Il più ricco dell'universo

Il più ricco dell’universo

Una delle storie che avevo escluso dalla prima puntata dei Paperi di Barks era La Luna a 24 carati. La tematica di quel primo articolo era abbastanza precisa, e la Luna era un obiettivo troppo vicino per includerla in quell’articolo. L’occasione per affrontare quella storia, però, si è presentata (relativamente) abbastanza presto con il secondo articolo dedicato al Club dei Miliardari, incentrato su alcuni dei confronti di Paperone con i suoi colleghi miliardari. Non poteva, allora, mancare nel novero il confronto con Muchkale, il più ricco del pianeta Venere.

Un satellite nascosto

Le premesse della storia sono abbastanza semplici: dopo alcune osservazioni, gli astronomi scoprono che dietro la Luna si trova un fino all’ora ignoto satellite. L’interesse verso lo spazio in generale e la Luna in particolare intercettato da Carl Barks con questa storia era abbastanza alto all’epoca: solo l’anno prima i sovietici avevano mandato nello spazio il primo satellite, lo Sputnik 1 e dopo pochi mesi il primo mammifero nello spazio, la cagnetta Laika. Le stelle e soprattutto la Luna non erano sembrate mai più vicine di così e la fantascienza alla Buck Rogers persino raggiungibile!
Così Barks idea una corsa verso questo nuovo satellite, ma per rendere avvincente la sfida tra le quattro astronavi che partono dalla Terra verso la Luna ecco l’informazione chiave: gli sprettrografi, ovvero quegli strumenti utilizzati da fisici e chimici per studiare l’energia emessa da un oggetto e da questa ricavare la sua composizione chimica, hanno rilevato che questa seconda Luna è interamente composta da oro a 24 carati!
A partire alla volta dello spazio sono, allora, i più ricchi del pianeta: il ragià di Okkioduole, il magnate texano Cornolungo Erbalta e ovviamente Paperon de’ Paperoni, accompagnato dai suoi fedeli nipoti. A questo terzetto si uniscono i Bassotti, ovviamente anche loro interessati all’acquisizione (il più ostile possibile) del prezioso satellite.
L’avventura è suddivisibile in tre parti: la prima a Terra, con la costruzione dei razzi da parte dei quattro contendenti; la seconda nello spazio, con la corsa alla Luna, che anticipa (in un modo sottilmente pessimistico) l’analoga corsa tra Stati Uniti e Unione Sovietica; la terza sulla Luna a 24 carati con il confronto con il già citato Muchkale.
Ed è da questo confronto che trae un senso morale l’avventura, ed è su alcuni aspetti di quest’ultimo che mi andrò a soffermare nel seguito dell’articolo.

Una cospicua ricchezza

Michkale, attuale possessore della Luna a 24 carati, è bloccato sulla sua superficie in compagnia di un attrattore magnetico da ben settecento anni senza alcuna possibilità di ritorno: l’astronave che aveva mandato su Venere, suo pianeta d’origine, non è mai rientrata. Così, pur di tornare a casa, il più ricco di Venere è disposto a barattare la Luna a 24 carati per una cospicua ricchezza: una manciata di terra.
L’affare, che sembra sballato e viene concluso da Paperone in pochissimo tempo grazie alla cassetta di terra che aveva portato a bordo per convincere Paperino a seguirlo nello spazio, si rivela ben presto uno dei peggiori di Paperone: il terreno che Muchkale prende dai paperi in cambio della Luna contiene, come ricorda lo stesso venusiano, tutti gli atomi necessari per la creazione di un pianeta abitabile. Essi vengono attratti uno all’altro e quindi combinati insieme proprio dall’attrattore magnetico, che inizia così a generare un vero e proprio pianeta, che man mano cresce sempre di più, mostrando anche segni della presenza di un clima e di nascita di vita vegetale.
Al di là dell’irrealtà di uno strumento del genere (1) , la storia pone al lettore alcuni spunti interessanti, come il processo di formazione dei pianeti e la nascita della vita su un pianeta che presenta le condizioni di abitabilità.

Come nasce un pianeta

La teoria di formazione planetaria al momento maggiormente accettata è quella della nebulosa stellare o solare: una nube di gas che ruotando vorticosamente collassa verso il centro generando così una protostella. La materia che non ha contribuito alla formazione della stella, continua a ruotare intorno a essa, condensandosi intorno ad alcuni centri di massa maggiore, che diventano dei veri e propri attrattori gravitazionali. E’ da questi grumi di materia in crescita che nascono i pianeti.
La teoria nebulare venne formulata per la prima volta nel 1734 dallo svedese Emanuel Swedenborg per poi venire ripresa nel 1755 da Immanuel Kant e nel 1796, indipendentemente da quest’ultimo, da Pierre-Simon Laplace, che ne diede la formulazione più famosa (2) .
La sua accettazione fu, però, piuttosto travagliata: nel 1857, infatti, James Clerck Maxwell perfezionò alcuni calcoli matematici relativamente agli anelli di Saturno:

Dimostrò che se gli anelli fossero stati strutture solide – come sembrava al telescopio – la forza di gravità di Saturno li avrebbe sgretolati. Sembrava quindi che dovessero essere un’estesa aggregazione di particelle relativamente piccole, così piccole da apparire solide a grande distanza. (3)

Questo voleva dire che, applicando i calcoli di Maxwell al modello della nebulosa, al massimo sarebbero dovute nascere una serie di fasce di asteroidi e non i pianeti che oggi orbitano intorno al Sole.
A questa prima osservazione si andarono ad aggiungerne altre legate al momento angolare, in particolare il fatto che il Sole, che possiede il 99.8% della massa totale del sistema solare, ha solo il 2% del momento angolare totale: questa sembrava essere la prova più importante per scartare definitivamente l’ipotesi nebulare.
Vennero, allora, avanzate tutta una serie di ipotesi alternative, che coinvolgevano collisioni o catture varie di e con altri corpi celesti, ma nessuna era in grado di spiegare correttamente tutte le osservazioni astronomiche legate al Sistema Solare. L’ipotesi nebulare, però, riprese vigore quando nel 1944 Carl Friedrich von Weizsäcker introdusse nel modello nebulare i vortici, evidentemente prendendo ispirazione dal modello a vortici proposto da René Descartes (Cartesio) tra il 1632 e il 1633.
L’idea era, dunque, quella di prendere l’ipotesi migliore, il modello nebulare, e introdurre nuovi elementi in grado di completare il modello e permettergli di spiegare le osservazioni. Arriviamo in questo modo all’astronomo russo Victor Safronov che nel testo Evolution of the protoplanetary cloud and formation of the Earth and the planets del 1972 risolse buona parte dei problemi legati alla formazione planetaria a partire da una nebulosa di gas, fornendo le basi per l’attuale modello standard.

I due dischi di polvere osservati dal telescopio Hubble intorno a Beta Pictoris sono una delle prove più solide dell’ipotesi nebulare – via commons

Generare la vita

Una volta compresa la (o comunque ottenuto un’idea sulla) formazione dei pianeti, è inevitabile porsi domande sulla nascita della vita, almeno quella così come la conosciamo. Essa si basa sul carbonio e sulle capacità che quest’ultimo ha di legarsi agli altri atomi della tavola periodica. E in questo è indubbiamente l’atomo più versatile in assoluto, così come gli altri atomi della sua famiglia, quelli che si trovano nella sua stessa colonna, come il silicio (4) , tanto che possiamo considerarci abbastanza certi che la chimica della vita un po’ dappertutto nell’universo si basi proprio sul carbonio.
Assodato che, almeno sulla Terra, la chimica del carbonio è quella fondamentale per la vita così come la conosciamo, la domanda successiva è: come è nata la vita sul nostro pianeta? E’ stata portata dall’esterno (quale che sia questo agente)? O si è generata spontaneamente?
Come nel caso della nebulosa stellare, anche la generazione spontanea ha avuto non pochi travagli, almeno fino all’esperimento di Miller e Urey.

Schema dell’esperimento di Miller e Urey – via commons

Le basi di questo epocale esperimento si poggiano sul lavoro del biologo sovietico Aleksandr Ivanovic Oparin, che con il testo L’origine della vita, pubblicato negli anni Venti e tradotto in inglese nel 1937, partiva da un’atmosfera contenente gradi quantità di idrogeno, sia da solo sia legato con altri atomi (carbonio, ossigeno, azoto). Essenzialmente questa Atmosfera I di Oparin era costituita da ammoniaca, metano e vapore acqueo e, grazie all’interazione con i raggi solari ultravioletti, sarebbe evoluta in una Atmosfera II di Haldane costituita da azoto, anidride carbonica e vapore acqueo. Infine grazie alla fotosintesi delle prime piante si sarebbe passati all’Atmosfera III di azoto, ossigeno e vapore acqueo. Il punto in questa evoluzione era proprio la vita vegetale, che in qualche modo doveva nascere e svilupparsi, bisognava, cioè, considerare la generazione spontanea della vita: gli atomi si dovevano in qualche modo aggregare in molecole organiche.
Nel 1952 il chimico Harold Clayton Urey spinse il suo studente Stanley Lloyd Miller a condurre in esperimento per verificare l’ipotesi della generazione spontanea.

Miller cercò di riprodurre le condizioni primitive della Terra, ipotizzando l’Atmosfera I di Oparin. Cominciò con una miscela chiusa e sterile di acqua, ammoniaca, metano e idrogeno, una versione semplice e in miniatura dell’atmosfera e dell’oceano primitivi. Poi usò una scarica elettrica come fonte di energia, una minuscola versione del Sole.
Fece circolare la miscela sotto la carica per una settimana, e poi l’analizzò. Già il primo giorno la miscela originariamente incolore era diventata rosa, e alla fine della settimana un sesto del metano con cui Miller era partito si era trasformato in molecole più complesse. Tra queste c’erano glicina e alanina, i due amminoacidi più semplici che ricorrono nelle proteine. (5)

Il significato dell’esperimento e dei suoi risultati era chiaro: sotto le giuste condizioni, la vita può generarsi spontaneamente. E per quanto questa ipotesi possa sembrare a molti più improbabile dell’intervento di una divinità o di una cultura extraterrestre o della più semplice azione di una cometa, la generazione spontanea sembra essere, soprattutto grazie alla sua semplicità, la candidata più seria a essere l’origine della vita sulla Terra.


Note:
  1. Da un lato, pur se lo spazio non è così vuoto, non è nemmeno sufficientemente pieno da raccogliere abbastanza atomi per creare un pianeta; inoltre, seguendo esattamente le proporzioni presenti nel sistema solare, la maggior parte degli atomi che si trovano nello spazio sono quelli leggeri, come l’idrogeno. Questo implica che l’attrattore magnetico deve anche gestire quantità di energia di tipo stellare per poter raccogliere, convertire e assemblare tutti gli atomi necessari per la formazione di un pianeta 

  2. Ne discusse persino Edgar Allan Poe in una famosa conferenza, divenuta successivamente un libro, Eureka

  3. Isaac Asimov, Civiltà extraterrestri, trad. di Paola Cusumano e Massimo Parizzi 

  4. Non è un caso che in molti romanzi di fantascienza vengano considerate forme di vita con una chimica basata sul silicio 

  5. Isaac Asimov, Op. cit.