
Ovviamente in un posto d’onore all’interno di questa epica criminale troviamo i malfattori di origine italiana, tanto da meritarci l’equazione italiani uguale mafia. Al di là di quello che possa sembrare non è che sia un parallelo totalmente esatto, o perlomeno non è così semplice e lineare lo sviluppo della malavita statunitense nel novecento, e non è del tutto corretto far ricadere la colpa dell’ascesa della criminalità organizzata esclusivamente sulla componente italo-americana. In parte già con il film Gangs of New York, tratto dal libro di Herbert Asbury, Martin Scorsese dava una lettura un po’ più articolata della faccenda, cercando di mettere ordine alla genealogia della storia criminale di quella città, dipingendo un affresco tanto complesso e affascinante quanto poco centrato e confuso, con il preciso intento di far capire come lo sviluppo economico e politico degli Stati Uniti fosse strettamente interconnesso con una storia di violenze, lotte feroci, crimini efferati. Quasi a sottolineare che non esisterebbe questa America, quella che oggi conosciamo, senza il continuo scontro di gangs di ogni provenienza geografica – tra le quali sono d’annoverare le forze dell’ordine corrotte – per la spartizione del potere criminale e delle zone d’influenza sulla vita civile ed economica dello stato. Una violenza che, secondo il regista, sta nel DNA della prima potenza mondiale, conseguente all’enorme e ingovernata immigrazione selvaggia di masse disperate approdate nei porti di New York.
Anche nella bella serie Cosa nostra (Ce qui est à nous), raccolta in due volumi cartonati da Planeta DeAgostini, si mette in luce la specificità non tutta italiana della criminalità newyorkese. I due autori transalpini, David Chauvel e Erwan Le Sa








