Dal manifesto della Mostra del Cinema di Venezia alle copertine per Scerbanenco, fino all’adattamento a fumetti de L’anomalia. Al Trapani Comix abbiamo incontrato Manuele Fior per parlare del suo percorso artistico e della mostra Prima che cambi tutto, un viaggio attraverso vent’anni di storie, immagini e sperimentazioni.
Buongiorno Manuele e grazie per il tuo tempo. Hai una formazione da architetto, ma hai scelto il fumetto come linguaggio definitivo. Qual è stato il momento in cui hai capito che il disegno sarebbe stato il tuo futuro?
Ho sempre avuto un rapporto molto vicino con il disegno. L’idea di poter vivere disegnando è nata già da bambino, a scuola, quando cominciavo a fare i primi fumetti per la classe. Dopo tante vicissitudini è diventato il mio mestiere, ma in realtà ho cominciato prestissimo.
Lo scorso anno hai firmato il Manifesto dell’82esima mostra del cinema di Venezia. Qual è stata la prima immagine o emozione che ti è venuta in mente pensando al cinema quando ti è stato proposto di realizzare il manifesto?
La prima immagine è stata quel gesto che fanno i registi quando inquadrano con le mani. È qualcosa di estremamente analogico, ma rappresenta l’essenza del cinema: scegliere una porzione di mondo e una porzione di tempo. Tutto si riduce a chi osserva, a chi decide l’inquadratura e a chi recita. Da lì sono partito, ambientando poi la scena sopra i tetti di Venezia.
Negli anni hai illustrato copertine per classici Mondadori e, più recentemente, per i romanzi di Giorgio Scerbanenco con La Nave di Teseo. Quando lavori su un libro scritto da altri, cosa cerchi innanzitutto di suscitare a chi comprerà quel libro?
Quando fai un mestiere come il mio e leggi qualcosa di scritto, in genere quello che leggi ti restituisce un’immagine mentale che compare ancora prima di tutto. Come una specie di film interiore. E cerchi di restituire quell’immagine, nella maniera più fedele e diretta possibile. Quell’immagine che ti è nata da un certo personaggio, da una certa situazione. Alla fine la copertina di un romanzo non deve spiegare nulla, deve soltanto aprire uno spioncino su una storia.
E com’è nata questa collaborazione con la Nave di Teseo?
La collaborazione è nata perché il mio editore – che è Oblomov – fa parte anche della Nave di Teseo. A quel tempo, quando c’è stata la creazione di Oblomov, c’era anche l’idea di riprodurre il catalogo di Scerbanenco in maniera un po’ ragionata, dato che fino adesso lui ha scritto veramente centinaia e centinaia di libri, alcuni anche sotto pseudonimo. Per cui si voleva dare una forma più ordinata a tutta questa opera gigantesca. E sia il mio editore che La nave di Teseo hanno pensato a me nonostante io abbia un immaginario abbastanza lontano da Scerbanenco e non lo conoscevo neanche molto bene, ma leggendolo in effetti mi sono molto innamorato di questo scrittore. Tant’è che è uno dei miei lavori più belli riguardo l’illustrazione.
Hai appena concluso un adattamento a fumetti de L’anomalia di Hervé Le Tellier, un romanzo best seller in Francia (in Italia pubblicato da La Nave di Teseo) che mescola insieme fantascienza, Italo Calvino e filosofia. Come sei stato coinvolto in questo progetto e come ti stai trovando a trasformare in fumetti un libro in cui oltre a esserci tanti personaggi protagonisti, ci sono doppie versioni degli stessi (senza spoilerare troppo a chi non conosce la storia)?
L’idea è nata da un editor Gallimard che un giorno mi ha spedito questo libro chiedendomi di leggerlo. Io l’ho letto e gli ho detto che era bellissimo. Così lui mi ha proposto di farci un fumetto. Io ci ho pensato un po’ e ho detto inizialmente di no perché era un libro estremamente complesso, lungo – con oltre 400 pagine – con tanti personaggi. Pensavo che per adattarlo servisse una serie. Allora lui mi ha detto di ripensarci un attimo e vedere se c’era un modo di adattarlo un po’ più liberamente. E, siccome mi è piaciuto veramente tanto, ho proposto di tagliare a metà i personaggi: di prenderne quattro invece che dieci, e di vedere cosa cambia nella loro vita durante il volo Parigi-New York nel bel mezzo di una tempesta. Questo cambiamento è totale. Per cui, alla fine, l’ho fatto con grandissimo piacere, perché è un libro anche molto divertente, mi ha permesso di incrociare tanti generi in uno. C’è anche del quasi thriller-splatter, un genere che non ho mai incrociato in vita mia.
Quindi è anche una sfida?
Molto, perché chiaramente io ho una mia maniera di scrivere che mi porta in certe zone, anche un po’ contemplative, mentre questo libro è ritmato, molto denso. Per affrontarlo ho guardato molto i fumettisti americani della mia epoca, come Frank Miller, Alamura, David Mazzucchelli. Per quello è stato molto divertente.
Quest’anno al Trapani Comix è presente anche una tua mostra: “Prima che cambi tutto: Desideri, luoghi e distanze nei fumetti di Manuel Fior”. Vedere ottanta tavole originali raccolte in un unico percorso significa anche guardarsi indietro. Che effetto ti fa incontrare oggi il “te” che ha disegnato quelle pagine anni fa?
È come guardare delle foto di me nel passato, cioè guardare alla fine un’altra persona, un’altra vita. Anche guardando magari quelli più antichi mi piace vedere quella freschezza, quell’arroganza che ogni tanto perdi nel percorso, perché magari cresci, hai più esperienza; anzi, riguardando quelli più vecchi mi viene voglia di ritornare a quella sensazione di non saper fare le cose, di rimettersi nei guai, invece di adagiarsi nella stabilità del mestiere.
Riguardandole le avresti fatto in una maniera diversa oppure sei soddisfatto in questo modo?
No, non è possibile fare in una maniera diversa perché su quelle tavole c’è tutto quello che riuscivo a fare in quel momento lì. Non riesco a vedere il mio percorso come una crescita; secondo me l’andamento di un autore o anche in genere della storia dell’arte non è una crescita: piuttosto direi che si muove. Come, per esempio nella storia dell’arte, non si può dire che l’arte di Michelangelo sia migliore di quella di Giotto – per me Giotto vale quanto Michelangelo, quanto Degas – stesso vale per un artista, che può raggiungere risultati straordinari in certi momenti e attraversarne altri meno felici.
C’è una tavola in mostra a cui sei particolarmente legato, non necessariamente la più bella, ma quella che ti ha trasmesso un sentimento particolare?
In tutte ci sono tantissimi sentimenti. Cinquemila chilometri al secondo è sicuramente il libro che mi ha fatto conoscere di più. Però ho un debole particolare per L’intervista.
È uscito dopo Cinquemila chilometri al secondo, in un periodo in cui tutti volevano libri a colori e io invece ne ho fatto uno in bianco e nero, con una tematica completamente diversa. In Italia non è andato particolarmente bene, e nemmeno in Francia, ma è un libro a cui continuo a pensare spesso. Mi ha regalato un personaggio che amo molto, Dora, questa ragazzina, che mi ritrovo sempre tra i piedi. Per cui sì, diciamo che sono tutti dei bambini, voglio bene a tutti, però L’intervista siccome è stato un po’ più sfigato, per certe ragioni, gli voglio un po’ più bene, anche perché mi ha donato dei personaggi molto importanti.
Intervista realizzata dal vivo a Trapani Comix il 24/06/2026.
MANUELE FIOR
Fior ha attraversato città e culture – da Berlino a Oslo, da Parigi a Venezia – costruendo uno stile unico, sospeso tra pittura e fumetto. Le sue illustrazioni sono apparse su testate internazionali come The New Yorker e Vanity Fair, mentre i suoi graphic novel hanno conquistato pubblico e critica, a partire da Cinquemila chilometri al secondo, premiato con il prestigioso Fauve d’Or ad Angoulême, passando per Celestia, Hypericon e L’intervista. Fior è anche l’autore di numerose copertine di libri, cimentandosi con le opere di autori come Cesare Pavese, Marcel Proust, J.G. Ballard e Michail Bulgakov. Suo, inoltre, il manifesto dell’82° Mostra del Cinema di Venezia.












