Alla ricerca delle origini dei popoli americani

Alla ricerca delle origini dei popoli americani

Una delle affermazioni più forti, in particolare in questo periodo storico, presente ne Il mondo senza di noi del giornalista scientifico Alan Weisman è racchiusa in queste poche righe:

La gola di Olduvai e altri siti di resti fossilizzati di ominidi, che nel loro insieme disegnano una mezzaluna che parte dall’Etiopia e corre verso sud parallela alla costa orientale del continente, hanno confermato oltre ogni dubbio che siamo tutti africani.

La gola di Olduvai, in Tanzania, è uno dei siti archeologici più importanti dell’Africa (se non del mondo intero). La sua importanza è legata al fatto che per quella valle sono passati buona parte dei nostri antenati, sancendo l’origine genetica comune dell’intero genere umano.
Da quella culla iniziale abbiamo successivamente colonizzato l’intero pianeta. Quando nel 1959 Romano Scarpa vide pubblicata la sua Topolino e Bip-Bip alle sorgenti mongole, la teoria da cui la storia partiva non aveva ancora avuto delle conferme solide:

Colombo aprì la strada alla colonizzazione europea delle Americhe. Prima di lui costeggiavano quelle sponde gli antiche navigatori vichinghi. Ma veri scopritori del continente dovremmo considerare gli stessi “indigeni”… i loro tratti denunciano una chiara origine asiatica, che fa supporre una primordiale trasmigrazione dall’Asia alle Americhe.

Attraverso lo stretto di Bering

La storia genetica delle popolazioni americane si suddivide in due periodi ben distinti: l’arrivo dei primi homo sapiens tra i 20000 e i 14000 anni fa e il contatto con le popolazioni europee avvenuto in maniera sistematica a partire dal 1492, anno della “scoperta” di Cristoforo Colombo citata in apertura della storia di Scarpa. Il periodo che maggiormente ci interessa in questo breve articolo è esattamente il primo: la colonizzazione originaria.
La maggior parte delle prove genetiche a nostra disposizione per affermare l’esattezza della teoria citata da Scarpa sono state raccolte negli ultimi venti anni. In particolare l’ultimo studio di archeogenetica, pubblicato proprio quest’anno su Nature (1) fornisce le ultime prove che la linea genetica delle popolazioni indigene americane si è formato in Siberia prima dell’ultima grande glaciazione avvenuta tra i 36000 e i 25000 anni fa come combinazione tra le popolazioni dell’est asiatico e gli antichi euroasiatici del nord che si diffusero nelle americhe a partire da 16000 anni fa.
Sempre grazie all’analisi genetica delle popolazioni, è stato possibile determinare il precoce isolamento delle popolazioni del Beringia (2) e da qui la migrazione verso le americhe (3) . La diversità genetica riscontrata nelle popolazioni del Sud America indica, invece, che tali popolazioni si trovarono in una situazione di isolamento dopo la colonizzazione iniziale dei due continenti (4) , mentre i popoli che si stabilirono nelle regioni più estreme del Nord America e della Groenlandia discendono da migrazioni successive rispetto a quelle che portarono alla colonizzazione delle regioni meridionali (5) (6) .

Possibile mappa migratoria verso il continente americano – da Potter, B. A., Baichtal, J. F., Beaudoin, A. B., Fehren-Schmitz, L., Haynes, C. V., Holliday, V. T., … & Malhi, R. S. (2018). Current evidence allows multiple models for the peopling of the Americas. Science Advances, 4(8), eaat5473. doi:10.1126/sciadv.aat5473

L’idea di base, pur se ha subito nei dettagli diverse revisioni e modifiche proprio grazie agli studi genetici, si poggia sul ritrovamento nel 1908 presso la Burnet Cave dei resti di un antico bisonte da parte del cowboy George McJunkin, che peraltro era stato in precedenza uno schiavo, vista la sua provenienza africana. A partire dal 1926 Harold Cook e Jesse Figgins realizzarono una serie di scavi che portarono alla luce le prime prove di presenza umana nel pleistocene (7) . Le prove si susseguirono nei decenni successivi, ma per avere una prima sintesi bisogna attendere il 1965 e la tesi di dottorato di Vance Haynes, che tra le altre cose mostrò per la prima volta come la megafauna del pleistocene scomparve più o meno contemporaneamente con la migrazione degli esseri umani nel continente americano (8) .
Ad ogni modo Scarpa catturò il dibattito scientifico di quegli anni sull’ipotesi migratoria e, evidentemente affascinato dalle origini asiatiche dei nativi americani, utilizzò tale teoria per le sue Sorgenti mongole. La teoria viene esposta solo a partire dalla sedicesima pagina del primo tempo della storia dall’antiquario Nataniele Ragnatele e spinge Topolino, Atomino Bip-Bip e lo stesso Ragnatele a mettersi in viaggio verso l’Alaska alla ricerca delle sorgenti vicino alle quali si trova la caverna contenente il tesoro mongolo che dimostrerebbe in maniera archeologicamente esatta la migrazione delle popolazioni asiatiche nel Nord America e da qui nel resto del continente.

Superiorità morale dei nativi americani?

Ad aggregarsi alla spedizione, sebbene come clandestino, c’è lo spirito dello stregone mongolo Hon-Ki-Ton, il cui ruolo è molteplice: nel primo tempo è un elemento di disturbo, quindi nel secondo tempo è colui che sigilla la grotta per sempre, per tenere il tesoro lontano dall’avidità delle altre tribù giunte dopo quel primo insediamento mongolo. In questo caso è presente un compito forse più sottile rispetto a quello rilevato da Alberto Becattini sul quarto volume dell’omnia di Scarpa: stabilire una sorta di supremazia morale delle tribù del passato e con esse dei nativi americani rispetto al mondo moderno.
In effetti le popolazioni che per prime entrarono nel continente americano si trovarono di fronte a un mondo ricco e variegato grazie alla megafauna, costituita da mammuth, tigri dai denti a sciabola e altri grandi animali. Gli esseri umani, alla ricerca continua di nuove risorse e forgiati dalla migrazione compiuta, iniziarono una caccia selvaggia che, insieme al variare delle condizioni climatiche, portò all’estinzione della megafauna. Tale teoria, detta dell’overkill, proposta da Paul Martin, pur restando ampiamente dibattuta, sembra anzi suggerire come gli errori del genere umano sembrino ripetersi. Se a questo aggiungiamo le probabili guerre civili che ridussero gli imperi del Sud America già prima dell’arrivo degli spagnoli, risulta abbastanza chiaro come tale supremazia culturale sembra poggiarsi su ben pochi elementi.

Due parole sulla storia

Dal punto di vista tecnico, Scarpa realizza un’avventura con alcuni elementi fantastici, un mix che avrebbe fatto il successo, circa venti anni più tardi, dell’Indiana Jones di George Lucas. L’inizio, come avveniva anche in molte storie di Floyd Gottfredson o Carl Barks, è apparentemente slegato al tema principale della storia, con Orazio che si da da fare per sradicare una quercia antica nel giardino della villetta di Topolino: proprio tali maldestri tentativi portano alla scoperta della fiaschetta con i sette semi di sambuco che da il via vero e proprio alla vicenda.
Sempre nel primo tempo sono presenti alcune soluzioni grafiche interessanti, come i geroglifici utilizzati da Scarpa per accompagnare il racconto di Nataniele, quasi a suggerire le origini preistoriche del fumetto stesso.
Nel secondo tempo della storia, invece, Scarpa mescola la ricerca delle sorgenti mongole con una sorta di mini-parodia del Moby Dick di Herman Melville, probabilmente inserita a causa dell’assenza di un avversario vero e proprio nella storia, e con alcune pagine di denuncia politico-economica. I tre cercatori di tesori, infatti, si ritrovano in un villaggio di minatori dove tutti sono ricchi sfondati, mentre il barista sciacqua le bottiglie con la polvere d’oro! A ridurre il villaggio in queste condizioni è la facilità con cui si trova l’uranio, più prezioso dell’oro, che ha arricchito tutti i minatori della zona. L’episodio, in un certo senso, si combina con quanto scritto sopra sulla supremazia morale dei nativi americani, rinforzando questa posizione scarpiana, ma al tempo stesso suggerisce un altro timore dell’autore: che la facile ricchezza possa portare il mondo verso una stagnazione pericolosa dove il valore del lavoro come determinazione dell’uomo e non come modo per sopravvivere viene facilmente dimenticato.
Nel complesso la storia, anche grazie al susseguirsi di gag che creano al tempo stesso divertimento e tensione, risulta particolarmente dinamica e scorrevole tenendo il lettore attaccato alla lettura dalla prima all’ultima pagina.


Note:
  1. Moreno-Mayar, J. V., et al., 2018, Terminal Pleistocene Alaskan genome reveals first founding population of Native Americans, Nature, n.553, pp. 203-207 doi:10.1038/nature25173
     

  2. Tamm, E., et al., 2007, Beringian standstill and spread of Native American founders, PloS one, vol.2, n.9 doi:10.1371/journal.pone.0000829
     

  3. Derenko, M., et al., 2010, Origin and post-glacial dispersal of mitochondrial DNA haplogroups C and D in northern Asia, PloS one, vol.5, n.12 doi:10.1371/journal.pone.0015214
     

  4. Bortolini, M. C., et al., 2003, Y-chromosome evidence for differing ancient demographic histories in the Americas, The American Journal of Human Genetics, vol.73, n.3, pp. 524-539 doi:10.1086/377588
     

  5. Schurr, T. G., 2004, The peopling of the New World: perspectives from molecular anthropology, Annual Review of Anthropology, vol.33, pp. 551-583 doi:10.1146/annurev.anthro.33.070203.143932
     

  6. Torroni, A., et al., 1992, Native American mitochondrial DNA analysis indicates that the Amerind and the Nadene populations were founded by two independent migrations, Genetics, vol.130, n.1, pp. 153-162
     

  7. Da Clovis culture su en.wiki 

  8. Haynes, C. V. (1965). Quaternary geology of the Tule springs area, Clark County, Nevada (pdf).