Michele al Circo

10.000 persone sono affluite al Circo Massimo per un fumettista, come si fa per i concerti rock o per le grandi feste del calcio in una calda domenica di maggio.
Fossimo cronisti ci avremmo aperto l’edizione del giorno dopo del giornale. Perché non era mai avvenuto nulla di simile per un linguaggio che, in cent’anni e passa, ha sempre faticato a ottenere, nel nostro Paese, la sua piena legittimazione culturale.
Certo, all’estero, in Giappone, ci sono stati e ci sono happening assimilabili. E, forse non a caso, l’unico antecedente italiano che ci viene in mente sono gli eventi-spettacolo della rivista Frigidaire nei primi anni Ottanta… Sì, c’è voluta pazienza per arrivare si qui. C’è voluto anche Pazienza (Andrea), la cui opera, in questi giorni, è esposta a 5 km dal Circo Massimo, presso il MAXXI, il museo di arte contemporanea, per lo straordinario artista che è stato. Che è.
Ma torniamo a Michele Rech, alias Zerocalcare, romano di Rebibbia, che certi accolli intellettuali (e artistici) preferisce sempre schivarli. Però è un fatto. Migliaia di persone sono accorse per Insert Due Spicci, l’evento costruito attorno alla nuova serie in uscita il 27 maggio 2026 su Netflix.
Da Zoro a Zero, l’Italia animò

Eccola qui la gente di Zerocalcare. Antonio Gramsci e Pippo Baudo stanno annuendo da lassù: ben fatto, Miché, hai fatto diventare nazional-popolare pure il disagio.
Una commovente marea umana: comitive di ragazze, coppie, persino famiglie. C’è chi a dodici anni o magari a venti l’ha scoperto con la prima serie animata, Strappare lungo i bordi. C’è chi ne ha quaranta o giù di lì e lo legge dai tempi de La profezia dell’armadillo.
In mezzo c’è questa storia incredibile, cominciata in lockdown. I primi video per Propaganda, il programma di Zoro su La7, erano rudimentali, fatti in casa: “du spicci di budget”, i “disegnini suoi”, un computer e la voce di Michele che crea un universo. C’era già tutto in potenza: il ritmo, la cadenza, quella capacità di restituire il mal mosto collettivo in forma antagonista, ironica, umanissima.
Tra una clip fatta in casa e una serie su Netflix ci sono anni di lavoro e centinaia di professionisti per una gigantesca produzione italiana. Michele Foschini, editore di BAO Publishing e produttore esecutivo della serie, lo vediamo in platea che recita sottovoce le battute del copione durante l’anteprima, come i versi di una canzone imparata a memoria, come un mantra dell’emozione. È a tutti loro che Zerocalcare dedica le prime parole dal palco:
In questi giorni non si parla che di me, ma dietro quella firma ci sono centinaia di persone che ci hanno lavorato.
Insert Due Spicci

Si parte nel tardo pomeriggio, con le persone che iniziano ad affollare la vasta area dove un tempo correvano le bighe romane e oggi, invece, è stata allestita una enorme sala giochi a cielo aperto.
Da Ben-Hur a Ben Starr: un evento pensato come una grande sessione videoludica di massa. Ci sono centinaia di postazioni arcade, titoli classici degli anni Ottanta e Novanta, assieme a un gioco realizzato appositamente con i personaggi e le ambientazioni della Roma di Zerocalcare. E poi ci sono biliardini e tavoli da ping-pong, in versione Zerocalcare, Mamma Cocca, Secco… Ci sono perfino cartonati e ambienti che ricostruiscono il mondo zerocalchesco. Ci si può sedere sul suo divano, come fosse quello de I Simpson o lo scranno de Il Trono di Spade.
Guardando la gente che gioca, ride e scherza, capisci che non è solo un evento promozionale. Zerocalcare non è diventato un fenomeno di massa grazie agli occulti persuasori del marketing che, pure qui come deve aver detto Lord Netflix a fine serata: “hanno ben operato”.
Michele Rech qui al Circo Massimo ci è arrivato per bonus fedeltà, sua verso il pubblico, e del pubblico verso di lui.
Zero-Barare

Eccolo. Sta giocando. È dentro il videogioco che ha ispirato la sua serie che ha ispirato il videogioco. Il cortocircuito è perfetto: probabilmente lo trova assurdo, come trova assurdo (un “accollo”), tutto ciò che lo riguarda, quando diventa troppo grande per stiparlo dentro le vignette.
Eppure, anche questo momento arcade, in cui Michele gioca mentre il cabinato restituisce l’effige di “Mamma Cocca”, non arriva per caso nella storia dell’autore. Un autore che ha scelto di giocare sempre seriamente, di non barare mai con il pubblico, di consegnarci, prima nei fumetti e ora in animazione, tormenti, fragilità, persino contraddizioni. Ne ha fatto una cifra espressiva e, in fondo, anche una misura poetica.
Molte volte avrebbe potuto in questi anni prendere la via creativa ed editoriale più comoda: la citazione facile, il finale consolatorio, la distanza ironica come scudo… Invece Zerocalcare, sia quando parla di sentimenti sia quando affronta temi civili, sceglie di stare dentro la storia, con tutta la fatica che questo comporta. Anche Due Spicci, per quello che abbiamo visto in anteprima, risponde a questa sorta di bushido narrativo.
Buffi… coi’ buffi

Zero, l’Armadillo, Cinghiale, Sarah. Sagome di cartone, alte quanto una persona, sparpagliate per il Circo Massimo. La gente ci si mette accanto con l’espressione di chi incontra un vecchio amico.
A loro modo lo sono, perché appartengono a quell’universo Rebibbia, elevato da Zerocalcare a sua intima Macondo, a sua lirica Paperopoli. Come Gabriel Garcia-Marquez e Carl Barks, l’autore ha saputo costruire un mondo finzionale in cui la realtà “spiccia” diventa racconto universale.
Rebibbia: un posto reale, con strade riconoscibili, che funziona, al tempo stesso, come contenitore di archetipi. Le storie vengono da lì e da lì parlano a chiunque. Non serve essere di Roma. Non serve avere l’età di Michele. Rebibbia è una periferia dell’anima in cui tutti possiamo ritrovarci: basta avere avuto, almeno una volta, la sensazione di essere in ritardo su tutto.
Dentro questa cornice, i personaggi di Zerocalcare sono buffi, in senso comico, ma anche, particolarmente in questa nuova serie, “pieni de’ buffi”, nel senso romano del termine, pieni di debiti. Non solo economici, anche se quelli ci sono eccome: Due Spicci è attraversato dal denaro come tema trasversale, dal modo in cui la merce ci costringe a prendere le misure della realtà anche quando non vorremmo.
Ma soprattutto sono “pieni de’ buffi” in senso esistenziale: pieni di debiti emotivi, di ferite che non riescono a rimarginarsi. E al tempo stesso pieni di desideri, di speranze, di cose ancora da fare. È per questo che ci assomigliano.
Generazione Goleador

Al ping-pong, al biliardino ci si sfida come se ci fosse qualcosa in palio. E forse ancora c’è. Perché tra le definizioni generazionali a tutto alfabeto che piacciono tanto ai sociologi (“Gen X”, “Gen Z”, etc.), Zerocalcare individua (implicitamente) la sua generazione “G”:
… La generazione pagata colle caramelle Goleador…
È la fotografia di un patto tradito: hai fatto tutto quello che ti avevano detto, hai studiato, hai creduto, e alla fine il conto non torna. Non torna economicamente, non torna socialmente, non torna emotivamente. Due Spicci parte da qui. Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo locale. Tutto sta andando storto. Torna una figura dal passato. Arrivano responsabilità inattese.
Gli archi di evoluzione dei personaggi, già da questi primi episodi in anteprima, sembrano costruiti come credibile conclusione di una trilogia (Strappare lungo i bordi, Questo mondo non mi renderà cattivo, e ora Due Spicci) nel segno di un coming of age generazionale. Cosa accade quando siamo costretti a lasciare copioni che recitiamo da sempre? Si domanda a un certo punto il protagonista ed è in fondo il dilemma con cui Zero, Sara e gli altri dovranno fare i conti.
Zero-Touch

Dentro Due Spicci ritroviamo la stessa, irresistibile, voce espressiva delle serie precedenti e dei fumetti. La capacità di mixare alto e basso, melò e ironia, non per una stucchevole strizzatina d’occhio al lettore e allo spettatore, ma per costruire assieme al pubblico la mappa di una formazione sentimentale condivisa.
…Zeus versione anime di Pollon. “L’Uomo da un altro posto” di Twin Peaks che compare in un incubo. Un Mount Rushmore dei valori scolpito coi volti di Ken Shiro, Yoda e Max Pezzali… E poi, naturalmente, c’è lui: l’Armadillo. Coscienza morale e disturbo nervoso, a cui Valerio Mastandrea torna a prestare la voce da Pasquino post- moderno. A un certo punto guarda Zero e gli dice:
Sei il rabdomante del disagio.
È l’autoritratto di un autore consapevolmente fragile.
Pijate sti’ du spicci d’emozione

Prospettiva da backstage del colossale selfie collettivo da cui siamo partiti.
Zerocalcare viene mandato davanti alle transenne come si fa in questi eventi: alle spalle, l’oceanica presenza del pubblico. Ma chi è lì vicino, da una prospettiva laterale, coglie qualcosa oltre la foto ufficiale: l’esitazione, un secondo prima del momento mediaticamente magico.
Quell’esitazione è Michele Rech. Non il fenomeno: l’autore. Quello è lo storyteller che ha il coraggio di stare dentro le cose, con le sue convinzioni e con le sue debolezze. Quella faccia è la stessa con cui Zero si disegna quando è alle prese con una scelta difficile.
È la stessa che riconosci nello specchio, se ti sei ritrovato nei suoi personaggi, se hai riso e ti sei commosso davanti alle sue vignette o alle sue storie animate. Sono gli occhi di chi alla fiaba mediatica del Circo Massimo ci è arrivato raccontando storie in cui ci siamo dentro tutti, tutti noi, fragili, spaventati, “buffi coi’ buffi”.
Due Spicci
Data di uscita: 27 maggio 2026
Numero di episodi: 8
Creata, scritta e diretta da: Zerocalcare
Prodotta da: Movimenti Production, parte di Banijay Kids & Family, in collaborazione con BAO Publishing
Cast: Zerocalcare, Valerio Mastandrea






