Bepi Vigna: il Mito come incontro di culture

Bepi Vigna: il Mito come incontro di culture
Incontro con l'autore sardo in occasione della presentazione alla Mostra di Venezia del suo breve “film disegnato” tratto da “Nausicaa: L'altra Odissea”.

nasce a Baunei, nell’Ogliastra, nel 1957. Laureato in giurisprudenza, esercita per alcuni anni la professione di avvocato. L’interesse per il fumetto lo porta, nel 1982, a fondare il gruppo Bande Dessinée, del quale fanno parte anche Antonio Serra e Michele Medda. I tre iniziano poi a scrivere per la Sergio Bonelli Editore su testate come Martin Mystère e Dylan Dog, fino alla creazione di Nathan Never che, nel 1991, segna l’esordio della casa editrice milanese nella fantascienza con una serie regolare. Le storie di Vigna si distinguono immediatamente per lo stile sperimentale e particolarmente aperto alle contaminazioni. Nel 1993 fonda a Cagliari la Sardinian School of Comics, la prima scuola di fumetto dell’isola, che opera nell’ambito del Centro Internazionale del Fumetto, da lui diretto. L’eclettismo della sua produzione lo porta a scrivere anche romanzi come L’estate dei dischi volanti (Condaghes, 1997) e La pietra antica (Condaghes, 1999), saggi come Luoghi ed esseri fantastici della Sardegna (con Giampiera Caprolu, l’Unione Sarda, 1990) e graphic novel quali Nausicaa: L’altra Odissea (Pavesio, 2011). Parallelamente porta avanti un’attività registica, lavorando in televisione e in pubblicità, sceneggiando lungometraggi per il cinema, dirigendo speciali e documentari incentrati sui temi a lui più cari, dal fumetto, al Mito. Da otto anni è inoltre direttore del festival cagliaritano Nues – Fumetti & Cartoni nel Mediterraneo, con cui porta avanti un lavoro di incontro fra differenti culture. Nell’agosto del 2017 presenta alla Mostra del Cinema di Venezia, nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica, il cortometraggio animato Nausicaa: L’altra Odissea, trasposizione dell’omonima graphic novel.

Ciao Bepi e bentornato su Lo Spazio Bianco. Qualsiasi discussione su Nausicaa: L’altra Odissea non può che partire dalla versione cartacea.
Sì, è una graphic novel uscita nel 2011 per Pavesio Edizioni, che è stata pubblicata anche in Francia. L’idea è nata quando Piero Alligo de Lo Scarabeo mi ha contattato per mostrarmi i disegni di Andrea Serio, che in quel periodo stava realizzando per lui un mazzo di tarocchi. Sono rimasto letteralmente folgorato da quelle tavole e ho subito pensato di realizzare insieme ad Andrea una storia di ambientazione mediterranea. Una volta preparato il fumetto, però, mi sembrava di non aver espresso appieno il potenziale dell’operazione: in Italia, dopotutto, il tipico cartonato alla francese non riesce a ottenere la giusta visibilità sul mercato e in effetti le vendite sono state quelle di un prodotto di nicchia. Ma al di là di questo, le critiche si sono rivelate positive e incoraggianti, e perciò ho pensato di utilizzare le stesse immagini per un progetto animato. Con l’aiuto di Lorenzo Visi e Patrizia Principi, che sono accreditati all’animazione e alla grafica, abbiamo quindi preparato delle scansioni in alta definizione. Lorenzo in particolare aveva alle spalle anche il progetto SmartComiX, che cercava di dare voci e suoni al fumetto. Ci siamo messi al lavoro per realizzare un motion comic, finché, mentre ero in giuria a Cartoons on the Bay, mi sono imbattuto nel lavoro di Furio Scarpelli, Tormenti – Film disegnato, che funzionava anche se non c’erano animazioni come le intendiamo tradizionalmente. Da lì ho pensato che si potesse tentare una strada simile e perciò Nausicaa adotta la stessa qualifica: un film disegnato, appunto.

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Quali aspetti del “film disegnato” ti piacevano, in particolare, rispetto all’animazione tradizionale?
Pensavo che l’animazione, in questo caso, avrebbe sacrificato il lavoro di Andrea: al contrario ci piaceva che il tratto fisico, un po’ “materico”, dei suoi disegni risaltasse sul grande schermo. Volevamo insomma mantenere le qualità che avevano reso particolare la versione cartacea e che inevitabilmente si sarebbero snaturate con un’animazione tradizionale, dove, fra le altre cose, avremmo anche dovuto ridisegnare completamente la storia. Avevamo anche preso accordi con un produttore francese cui piaceva molto il progetto, e con l’India e la Corea del Nord per realizzare materialmente il lavoro, che costava molto meno che in Italia. Alla fine, però, insieme al produttore Massimo Casula abbiamo capito che procedendo in quella direzione avremmo ottenuto un’altra cosa, e abbiamo preferito rinunciare a quello che comunque sarebbe stato un progetto più importante, per seguire la nostra ispirazione. Credo che alla fine il risultato abbia pagato.

A parte Visi e Principi, quali altri artisti sono stati coinvolti nel progetto?
Ho avuto la fortuna di poter riunire alcuni professionisti con cui avevo già collaborato in passato, come il musicista Matteo Martis, che ha studiato a Broadway e con cui avevo già tentato senza successo di mettere in piedi un progetto di musical. E poi Romeo Scaccia, straordinario progettista di suoni, che ha coperto il ruolo di sound designer: siamo colleghi all’Istituto Europeo di Design e avevamo già lavorato insieme ad alcuni miei documentari. Un’altra circostanza fortunata è che Lorenzo Visi ha uno studio di montaggio in cui è finita anche una voce importante come Mariano Rigillo: tutto questo credo abbia contributo a rendere il film professionalmente valido, pur nella sua natura di progetto “piccolo”.

Quali aspetti ti interessava focalizzare nel racconto?
Il fatto che il progetto fosse così piccolo mi ha permesso di far risaltare il tema del viaggio quasi iniziatico di una ragazza, Nausicaa appunto, che va a scoprire il mondo. Il che si lega ai valori del femminile a me molto cari – e che non sono da intendere come tipici delle donne, ma anche come una componente della sfera maschile: si tratta di valori come l’accettazione del “diverso”, la capacità di comprendere il nuovo e le altre culture. Tutti aspetti che si rifanno a una tradizione ancestrale tipica dell’antico matriarcato che ancora domina nel nostro meridione e in Sardegna. Il fatto stesso che Ulisse sia accolto nella terra di Nausicaa con un banchetto è molto importante: gli antichi greci infatti giudicavano la civiltà di un popolo da come accoglievano gli stranieri. In fondo, chi arrivava dal mare poteva essere una divinità – e in quel caso era bene accoglierla con gli onori che meritava per ottenerne la benevolenza – o un umano che poteva essere portatore di nuove conoscenze e informazioni. Mi piaceva raccontare questi aspetti che trovo facciano parte del nostro DNA mediterraneo.

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Il mito originale di Nausicaa in fondo mi pare voglia simboleggiare proprio il tema dell’accoglienza.
Sì, anche se i mitografi si sono poi sbizzarriti, secondo alcuni i Feaci erano i Sardi. L’origine reale di Nausicaa non è comunque importante ai fini del mio discorso: mi interessa che sia un Mito e che in sé sia portatore di molti valori positivi. Qualcuno ha criticato il fatto che il ritratto di Ulisse proposto in Nausicaa non sia positivo, ma in fondo anche nell’Odissea non ne esce proprio benissimo, è un cialtrone che si rende colpevole di innumerevoli nefandezze. E a noi piace proprio per questo, perché è un personaggio ben costruito e ognuno riconosce nelle sue debolezze la propria umanità.

In effetti, personalmente ho sempre visto Ulisse come una figura ambigua, ma di solito è percepito invece come l’eroe per antonomasia. Qui finalmente gli viene restituita la sua verità.
Sì, gli viene ridato il suo cuore. In fondo è un po’ il processo che abbiamo seguito con Nathan Never e che gli ha permesso di ottenere successo: non è l’eroe in ogni momento, ma ha un bagaglio di esperienze e errori alle spalle che aiutano il lettore a identificarsi con lui.

Un’associazione assolutamente libera che ho fatto con Nausicaa, ancor prima di conoscerne la storia, basandomi proprio sull’istinto e sulle poche informazioni che avevo, è con La pietra antica. Cosa ne pensi?
Innanzitutto mi fa piacere che qualcuno conosca La pietra antica! La storia è nata con il romanzo edito da Condaghes e in pratica ha avuto eco solo in Sardegna, da cui il mio stupore. È un collegamento molto giusto perché i temi sono affini: La pietra antica, infatti, racconta pure quei problemi, quali l’omertà, il senso del mistero e del non detto, che nel bene e nel male fanno parte dell’ambiente in cui sono nato e cresciuto. Non a caso il romanzo è dichiaratamente ambientato in Sardegna, negli anni Sessanta. Il tema e la storia sono stati poi ripresi per una storia di Nathan Never pubblicata su uno dei primi Almanacchi della Fantascienza. D’altra parte mi piace molto, anche quando scrivo di fantascienza, inserire dei temi che appartengono al mio vissuto e alla mia cultura. Proprio per questa caratteristica, nel tempo mi sono reso conto che chi riesce a entrare in sintonia con le mie storie le ama particolarmente, anche al di là dei loro meriti. D’altra parte si vanno a toccare temi che in certi ambienti sociali fanno parte di una cultura quasi ancestrale.

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In effetti ho sempre ammirato le tue storie per la loro capacità di sperimentare e mescolare i generi, anche e soprattutto all’interno di Nathan Never.
Mi è sempre piaciuto provare strade nuove, ma questo in alcuni casi ha creato qualche problema quando la Bonelli era, giustamente, più rigida. La mia era la naturale e giusta sfrontatezza del giovane sceneggiatore che per questo si guadagnava a volte i rimbrotti di Sergio Bonelli o Decio Canzio. Ho ricevuto mail molto severe per le sperimentazioni grafiche de Il vigilante o per la splash page de L’ultima onda: Bonelli comunque era un personaggio straordinario e se motivavi le tue scelte era disposto a rivedere le sue posizioni. In questo senso era un editore straordinariamente moderno.

Tornando a Nausicaa, lo stile di Andrea Serio mi ha fatto pensare un po’ a Lorenzo Mattotti.
Questo paragone è stato spesso usato in senso diminutivo e in alcuni casi ha rappresentato anche un problema: inizialmente siamo infatti andati a fare un pitching a Cartoons on the Bay e la giuria, pur apprezzando molto il lavoro, ci ha fatto sapere di non averlo premiato a causa dello stile che trovava troppo somigliante a quello di Mattotti. Personalmente ho sempre trovato questa critica pretestuosa e anche sciocca, nel senso che Mattotti è comunque un modello, cui naturalmente i giovani artisti si rifanno, come accade da sempre nell’arte. Andrea Serio non può essere in ogni caso considerato un suo “allievo” perché è arrivato a quel segno autonomamente e adesso se n’è distaccato e sta facendo cose meravigliose, in modo molto molto personale. In Francia stanno esponendo i suoi lavori anche alla Galerie-Glénat di Parigi, tanto per dare la misura del suo talento. Nausicaa può effettivamente ricordare un po’ la tecnica di Mattotti, ma il taglio delle inquadrature e la profondità di campo sono molto diverse. Un qualsiasi accostamento deve quindi essere considerato soltanto in un’accezione positiva.

L’uso della profondità di campo in Nausicaa è molto interessante: le figure tendono a muoversi soprattutto in quel senso, piuttosto che in quelli più classici laterali. Trovo che questo aspetto distanzi il film dal classico motion-comic restituendo di più il meccanismo della lettura di un’opera disegnata.
Mi fa molto piacere che questo aspetto sia stato colto, perché prima di iniziare le lavorazioni abbiamo studiato i motion comic tradizionali, analizzandone i punti deboli. Quello tratto da Watchmen, ad esempio, è un lavoro che non riesce a restituire espressivamente la forza del fumetto da cui deriva. Così, abbiamo cercato di risolvere certi problemi tipici del formato, pur nei limiti concessi da budget, tempo e organizzazione. Pertanto siamo dovuti scendere inevitabilmente a qualche compromesso, ma è stata senza dubbio una grande lezione, che speriamo di mettere a frutto in successivi lavori – perché l’obiettivo sarebbe quello di dare vita a una serie di progetti. La prossima volta, ad esempio, cercherò di lavorare non per un fumetto da trasporre, ma pensando direttamente all’animazione. Nel film ci sono dei particolari che abbiamo dovuto isolare, non solo per metterli in evidenza, ma anche perché non riuscivamo a tagliare l’immagine in un modo che risultasse cinematograficamente valido.

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Il film è attraversato da una serie di dualismi: ad esempio Ulisse è un eroe, ma anche un mistificatore. Il lavoro del narratore è quindi anche quello del bugiardo?
Certo, per ottenere l’attenzione del pubblico, il narratore deve anche ingannarlo, fornendo dei messaggi che non siano immediatamente interpretabili e rimandando le spiegazioni al futuro. In questo modo riuscirà a creare un meccanismo narrativo in grado di tenere alta l’attenzione. Al contrario, il realismo che spesso in tanti invocano può rivelarsi opposto a quegli aspetti che nella narrazione devono essere prevalenti, prima fra tutti l’affabulazione. Da parte mia sono sempre molto indulgente verso chi racconta in maniera affascinante delle bugie, perché in fondo questo è il lavoro del narratore.

Anche in Nathan Never in fondo c’è da sempre questo aspetto: abbiamo la demistificazione, la disillusione, che si uniscono però alla mitopoiesi.
Sì, quando abbiamo creato Nathan Never, pur essendo tutti e tre giovani, avevamo alle spalle un bagaglio teorico abbastanza sviluppato ed eravamo interessati ai meccanismi della narrazione. Credo che questo si veda, le storie che scriviamo noi sono sempre molto ben strutturate e questo aspetto è fondamentale. Una buona struttura può aiutare anche una storia di per sé non eccezionale, ma non il contrario.

Ti piace il fatto che il lettore “veda” nelle storie degli aspetti a cui l’autore non aveva pensato?
Certamente. Non solo è un aspetto molto bello, ma a volte non se ne può letteralmente fare a meno. Arriva un momento in cui una storia smette di essere di proprietà del suo autore e passa al lettore, accade anche a me quando leggo un’opera altrui. Per questo il narratore deve essere capace di creare delle suggestioni che poi diano vita a percorsi che nemmeno lui immaginava. Almeno per quanto mi riguarda è cosi.

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La Sardegna è sempre centrale nei tuoi lavori, e anche Nausicaa lo dimostra: la regione è infatti presente sia dal versante produttivo che da quello della narrazione.
Sì, l’obiettivo di tanta parte del mio lavoro è quello di riportare la Sardegna al suo tradizionale ruolo di crocevia di rotte e luogo d’incontro fra artisti. La mia regione, dopotutto, è ancora poco nota e su di lei circolano soprattutto tanti luoghi comuni. Nell’antichità, invece, aveva una grande tradizione di centralità, non solo per la sua posizione geografica, ma perché era l’isola sacra dei Greci. Il progetto di Nausicaa rientra così in un più ampio lavoro condotto con il Centro Internazionale del Fumetto e attraverso il festival Nues – Fumetti & Cartoni nel Mediterraneo, dove si cerca di affrontare temi relativi al confronto tra culture, sviluppando al contempo la crossmedialità e l’intreccio fra cinema, fotografia, letteratura, poesia e fumetto. Negli anni abbiamo così costruito ponti con realtà quali il festival di Tazarka in Tunisia, il Cairo Comix Festival di Magdy El Shafee, l’Accademia di Belle Arti di Tetouan, in Marocco, la Semana Negra de Gijón spagnola di Angel de la Calle, il gruppo di Striburger in Slovenia e con la Grecia, che è stata uno dei nostri primi partner – quest’anno, ad esempio, abbiamo una mostra sui graffiti murali ad Atene. Nel complesso sono convinto che ci siano molti più elementi che uniscano i popoli di quelli che li dividono. Tutto il contrario delle differenze che vediamo sbandierare quando arrivano da noi tanti migranti, purtroppo trattati come “ospiti non graditi”.

Il tema è in effetti di primaria importanza oggi: mi interessa capire come si inserisce in particolare il fumetto in questo lavoro.
Volendo abituarci a vedere l’Europa come un luogo di scambi, il fumetto diventa un punto d’osservazione privilegiato perché fra di noi ci si conosce attraverso i festival. Ad esempio, nell’ultimo Forum International de la Bande Dessinée di Tétouan, io e Antonio Scuzzarella rappresentavamo l’Italia, e abbiamo conosciuto tanti autori del Maghreb e dell’Africa Sub-Sahariana: non è difficile capire come il fumetto sia una realtà molto più varia di quelle tradizionalmente seguite dal pubblico italiano. Soprattutto nei paesi africani, in particolare, è invece un mezzo di comunicazione molto calato nel sociale, e affronta tanti problemi tralasciati dalla stampa tradizionale, più soggetta al controllo dei regimi. È un mezzo più indipendente, pur con tutti i problemi che comporta realizzarlo. In questo modo si riesce ad allargare il cerchio della conoscenza, contro la tendenza a innalzare muri.

In conclusione, di recente abbiamo intervistato Takoua Ben Mohamed, a proposito del catalogo Woman Story, realizzato sotto la tua supervisione: ce ne vuoi parlare?
Sì, credo siamo stati i primi in Sardegna a pubblicare qualcosa di Takoua. Avevo trovato i suoi disegni da subito eccezionali e così l’abbiamo invitata a Cagliari, dove abbiamo realizzato questa che dovrebbe essere la sua prima pubblicazione. Ora sta proseguendo il suo percorso e ne sono contento perché è una ragazza molto in gamba, che sta facendo tanto per far capire che poi il confronto fra culture arricchisce tutti e che non bisogna avere paura dell’altro.

Intervista realizzata alla Mostra del Cinema di Venezia il 31 Agosto 2017

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