vives dal festival di Angoulême 2023 per aver pubblicato opere che contengono allusioni poco velate alla pedopornografia), ma quello che riguardò la Topolin Edizioni fu particolarmente sgradevole poiché diede luogo non solo alla censura editoriale ma a lunghe e gravose vicende giudiziarie di stampo penale, di quelle tali da rischiare di distruggere lavorativamente ed umanamente chi ne resta coinvolto.
Impossibile dunque dimenticare quella vicenda. Ma la vendetta si consuma fredda, dicono. E a distanza di molti anni da quei fatti, Martín pubblica quella che è senz’altro la sua opera più personale, pur essendo forse la più complessa.
Il protagonista di My way, De Salvo, esce dal carcere dopo aver scontato una lunga pena per aver descritto nelle sue opere fatti costituenti reato che tuttavia egli non aveva commesso. Non può che uscirne peggiore di prima, lucidamente deciso a restituire il favore a chi l’aveva spietatamente messo all’indice. E lo fa a modo suo, consapevole di non avere molto tempo e mettendo in campo quanto ritiene essere funzionale al suo scopo, pur a costo di sofferenze altrui.

Un canovaccio narrativo tutto sommato semplice e poco originale; tuttavia l’intreccio non è così lineare come sembra. Narrazione e meta-narrazione si alternano, separate da confini molto sfumati. De Salvo era un autore di fumetti prima della condanna, e spezzoni delle sue opere di fiction si intersecano con la realtà delle vicende narrate nel tempo presente di My way; la differenza tra le due rappresentazioni non è sempre chiara a prima vista, forse lasciata volutamente oscura.
Non si tratta però di una volontà dell’autore di sfumare i contorni del contenuto più che esplicito delle sue storie, l’intento di Martín non è mai quello di nascondere o di suggerire: Martín è il maestro della non-evocazione e non-allusione. Nelle sue opere nessuna metafora né sostituzione, piuttosto la semplice realtà, spoglia, nella sua crudezza anche estrema. C’è invece un abilissimo utilizzo dell’espediente meta-narrativo che aggiunge tensione alla trama: può un’opera di fiction trasformarsi in realtà? E se sì, non sarà poi colpa di chi in origine l’aveva fraintesa caricandola di connotati etici tutto sommato superflui?
My way è un’opera molto matura, che, nella sua compiutezza, non concede niente . Con la coerenza che gli è propria, l’autore spagnolo stende un velo di autobiografia sulla trama, cosa inusuale per chi non ha mai usato nulla di personale nella sua sceneggiatura. Nessuna concessione però al lirismo tipico di molta (forse troppa?) produzione culturale di oggi. Del resto, la critica più ricorrente alle opere di Martín da parte dei suoi detrattori è proprio l’estrema prosaicità che le contraddistingue. Le vicende e i personaggi sono ritratti sotto una luce fredda, asettica, senza sfumature psicologiche e senza approfondimenti caratteriali o emotivi. È pur sempre un teatro di finzione, ma più che un set da melodramma è un reparto per autopsie, in cui l’umanità viene dissezionata sotto una luce netta, senza chiaroscuro.
Una sublimazione e scarnificazione della tematica che ha il suo perfetto mezzo espressivo nella purezza del disegno, abbacinante nel suo contrasto. Martín è un grande disegnatore: la semplicità del suo tratto è anche la prova della sua maestria nel tracciare con poche linee tutto ciò che è necessario alla narrazione, senza che il segno grafico prevalga su di essa, come se l’autore volesse lasciare inalterata la purezza del messaggio.
Ma qual è il messaggio? Cosa vogliono dirci, dopo tutti questi anni, questi fumetti costellati di scene violente, di omicidi, di pratiche sessuali eterodosse, di exploitation sugli animali, di infanti costretti in rapporti disfunzionali con gli adulti, di uso delle biotecnologie al limite dell’etica?
Niente, almeno non esplicitamente. Non c’è nessuna pretesa ideologica o politica. È il lettore che, a seconda della propria sensibilità, reagisce con orrore o approva con soddisfazione; Martín, dal canto suo, non è un attivista sociale, come ha più volte espressamente sottolineato, quindi non persegue nessun fine didascalico.
Citando ancora Nietzsche:
Il genio della cultura si comporta come Cellini, quando fece la colata del suo Perseo: la massa liquida minacciava di non bastare, e purtuttavia lo doveva: così egli vi gettò dentro chiavi e piatti e tutto quel che
gli capitava tra le mani. Allo stesso modo, quel genio butta dentro errori, vizi, speranze, deliri e altre cose di vile e nobile metallo, perché la statua dell’umanità deve venir fuori finita; che importa se, qua e là, si è usato materiale più scadente?
(W.F. Nietzsche, op. cit.)

L’artista è libero; non deve esprimere opinioni o impartire insegnamenti. In assonanza col pensiero del filosofo tedesco, Martín rifugge dagli apparati morali, di matrice religiosa o laica, e preferisce fare a modo suo, raccontando l’umanità nei suoi aspetti più nascosti perché generalmente ritenuti indegni. In questo senso, entrambi sono antimoralisti e illuministi. La morale non è assoluta, non è eterna, è frutto di una cultura contingente e quindi limitata nello spazio e nel tempo. L’uomo libero è più nobile dell’uomo comune perché la sua coscienza si eleva al di sopra delle convenzioni.
E Martín è l’autore totalmente libero, e di conseguenza non necessariamente gradito ai più. Non può essere di tendenza ma neanche di controtendenza: troppo libero per piacere ai liberisti, troppo apolitico per piacere ai liberali. In un tempo in cui schierarsi da tifoso è sentito come necessario per identificarsi, Martín spiazza con la sua neutralità, il suo non voler dichiaratamente prendere posizione tra il bene e il male, lasciando al lettore l’elaborazione del senso delle sue opere.
Abbiamo parlato di:
My Way
Miguel Ángel Martín
Traduzione di Stefano Romanini
Edizioni NPE, 2023
120 pagine, cartonato, bianco e nero – 19,90 €
ISBN: 9788836271924
