Topolino #3308: La soluzione economica

Topolino #3308: La soluzione economica

Rispetto al solito, arrivo la domenica con la consueta recensione di una delle storie tratte dal Topolino in edicola. Il ritardo è dovuto non solo all’aria di festa che circola in questi giorni, ma soprattutto all’indecisione su quale storia scegliere, tra l’Aquadombra di Casty che apre il numero e la storia ecologica di Matteo Venerus e Andrea Lucci che lo chiude. Alla fine, visto che la storia d’apertura è a puntate e quindi ci sarà modo di scriverne in maniera più approfondita e che quella con le Giovani Marmotte l’ho trovata decisamente un pessimo modo per festeggiare l’Earth Day di domani, alla fine ho optato per la breve di Enrico Faccini, Archimede e la “soluzione economica”.
Così, mentre la recensione del numero è già pubblicata su DropSea, passiamo alle chimiche imprese del buon Archimede Pitagorico:

Tutta questione di soluzione

Il titolo ha un evidente doppio significato, visto che da un lato si riferisce alla soluzione all’ennesimo problema che Paperone pone ad Archimede e dall’altro un riferimento alla chimica, che gioca un ruolo importante nella trama. Paperone, infatti, ha commissionato all’inventore di Paperopoli una vernice per auto economica. Archimede, però, ha bisogno dello squaccotoluene.
Se ve lo state chiedendo, vi rispondo subito che no, lo squaccotoluene non esiste, ma è interessante notare come la sgarza col ciuffetto, che esiste ed è un uccello, in inglese, si chiama squacco heron.
Tornando alla storia, questo fondamentale componente si trova all’interno di un altro prodotto chimico delle industrie di Paperone che quest’ultimo vorrebbe sbolognare il prima possibile e che finirà proprio nelle capaci mani di Archimede, con conseguenze imprevedibili e divertenti. Il finale vede il sorgere di una società tra le più improbabili, ma incredibilmente efficce!

Il colorante che ti salva la vita

C’è indubbiamente una certa differenza tra una vernice, che è il prodotto che deve realizzare Archimede, e un colorante, ma l’idea alla base dei due prodotti è simile: colorare. Ed è anche interessante osservare come, nella sempre viva lotta alle infezioni, proprio un colorante ha giocato un ruolo fondamentale.

Gerhard Domagk, via commons

Siamo nel dicembre del 1935 e la figlia di Gerhard Domagk ha un piccolo incidente con un ago che le si conficca in una mano. Nonostante l’estrazione del frammento metallico, la bambina viene colpita da una grave infezione da streotococco: rischiava di morire e per sperare di salvarla l’unica soluzione era l’amputazione del braccio. Il padre, Domagk, disperato, prova un ultimo tentativo: provare a iniettare il prontosil, un colorante rosso sangue, nel corpo della figlia. Dopo un periodo in cui il prodotto non sembrava così efficace, la piccola Hildegard guarì completamente dall’infezione, con grande felicità del padre e, successivamente, della ditta per la quale lavorava.
Domagk, infatti, era uno dei più grandi microbiologi dell’epoca, e stava testando nei laboratori della I.G.Farbenindustrie, un colorante industriale. Aveva già fatto un primo esperimento di successo con dei topi di laboratorio cui aveva inettato una dose letale di streptococchi. Dopo averli divisi in due gruppi, aveva iniettato il prontosil ai topi del secondo gruppo novanta minuti dopo l’inoculazione degli streptococchi, e questi ultimi erano sopravvissuti all’infezione letale. Unico inconveniente del prontosil era la sua inefficacia nei confronti degli streptococchi allevati in provetta.
Nel momento in cui la notizia della guarigione di Hildegard grazie al prontosil divenne nota, la I.G.F., che aveva già avviato le procedure per estendere il brevetto del prontosili a scopi medici, iniziò a difendere il suo prodotto, tanto da impedire a Domagk di pubblicare articoli relativi alle sue ricerche. Questo espose sia l’industria sia il microbiologo alle critiche della società civile, visto che i morti da streptococco continuavano a essere numerosi. A dare una svolta alla situazione ci pensò, in maniera abbastanza ironica, proprio la I.G.F. che permise al suo dipendente di pubblicare un articolo su una rivista tedesca minore, in modo tale da tenere i risultati lontani dalle mani dei ricercatori della concorrenza.
L’articolo, però, venne letto dai ricercatori pubblici dell’Istituto Pasteur, che, come tutti, criticavano la scelta della I.G.F., e a partire da quel lavoro scoprirono che il vero killer dei batteri era la sulfonammide, molecola basata sullo zolfo che gli esseri viventi sono in grado di spezzare in due. Ad ogni modo, la sulfonammide ha il potere di interferire con l’acido folico, essenziale per la sopravvivenza degli streptococchi a causa del suo ruolo fondamentale nel processo di moltiplicazione. Dunque la sulfonammide inibiva la riproduzione dei batteri.
Inoltre l’importanza della sulfonammide permetteva di aggirare il brevetto della I.G.F.: questa sostanza, infatti, era stata sintetizzata e brevettata, sempre come colorante, nel 1909 e proprio dalla I.G.F., e nel frattempo il brevetto era scaduto e dunque la sulfonammide era liberamente disponibile per la produzione di un farmaco ad hoc da parte di chiunque. Nascevano i sulfamidici.
I destini di I.G.F. e Domagk sono in qualche modo paralleli: mentre l’azienda perdeva milioni a causa dei mancati introiti, il microbiologo veniva malmenato dalla Gestapo a causa del Premio Nobel per la medicina che gli venne assegnato nel 1939 proprio per questa sua scoperta. Solo con lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando Domagk riuscì a convincere il regime che i suoi farmaci erano in grado di guarire dalla cancrena i soldati feriti, il microbiologo venne riabilitato e gli fu concessa nuovamente la libertà. (1)


Note:
  1. Sam Kean. Il cucchiaino scomparso. Adelphi, 2012