
In un insolito, almeno per Diabolik, formato bonelliano, Castelli opera sul soggetto originale con profondo rispetto, rimanendo fedele a quella storia pur con qualche licenza più o meno importante, approfittando dello spazio a disposizione non solo per ammodernare dialoghi e ambientazioni, ma anche per dilungarsi sui passaggi meno chiari della sceneggiatura originale.
La trama è talmente classica che è quasi imbarazzante parlarne, siamo di fronte ad una pietra miliare del fumetto italiano: tralasciando le piccole semplificazioni ed incongruenze, sulle quali lo stesso Castelli si sofferma in un interessante “Dietro le quinte”, e quell’aria un poco ingenua di certi fumetti tanto vecchi riletti oggi, Il re del terrore mantiene intatta una sua cruda forza, la forza di un personaggio mai tanto “noir” quanto nel suo esordio. Il Diabolik che vediamo ha infatto poco o niente del lato romantico e per certi versi idealista che emergerà nel tempo, grazie soprattutto alla sua compagna Eva Kant, qui ancora da venire: è un personaggio spietato, crudele, capace di uccidere, plagiare ed ingannare chiunque pur di raggiungere il suo obbiettivo.
Per impossessarsi di sette preziosi pugnali appartenenti al ricco nobile Garion, non esita infatti a ucciderlo e prenderne le sembianze, farne impazzire la moglie, far credere al figlio di essere l’assassino della vecchia zia, e uccidere tutti coloro che intralciano i suoi complessi, dettagliati e quasi perfetti piani, che solo l’ispettore Ginko sembra capace di intuire e contrastare efficacemente. Una partita a scacchi tra coloro che diventeranno nemici giurati e avversari fenomenali, nemesi l’uno dell’altro.
Castelli è una “vecchia volpe” del fumetto, e la sua versione scorre via con abilità, mantenendo vivo l’interesse del lettore ed il pathos. Meglio ancora se non si ricordano i risvolti della trama, anche se le novità sono sufficenti per incuriosire anche i lettori dalla memoria più lunga. Un paragone comunque tra l’originale ed il remake risulta essere un esercizio sterile e difficilmente proponibile. I disegni di Palumbo sono di buona atmosfera, e sanno alternare azione e dramma con la consueta bravura, omaggiando nel finale la scena più efficace dell’albo originale, lo sguardo spietato e terrorizzante di un Diabolik nascosto dentro uno spaventapasseri.
In conclusione, un ottimo omaggio ad una vera e propria icona della cultura popolare italiana, un personaggio “sempreverde” che non ci stupiremmo di vedere, in questo periodo di attenzione del cinema verso il fumetto, protagonista di una trasposizione in video: le potenzialità del personaggio sono, senza bisogno di controprove, moltissime.








