Kengo Kurimoto credit Chloe Hardwick

Kengo Kurimoto racconta Il bosco segreto: il fumetto può insegnarci a guardare il mondo

8 Luglio 2026
Per l'uscita italiana de "Il bosco segreto" (Il Castoro) abbiamo intervistato Kengo Kurimoto sul rapporto tra fumetto, osservazione e meraviglia quotidiana.
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Ci sono opere che, una volta chiusa l’ultima pagina, continuano a respirare dentro chi le ha lette. Il bosco segreto di Kengo Kurimoto è una di queste. Frutto di un percorso creativo che attraversa animazione, videogiochi, illustrazione e osservazione naturalistica, il libro traduce queste esperienze in un racconto che sceglie la contemplazione anziché la frenesia e l’attenzione ai dettagli più minuti al posto della spiegazione continua. Attraverso il rapporto tra Poppy e il bosco che la circonda, Kurimoto costruisce un’opera che invita a rallentare, osservare e riscoprire la bellezza nascosta nelle piccole cose. In occasione dell’uscita italiana del volume per Editrice Il Castoro, abbiamo incontrato l’autore per parlare delle influenze che hanno plasmato il suo immaginario, del processo creativo dietro Il bosco segreto e di quel particolare modo di intendere il fumetto non solo come forma di racconto, ma come uno strumento per affinare il nostro sguardo sul mondo.

Prima di tutto, benvenuto su Lo Spazio Bianco e grazie per essere nostro ospite in occasione dell’uscita italiana de Il bosco segreto per Editrice Il Castoro.
Hai raccontato di essere arrivato al fumetto attraversando esperienze molto diverse tra loro — videogiochi, animazione, design, osservazione naturalistica. Il bosco segreto sembra infatti costruito non soltanto come una narrazione disegnata, ma quasi come uno spazio da attraversare, da esplorare fisicamente. In che modo questi linguaggi e questi percorsi hanno influenzato il tuo modo di pensare la pagina e il racconto?
È un piacere! Grazie mille per avermi invitato.
Il bosco segreto è nato in realtà come un’animazione e, quando si è trasformato in un fumetto, tenevo molto a conservarne il senso del movimento. C’è tantissima personalità nel modo in cui un pettirosso inclina la testa o in cui un picchio si muove attraverso il tronco cavo di un albero. Se volevo che il lettore percepisse il loro carattere, questo doveva emergere proprio dal loro modo di muoversi. Lo stesso vale per il bosco. Amo mettermi carponi, strisciare tra le radici e scoprire ogni sorta di mondi in miniatura. Volevo trasmettere questa sensazione proprio come si farebbe in un film o in un videogioco: da questa prospettiva il mondo appare incredibilmente tridimensionale. Spesso avevo la sensazione di disegnare i “fotogrammi chiave” di un’animazione, ma invece di affidare a un animatore il compito di realizzare le fasi intermedie del movimento, era il lettore a ricostruire quei movimenti nella propria mente.
Mi piaceva così tanto questa idea che ho deciso di integrarla direttamente nella storia, nel momento in cui Poppy osserva le gemme del castagno. Guarda ogni gemma nelle diverse fasi della sua crescita e ricompone mentalmente il movimento dell’albero che sboccia: qualcosa che normalmente avviene troppo lentamente per poter essere percepito. È entusiasmante quando si riesce a vedere l’intero bosco muoversi in questo modo!

Il tuo stile sembra muoversi tra fumetto europeo, illustrazione naturalistica e sensibilità legate all’animazione. Quali sono stati gli artisti — fumettisti o meno — che hanno influenzato maggiormente il tuo modo di costruire immagini e atmosfere?
Essendo cresciuto nel Regno Unito da genitori giapponesi, mia nonna mi inviava anime dal Giappone nel tentativo di incoraggiarmi a imparare la lingua. Non ha funzionato, ma mi sono innamorato dei film di Miyazaki. All’epoca gli anime erano praticamente sconosciuti e mi sembravano un piccolo segreto tutto mio. Hanno avuto sicuramente un’influenza profonda su di me e ancora oggi penso che il suo lavoro non sia mai stato eguagliato.
Più tardi, film come Akira e Ghost in the Shell hanno avuto un enorme impatto su di me. Ricordo una sequenza di quest’ultimo in cui l’azione lasciava spazio a una serie di inquadrature cinematografiche della città accompagnate dalla musica. Sono convinto che abbia ispirato la scena in cui Poppy e Rob ascoltano la pioggia.
Un’altra fonte d’ispirazione è stata la musica, in particolare un brano corale intitolato Five Hebrew Love Songs 4. Eyze Sheleg di Eric Whitacre. Riusciva a catturare perfettamente la sensazione del crepuscolo nel bosco, con quell’impressione imminente che qualcosa stia per emergere dall’oscurità. Lo ascoltavo spesso mentre disegnavo. Penso che la musica sia un ottimo modo per orientarsi quando si realizzano fumetti; ho sentito persone che lavorano nell’industria cinematografica dire: «Scegli la tua colonna sonora prima ancora di iniziare a scrivere».
Per quanto riguarda i fumetti, The Arrival di Shaun Tan è stato senza dubbio una grande fonte d’ispirazione. Amo quel libro e, soprattutto, mi ha dato la sicurezza che un’opera con pochissime parole potesse funzionare.

Nelle tavole de Il bosco segreto si percepisce un’attenzione quasi meditativa per dettagli naturali, luci, movimenti e trasformazioni minime del paesaggio. Che ruolo hanno l’osservazione diretta e il disegno dal vero nel tuo processo creativo? Disegnare è anche un modo per imparare a guardare?
Ricordo di aver viaggiato in Guatemala durante il mio anno sabbatico. Decisi di non portare con me una macchina fotografica e di disegnare invece ciò che vedevo. Oggi, quasi trent’anni dopo, riguardo quei disegni e riesco ancora a sentire gli odori e i suoni dei luoghi che avevo ritratto. Credo che sia stato proprio il processo del disegno a imprimere quei ricordi in modo così profondo.
Per me, disegnare è uno strumento fondamentale per imparare a guardare, e viceversa. Mi piace il fatto che ti costringa a non dare nulla per scontato. Mi capita di osservare un mio disegno e chiedermi perché appaia un po’ informe o indistinto, ma se continuo a lavorarci con pazienza, inizio a cogliere sfumature che prima mi erano completamente invisibili.
Imparare a vedere queste cose contribuisce certamente a migliorare la qualità del mio lavoro, ma c’è qualcosa di ancora più importante: più riesco a vedere, più riesco ad apprezzare l’incredibile bellezza del mondo. E questo mi rende davvero felice.

Molte sequenze de Il bosco segreto rallentano deliberatamente il ritmo della lettura: pagine quasi mute, dettagli di foglie, animali, cieli o piccoli movimenti. In un fumetto contemporaneo spesso costruito sulla velocità narrativa, sembri chiedere al lettore di fermarsi e osservare. Quanto il ritmo della lettura è stato centrale nella costruzione del libro? E quanto è difficile trovare equilibrio tra ciò che viene mostrato e ciò che invece scegli deliberatamente di non spiegare?
Il periodo in cui lavoravo a Il bosco segreto è stato un po’ come vivere da monaco. Percorrevo a piedi sei chilometri attraverso il bosco per raggiungere il mio studio, disegnavo, e poi facevo altri sei chilometri per tornare a casa. La cosa più sorprendente del seguire ogni giorno lo stesso percorso era accorgermi dei cambiamenti: quelli dell’ambiente, delle stagioni, ma anche delle mie emozioni.
Nel libro, ogni capitolo si apre con Poppy che percorre la strada vicino a casa sua. Mi piaceva l’idea che lo stesso scenario potesse offrire un punto di riferimento per mostrare quanto fosse cambiata: che cosa cattura la sua attenzione? Quali emozioni le suscita?
Anche il ritmo è stato fondamentale nella costruzione della narrazione. Durante la fase di ricerca ho letto Capire il fumetto di Scott McCloud e ho imparato da lui come la larghezza delle vignette possa suggerire il ritmo del racconto: numerose vignette strette per le scene più dinamiche e inquadrature più ampie nelle quali il lettore è invitato a soffermarsi. È stato uno strumento incredibilmente utile e, in realtà, piuttosto semplice da applicare.
Trovare il giusto equilibrio tra ciò che spiegare e ciò che invece lasciare implicito si è rivelato complicato. In origine il libro era ricco di informazioni naturalistiche, ma ho deciso di eliminarne gran parte quando mi sono reso conto di quante pagine fossero occupate semplicemente da personaggi che parlavano. Tuttavia, sono finito per spingermi troppo nella direzione opposta, e il mio editor, Sam Dewaele, ha reintrodotto con grande precisione alcuni dialoghi per aiutare il lettore a orientarsi. Gliene sarò sempre profondamente grato.

A un certo punto del fumetto un personaggio dice “Una lingua non è fatta solo di parole”. Sembra quasi una dichiarazione poetica dell’intero libro, che racconta molto attraverso immagini, silenzi e dettagli naturali. Hai mai pensato al fumetto come a un mezzo capace di insegnare un diverso modo di guardare il mondo?
Se il fumetto potesse essere un mezzo capace di farci vedere il mondo in modo diverso, sarebbe il mio sogno più grande! In questo periodo sto lavorando a diversi libri e mi sono accorto che c’è un tema che li attraversa tutti: la capacità di apprezzare ciò che ci circonda.
Mi piace sdraiarmi sulla schiena sotto un cielo stellato e immaginare di essere attaccato alla parte inferiore di un’enorme sfera. Poi sollevo le gambe verso l’alto, come se fossero sospese sopra l’immensità dello spazio. Per molti aspetti, questa prospettiva mi sembra più vera dell’esperienza quotidiana, e credo sia importante ricordarcelo di tanto in tanto. In un certo senso, sento che il mio lavoro consiste proprio nel ricercare questo tipo di esperienze e nel comunicare ciò che le rende così affascinanti. E, per farlo, non riesco a immaginare un mezzo più adatto del fumetto.

Negli ultimi anni sembra esserci sempre più spazio per fumetti che privilegiano contemplazione, atmosfera e osservazione rispetto alla narrazione tradizionale più serrata. Come vivi questa tendenza? Ti senti parte di una sensibilità contemporanea precisa o preferisci non ragionare in termini di “correnti”?
Ho notato che, con l’evolversi delle forme artistiche, esiste una tendenza a diventare sempre più grandi e audaci; allo stesso tempo, però, emerge anche una corrente alternativa che si fa più sfumata e sottile, esplorando temi più profondi. Credo che oggi ci sia un particolare bisogno di questo tipo di approccio, soprattutto in un momento in cui molti di noi soffrono di ansia e di un’eccessiva sovrastimolazione. Il desiderio di realizzare Il bosco segreto è nato proprio da questa esigenza, non in modo strategico o calcolato, ma semplicemente perché io stesso sentivo il bisogno di prendere le distanze da tutto questo.
Detto ciò, amo anche le opere dal ritmo incalzante e dal respiro epico, e penso che sia salutare avere un buon equilibrio tra tutte queste diverse forme di narrazione.

Il tuo lavoro si muove in uno spazio molto internazionale, dove convivono sensibilità differenti: il ritmo contemplativo di certa narrazione asiatica, l’attenzione atmosferica del fumetto europeo, e una costruzione visiva influenzata anche da animazione e videogiochi. Hai percepito differenze nel modo in cui pubblici di paesi diversi reagiscono al tuo lavoro? Hai notato interpretazioni o sensibilità particolari a seconda del contesto culturale?
Il bosco segreto è stato pubblicato per la prima volta in Canada da Groundwood. All’inizio ero sorpreso che potesse interessare ai canadesi: con tutti i loro paesaggi grandiosi e spettacolari, perché mai avrebbero dovuto voler leggere una storia ambientata in un boschetto un po’ trasandato dietro l’angolo di casa mia? Allo stesso modo, quando il libro è stato recensito sul New York Times, mi ha lasciato senza parole pensare che qualcuno, da uno di quei grattacieli di Manhattan, potesse apprezzarlo. Credo che, in fondo, condividiamo tutti lo stesso desiderio di riconnetterci con la natura.
Ciò che mi ha colpito più di tutto è stato il modo in cui Il bosco segreto è stato accolto in Italia. Ho l’impressione che qui il fumetto sia considerato, dal punto di vista culturale, con una serietà maggiore rispetto al Regno Unito, e questo emerge in tutto, dal Lucca Comics & Games fino a realtà come la vostra. Quando ho visitato gli straordinari affreschi di Vasari sulla cupola del Duomo di Firenze o i magnifici cicli pittorici del Camposanto di Pisa, tutto mi è apparso più chiaro: si percepisce una tradizione ininterrotta di narrazione per immagini che arriva fino a Magnus e oltre. È incredibilmente lusinghiero pensare che una cultura così ricca e stratificata possa apprezzare il mio lavoro.
Mi piacerebbe moltissimo vedere Il bosco segreto pubblicato un giorno anche in Giappone. L’idea che il mondo intero sia vivo è stata profondamente influenzata dallo Shintoismo, così come i ritmi meditativi del libro devono molto allo Zen. È ironico, però, che il Giappone sia anche uno dei luoghi più urbanizzati, densamente popolati e sovrastimolanti del pianeta. Mi chiedo come potrebbe essere accolto lì.

Alla fine della lettura de Il bosco segreto resta questa sensazione un po’ rara: quella di aver attraversato un’opera che non si limita a mostrarsi, ma ti accompagna. Come se, chiudendo l’ultima pagina, il bosco non finisse davvero, semplicemente continuasse da qualche parte fuori campo, a respirare piano. Se il fumetto continua a “respirare” anche dopo l’ultima pagina, che cosa speri resti davvero addosso al lettore quando esce da quel bosco?
Quello che hai appena detto è probabilmente il complimento più bello che abbia mai ricevuto. Davvero.
Mi piacerebbe che i lettori riuscissero a notare, nel loro mondo quotidiano, quelle piccole cose che portano gioia ogni giorno.
Ho volutamente evitato di ambientare la storia in un grande ma remoto parco nazionale. Volevo mostrare che la bellezza esiste ovunque, anche in un boschetto un po’ trasandato con un’auto abbandonata. Per molti aspetti, credo che l’esperienza quotidiana delle piccole cose possa essere profonda tanto quanto la presenza di una grande montagna; e più quel luogo è vicino a casa, meglio si può imparare a conoscerlo.
Ricordo di aver terminato il libro e di essere tornato alla mia normale vita nel settore dello sviluppo di videogiochi. È stato molto facile dimenticare tutto ciò che avevo vissuto durante quel percorso e lasciarmi nuovamente assorbire dalla solita frenesia quotidiana. Come accade con qualsiasi pratica, ritagliarsi ogni giorno dei momenti per fermarsi e ascoltare richiede inizialmente un po’ di impegno, ma alla fine è proprio questo che rende la vita magica e piena di vitalità.
Grazie per queste domande. Mi ha profondamente colpito il vostro interesse così autentico per il mio libro e per tutti gli aspetti che avete saputo cogliere. Sapere che il mio lavoro abbia suscitato una lettura così attenta e sensibile fa sentire che tutto il processo ne è davvero valso la pena.
Un carissimo saluto!

Ringraziamo di cuore Kengo Kurimoto per averci accompagnato alla scoperta del mondo de Il bosco segreto e per aver condiviso le sue riflessioni sul fumetto, sull’osservazione e sulla bellezza nascosta nelle piccole cose. Un ringraziamento anche a Editrice Il Castoro per aver reso possibile questa intervista.

Intervista condotta via e-mail fra maggio e giugno 2026.

Kengo Kurimoto

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Kengo Kurimoto è un autore e illustratore britannico di origini giapponesi, nato in Scozia nel 1979. Dopo una lunga carriera nel mondo dei videogiochi, dell’animazione e del design — durante la quale ha ricoperto anche il ruolo di Design Lead per la celebre serie LittleBigPlanet — ha scelto di tornare a strumenti più tradizionali, come matita, carta e inchiostro, trasferendo nel fumetto la sensibilità maturata attraverso esperienze creative molto diverse tra loro. Il bosco segreto (Wildful), la sua graphic novel d’esordio, pubblicata in Italia da Editrice Il Castoro nella traduzione di Alessandro Zontini, ha ricevuto ampi consensi dalla critica internazionale ed è stato inserito tra i migliori libri per ragazzi dell’anno da testate come The New York Times, The Guardian e Kirkus Reviews. Nel 2026 il volume ha inoltre vinto il Premio Andersen – Il mondo dell’infanzia nella categoria Miglior libro a fumetti. Kurimoto vive e lavora nel Surrey, nel Regno Unito. 

Angela Pansini Valentini

Angela Pansini Valentini

Molfetta (BA), classe 1981.
Si è laureata in Editoria e Giornalismo e in Scienze dello Spettacolo, presso l'Università degli Studi di Bari Aldo Moro.
Ex giornalista pubblicista, tra il 2003 e il 2013 ha collaborato con diverse testate in ambito locale.
Dal 2010 ha iniziato a interessarsi di Fumetto, scrivendo per Temperamente, Leggere:Tutti e LettereVive.
A partire dal 2014 è entrata a far parte stabilmente della redazione de Lo Spazio Bianco e dal 2018 di Fumo di China.
Ha firmato il saggio dal titolo "Analfabetismo" per Le parole sono importanti, pubblicato da DOTS Edizioni.
Nel 2011 ha fondato il Club del Libro di Bari e ne ha coordinato le attività, con passione e grande successo, sino al 2021.

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