Paolo Di Orazio è fumettista, scrittore a batterista.
Classe 1966, si è specializzato nei fumetti e nella narrativa nel genere horror e splatterpunk e nel 1988 è alla guida della rivista Splatter, contenitore dalle tinte forti di futuri talenti della nona arte italiana.
Lo abbiamo contattato per chiedergli di stilare, per questa puntata di Essential 11, un elenco di 11 fumetti realizzati da Bernie Wrightson, in memoria dell’artista scomparso lo scorso 18 marzo.

Parlando dell’area che più m’arde vicino, il fumetto horror degli anni Settanta, o della Silver Age se preferite, Wrightson ha rappresentato comunque un linguaggio e un’estetica assolutamente unici, esemplari di un’era ben precisa in cui le maestranze hanno proposto meravigliose opere del loro apice, mai più superato, in una cintura spaziale tra la Pop Art pura (nella deriva lisergica di Ditko, Steranko, e dell’immenso Tom Sutton – e nella deriva techno di Kirby e Gil Kane) e il naive italiano di Giorgio Montorio e Carlo Peroni, meno muscolari tra il pittorico e il grottesco ma egualmente plastici e dai contrappesi bianco e nero marcatamente dark e perfettamente in linea con l’invasione horror di quei favolosi anni (1969-1975).
Difficile – almeno per me – non inserirlo anche in una sorta di ideale meta-scala evolutiva da Mike Ploog a Neal Adams e Alfredo Alcala, Fred Carrillo, Val Mayerik, senza metterlo in cima, nel mezzo o in fondo (e non escluderei Will Eisner, maestro di Ploog) perché sarebbe chiedermi troppo, visto il calibro dei sopracitati, vieppiù intoccabili.
Dai suoi classici tagli di luce, ai contorni quasi bruciati (simili ad alcune sovraesposizioni di Gene Colan), fino ai maniacali tratteggi di Frankestein (ritrovabili nella mano divina di Reed Crandall), Berni (che volle firmarsi così per distinguersi dal Bernie Wrightson campione di nuoto ma da cui sembra aver cannibalizzato i muscoli) ha raccontato dal 1969 il suo horror diventandone l’icona, così come Kirby ha fatto col suo fantasy postolkieniano, regalandoci maestosi freaks e impressionanti metamorfosi, le struggenti matite di Spuds, un Batman al limite dell’impossibile e un mostro di Frankenstein rinato. E, diciamolo, una epica copertina di Meat Loaf per l’album Dead Ringer (1981).
Nella mia seguente lista troverete non solo cose da leggere in cartaceo, ma anche da esplorare semplicemente online (ovvero da annotare in attesa di iniziative editoriali cartacee sul nostro territorio).
Avvertenze per l’uso: 1) Questa non è una classifica in ordine di importanza. 2) Non si prefigge completezza. 3) Bernie Wrightson non è grande ora. 4) Lo è sempre stato.
THE HOUSE OF MISTERY

Ammirate, sì, la magnifica potenza illustrativa dell’intera collezione (catalogata con tutti i credits), ma soffermiamoci al contributo di Wrightson per alcune delle più belle copertine (dal giugno 1970 in poi, in generale, diventano più sinistre), e avremo la formula base del miglior horror a fumetti del mondo. Le illustrazioni di Bernie svettano con quel prodigioso simil-acquaforte style tendente al grottesco che stila il dogma grafico sotto cui si muove una setta di autori fuoriserie (Neal Adams, Louis Dominiguez, Ernie Chan, Mikael Kaluta, Nick Cardy, Alfredo Alcala) a rendere queste (e altre) serie (horror) DC un mondo visivo molto omogeneo e caratteristico, rispetto all’horror-pop della Marvel (più leggibile – se vogliamo – ma molto meno sulfureo e infernale). Nel dogma wrightsoniano, risalta quella necessaria atmosfera dell’immagine horror per eccellenza con molte ombre e poche luci, quasi fossimo in ogni scena, in ogni sequenza, anche all’aperto, dentro un castello maledetto, di notte, con due finestre e una candela smunta mentre fuori piove e i lampi ritagliano di tre quarti i personaggi che emergono dall’incubo per raccontarci la loro storia sottovoce, anche quando urlano o si slanciano contorti nel dolore. Queste copertine tracciano la formula cosmica di Bernie-Einstein della relatività tra volume e azione, orrore e carne, morte e dinamismo. Solo chi sa leggere la bellezza di queste copertine può non sorridere a chi indica l’illustrazione horror (a codesti livelli) come una forma d’arte trascendentale. Sarò di parte, troppo vecchio e nostalgico, ma alcune opere di Wrightson mi riconducono a Gustave Dorè e Caravaggio. Così ho parlato.
CAPTAIN STERNN

Immaginando una guerra fredda concettuale anglo-francese di muscoli e humour post-pop tra Wrightson, Moebius e Caza, con Tanino Liberatore a catturare i superstiti col suo cyber-splatter avant-pop humour.
BATMAN: LA SETTA

Questo per dire che alcuni disegnatori come Adams, e Wrightson, appunto, hanno portato a mio avviso il loro senso deformante della realtà secondo una sintesi titanica, sia dell’uomo, sia del mostruoso insieme.
Batman non è un mostro, eppure la sua fisicità, la disciplina tecnica delle ipermasse plastiche, Wrightson le ha indossate alla perfezione ereditando non per caso l’uomo pipistrello di Adams a pieno titolo.
Batman – La Setta (possiedo l’edizione Play Press del 1997) consta di 180 pagine di violenza e sangue, una storia che Jim Starlin ha scritto come allegoria del pensiero castrante americano contro i fumetti, chiamando il solo artista che potesse dipingere un’odissea nera di micidiale impatto per gli anni Novanta invertendo (quasi) completamente la rotta del Comics Code Authority per sempre, alla faccia del continuo rigurgito perbenista contro la violenza nell’arte sequenziale.
Wrightson conduce il gioco realizzando un montaggio all’insegna dello storytelling perfetto fatto di simmetrie e scomposizioni spettacolari della tavola. Per quanto riguarda la resa di Batman, assicuro a chi non ha letto questa storia (ma credo siano pochi) che potrà sentire la consistenza dei suoi muscoli, la tensione e l’aderenza del costume sulla sua carne possibile come forse l’ho sentita io anche se qui siamo lontani dalla Horror Silver Age. Proprio perché Wrightson, come detto nella mia intro, è sempre stato grande anche al di fuori delle mie tematiche preferite.
HULK E LA COSA

Niente horror, stavolta (neanche con Batman, dopotutto), bensì una sorta di Men In Black (quello filmico) al contrario, dieci anni prima. Non mi interessa soppesare trama e sceneggiatura perché qui si parla di Wrightson, quindi la commistione tra supereroi classici e mostri alieni grotteschi è visivamente molto riuscita e merita comunque lo spazio (pochi titanici millimetri) nella vostra fumettoteca privata. Hulk, qui tenero e simpatico, ricorda a tratti quello di Herb Trimpe, mentre le espressioni de La Cosa vanno a vantaggio della storica vis comica, abbandonando l’impronta decadente del suo amaro esistenzialismo. Stranamente, i momenti massive-action sono disattesi, ovverossia ridotti al minimo. Nonostante ciò, Wrightson non ci risparmia le sue tipiche volumetrie e iperanatomie, inserendo nella storia un buffo e fetente alieno faccia-di-vagina. Chissà, forse ancora una sfida di coppia all’ottusità perbenista.
BERNIE WRIGHTSON’S FRANKENSTEIN / THE LOST FRANKENSTEIN’S PAGE

Ci penserà Bernie Wrightson ad annullare qualunque controversia, interpretando con eleganza mistica il romanzo che ha modificato per sempre il corso della letteratura gotico-sovrannaturale, quasi per arrivare dritto nelle chine di Wrightson dopo più di un secolo e mezzo, spingendolo a portare la propria cifra fumettistica all’estremo confine con l’incisione preservando comunque la personale, oscura spettacolarità che lo ha reso celebre nella Silver Age.
Anticipando il sublime Frankenstein vive, vive!, altro capolavoro-ultimate sulla Creatura, viene delineata già la conformazione visiva del mostro a venire, distaccandolo dalla tipologia cinematografica. Niente naso, niente cuciture, sguardo vivo, corpo e muscoli degni di Conan il barbaro. La resa grafica è glaciale, decadente, pura, elettrica. La sequenza delle illustrazioni, slegata dalla parte testuale, racconta tutto il romanzo in uno straordinario film muto. A questo link, l’opera completa (non il romanzo).
THE EDGAR ALLAN POE PORTFOLIO 1976

C’è poco da dire: Il pozzo e il pendolo, I delitti della Rue Morgue, Il cuore rivelatore, Il gatto nero, La sepoltura prematura, La maschera della morte rossa, Il barile di Amontillado, La discesa nel Maelmstrom sono un completo e viscerale bagno nell’incubo, e aggiungono molto ad alcune riduzioni a fumetti degli anni precedenti su Creepy (serie Zio Tibia, Oscar Mondadori 1969-’71) firmate dai migliori autori della leggendaria testata. Prego, accomodatevi, lo spettacolo è breve ma indimenticabile. Cliccate qui.
BATMAN ALIENS

Wrightson è chiamato a una sequenza di punta altamente spettacolare e ci consegna tra le fauci di uno xenomorfo incrociato con un alligatore, quasi ad assemblare un moderno, indimenticabile Cthulhu. Poteva riuscirci solo lui, non credete?
FREAK SHOW

DOC MACABRE

SPUD – THE NIGHT TERRORS N.1

L’albo risale al 2000 e contiene Spud, (troppo) breve (ma perfetta) storia di otto tavole, a matita. Un racconto fatto di silenzi, di super-inquadrature monolitiche. Una storia horror – anche i testi sono di Wrightson – che sembra uno storyboard per un film a due David, Cronenberg & Lynch. L’editoriale dell’albo è condiviso tra Bernie e lo sceneggiatore Joe Monks (il quale firma altri due racconti liberi non disegnati da Bernie), e la colonna di Wrightson è amarissima.
Parla di come gli anni precedenti lo abbiano demotivato e depresso, a lavorare su personaggi industriali per farsi dire cosa gli altri vogliono (probabilmente fa riferimento ai vari mash up mostruosi, tra Marvel e DC, e mi permetto di dire che Hooky e Hulk e La Cosa sono due operazioni davvero ardue da comprendere, ma non per complessità tecnica o narrativa della sceneggiatura). Premesso ciò, Bernie fa trapelare, in quelle righe, di aver pensato spesso di mollare il fumetto e non esserci riuscito, poi, troppo potente il desiderio di raccontare e disegnare per se stesso
… to fulfill my needs and desires.
Quando mi trovai a San Diego, al Comicon, nel 2001, mi avvicinai a uno stand molto spoglio che reggeva un pugno di albetti, ma cinque o sei, nulla più, tra cui il Night Of Terrors di cui sto parlando. Dietro questo tavolaccio da due metri, un signore con gli occhiali e una semplice t-shirt, seduto da solo a guardare il passaggio. Sembrava un po’ dimesso e stanco. Adocchiai l’albo (comic book, 16 pagg + copertina) e vidi che dentro c’era appunto una breve ma incredibile storia horror (slegata dall’immagine di copertina) tutta a firma Bernie Wrightson, quindi lo comprai. Dato che all’epoca ancora non ero un bravo smanettone del web, all’uomo a cui consegnavo i soldi chiesi se per caso il signor Wrightson si sarebbe fatto vivo, durante la fiera. Lui mi disse: «Bernie Wrightson is me». Una delle mie titaniche figure di merda. Naturalmente non c’erano ancora gli smartphone, non possiedo quindi un selfie per testimoniare l’incontro e la stretta di mano, ed ero anche solo, in quel momento. Chi ha fede, feda in me.
FRANKENSTEIN VIVE, VIVE!

Posso dire senza timore che, anzi, in questa miniserie pubblicata dalla Italy Comics in tre numeri tra il 2012 e il 2014 (ottimo l’editoriale del numero 2 in cui si pregano i lettori di avere molta pazienza per la cadenza dilatatissima di uscita, in accordo coi tempi di produzione del Maestro – il quale aveva già superato la sessantina), la rappresentazione grafica del mostro diventa un apparato letterario di sublime poesia – anche se togliessimo il testo pure qui. Il disegno (di pari livello la meravigliosa sceneggiatura di Steve Niles) abbandona quella furia dinamica tanto cara alla giovinezza di Bernie e finalmente si posa in una composizione sequenziale rallentata e sospesa, praticamente, finalmente scultorea – apice, quindi, di una ricerca maniacale della volumetria.
La stampa a colori delle mezzetinte non occulta il lavoro minuzioso dei tratteggi e delle pennellate, cosicché le masse dure, i tessuti, le squame, le scaglie, i drappeggi, le rughe e ogni piega della pelle, i riflessi ci portano in un super-film la cui storia emerge e si libera dal genere modellando uno spettacolo immenso, immobile, senza tempo, negli innumerevoli luoghi di ogni livello spaziale ricavato in ciascuno degli ambienti ritratti, aperti o chiusi. Non c’è angolo degli interni o dei paesaggi o piega degli abiti che l’occhio non colga senza perdersi. Alla faccia dell’iperrealismo. In altre parole: ogni vignetta è un quadro da rimirare ore, e forse questa sensazione di infinito, un vento placido e instancabile che soffia dagli sconfinati paesaggi attraverso il cuore del mostro, è la partitura della vita e della morte che assieme muovono l’esistenza emotiva e fisica della creatura (e, ontologicamente, dell’uomo). Il co-protagonista, il buon Simon Ingles che adotta (la creatura di) Frankenstein, somiglia molto ad un Uncle Creepy non-zombie ma, in questa storia, l’unico grande assente è giustappunto il grottesco, che ci saluta per sempre dal Big Bang della Silver Age: saggiamente, Wrightson se ne separa senza timore dando un volto personale alla creatura senza tradire l’iconografia cinematografica che tutti riconduciamo alla versione Karloff.
Nessun compiacimento horror, nessun corteggiamento splatter (siamo in piena invasione Walking Dead), la griglia delle tavole è molto razionale e non c’è nessuna dannata inquadratura obliqua horror – che i docenti nelle scuole di fumetto e gli editor dovrebbero proibire con la violenza psicofisica.
I fortunati che ancora non hanno goduto di questa elevatissima prova d’autore a fumetti, comunque, li punisco rivelando che Wrightson ha dato al mostro di Frankenstein una lunga capigliatura nera e fluente (un po’ ricorda Simon Garth) che fa molto dark fine secolo, quindi perfetta, ed elimina suture e cicatrici, nonché i bulloni-elettrodi dal collo e, non contento, la calotta cranica squadrata e inchiodata. Questo aspetto non tradisce minimamente la maschera storica, le conferisce nuova vita, ora più profonda e moderna, non più robotica, e la struttura osteomuscolare è magnificamente titanica e irradiante nel suo esistere per essere ammirata e amata come prodigio para-umano. Addirittura, in una sequenza, la Creatura si rivela con i capelli cortissimi e chiari. Una rinascita dalla e nella paura.
Ho fatto cenno alla importante assenza di ironia, ma c’è una firma che mi preme evidenziare, prima di concludere e ringraziarvi.
Nel n.2 della miniserie, Bernie – che il tuo genio brilli per sempre – ci spara dritti al cuore, lui personalmente, con un dettaglio molto Creepy dei suoi tempi: in una delle più belle splash page della storia del fumetto, la creatura ci guarda per un attimo (per sempre) mentre il suo pensiero in didascalia racconta altro. Wrightson spacca così la dimensione del racconto per coinvolgerci in uno scarto d’improvvisazione registica, come da un making of, un anarchico dietro le quinte subliminale prendendo il sopravvento sul flusso della storia.
Un colpo basso improvviso, un enigma che – non ho dubbi – funge da ironico autoscatto di Bernie e di tutta quella sua umanità che ha donato al mostro (a tutti i suoi mostri) per parlare a noi e non al lettore. In quello sguardo, in quel frame emotivo, ebbene, se un disegnatore riesce a riassumere quel che il personaggio (horror, tra l’altro) dice e non dice, allora sì. Se non la si chiama arte, togliamoci rapidamente dai piedi, zitti e muti.
Con quello sguardo, Bernie, non temere: noi non siamo qui per dimenticarti, ma per continuare a indagare tra le pieghe di ogni tua paradisiaca cesellatura.
Grazie di tutto, e fai buon viaggio fra gli eterni!








