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Interviste

Dietro le quinte de “Il Commissario Ricciardi”

Scopriamo la serie del Commissario Ricciardi, primo personaggio Bonelli non creato dall'editore, con Claudio Falco e Alessandro Nespolino.

Dietro le quinte de "Il Commissario Ricciardi"Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi è il primo personaggio nato dalla penna dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni. Membro della squadra mobile della Regia Polizia, Ricciardi si muove nella Napoli fascista degli anni ’30, accompagnato da vari comprimari e soprattutto da “il Fatto”, la capacità di poter percepire le ultime parole e sensazioni delle vittime di morte violenta attraverso la visione del fantasma del defunto sul luogo del decesso.
Personaggio principale di molti romanzi e racconti, il commissario diventa adesso protagonista di una serie a fumetti prodotta dalla . Maurizio De Giovanni ha coordinato un gruppo di autori accomunati dalla loro  origine partenopea, che daranno vita a quattro albi quadrimestrali a colori nei quali saranno raccontati gli eventi vissuti da Ricciardi nel 1931, le cosiddette stagioni del commissario che De Giovanni ha raccolto nei primi quattro romanzi da lui scritti.
Sono stati coinvolti nel progetto come sceneggiatori , Sergio Brancato e Paolo Terracciano. Il primo ha firmato vari episodi di
Dampyr, mentre gli altri due da anni fanno parte della squadra che scrive la fiction televisiva Un posto al sole per Rai3.  I disegni sono stati affidati a quattro artisti come Daniele Bigliardo –  che ha anche realizzato gli studi preparatori dei personaggi e firma le copertine della serie -, Lucilla Stellato, e Luigi Siniscalchi. I colori sono stati affidati alla Scuola Italiana di Comix di Napoli, con una squadra di coloristi composta da Ylenia Di Napoli, Mariastella Granata, Francesca Carotenuto e Marco Matrone, coordinata da Mario Punzo e Giuseppe Boccia.
Noi abbiamo intervistato Claudio Falco e Alessandro Nespolino, per scoprire qualcosa di più sulla serie che farà il suo debutto ufficiale nell’autunno 2017, anticipata da un numero zero presentato in occasione del Napoli Comicon 2017.

Ciao Claudio e ciao Alessandro, un benvenuto a entrambi su Lo Spazio Bianco.
L’ambientazione nella Napoli anni Trenta, in pieno periodo fascista, è alquanto inedita per il fumetto di casa Bonelli. Come vi siete documentati per renderla narrativamente e visivamente e quali potenzialità ha tale ambientazione?
Claudio Falco (CF)
: Parto dalla fine: la Napoli degli anni ’30 è una scenografia FORMIDABILE. I vicoli e i bassi del centro storico da un lato e i palazzi della nobiltà e dell’alta borghesia dall’altro creano un contrasto drammatico estremamente funzionale alla narrazione. La documentazione, come puoi facilmente immaginare, ha richiesto un lavoro enorme. Dagli anni ’30 a oggi la città, è cambiata molto (si pensi solo alle distruzioni provocate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e all’espansione urbana degli anni ’50 e ’60). Per fortuna le fonti iconografiche non mancano.
Alessandro Nespolino (AN): La potenzialità di un’ambientazione anni ’30, come sempre avviene per le serie storiche, sta nel riuscire a far calare il lettore in un mondo differente e lontano da quello che vive tutti i giorni. Questo elemento obbliga chi disegna, ma anche chi scrive la storia e la sceneggiatura, a doversi documentare in modo molto attento, sia per quanto riguarda le ambientazioni, ma anche per tutto ciò che concerne la vita di tutti i giorni: dall’abbigliamento all’arredamento, dai mezzi di locomozione agli oggetti del vivere quotidiano. La maggior parte della ricerca di documentazione è avvenuta tramite la rete, grazie a siti come Napoli retrò, o grazie al libro Una domenica con il Commissario Ricciardi – sempre di Maurizio De Giovanni – dove ci sono molte foto di Napoli dell’epoca fascista. Altri siti di materiale vintage e storico, o libri di foto, sono serviti per tutto il resto.

Il team creativo coinvolto nella realizzazione della serie – sia sceneggiatori che disegnatori e coloristi – è interamente campano e il progetto di fatto nasce in collaborazione con la Scuola Italiana di Comix napoletana. Credete che questa comunanza nelle origini sia con Maurizio De Giovanni che con il protagonista dei romanzi possa favorirvi nel descrivere una Napoli più vera, inedita e non troppo stereotipata, seppur lontana quasi un secolo?
CF:
Non che raccontare o disegnare Napoli sia una “esclusiva” dei napoletani, ci mancherebbe altro, ma credo che l’idea di Maurizio de Giovanni di un gruppo di lavoro tutto campano sia nata proprio dalla volontà che l’adattamento a fumetti dei suoi romanzi ne mantenesse la forza originaria (ambienti, facce, uso della lingua, in una parola una “personalità” profondamente napoletana). In questo, spero, i cromosomi aiutano. Però, non dimenticherei il ruolo fondamentale di due “nordici”: il nostro editor Luca Crovi, un profondo conoscitore dei romanzi di Maurizio, e il Direttore Editoriale Michele Masiero che ci ha dato e ci dà un discreto ma nello stesso tempo grandissimo sostegno.
AN: Da quando faccio questo mestiere mi è capitato di disegnare varie ambientazioni ed epoche storiche, e negli ultimi anni mi sono trovato spesso a realizzare, sia per la Sergio Bonelli che per la casa editrice francese Soleil, storie ambientate alla fine del 1800, dalla Cina di Shangai Devil alle praterie di Tex, passando per la Londra vittoriana di Sherlock Holmes. La ricostruzione storica l’avevo quindi già affrontata, ma è innegabile che disegnare la propria città natale (anche se di quasi un secolo fa), ti dà un’emozione del tutto diversa. Napoli è una città ricca di bellezza e di contraddizioni e anche certi elementi “stereotipati”, se affrontati con amore e rispetto, non fanno che accrescerne il fascino. E al di là dell’ambientazione, l’altro elemento che amo disegnare di quell’epoca sono i personaggi di contorno delle storie. I passanti, i bambini, le donne e gli uomini del popolo. Le cosiddette “persone normali”, con le loro contraddizioni e la loro energia vitale.

Oltre a essere sceneggiatori, gli scrittori coinvolti nel progetto svolgono ruoli alquanto differenti nella loro vita professionale: Sergio Brancato è docente universitario e studioso dei media, Paolo Terracciano è sceneggiatore della soap opera Un posto al sole e tu, Claudio, sei un medico specialista di ematologia presso l’ospedale Cardarelli. In che modo ritenete che il vostro variegato background possa esservi di aiuto nella collaborazione alle sceneggiature?
CF:
È vero, abbiamo percorsi (e anche personalità) molto diversi, ma questo, non so dirti come o perché, non è stato un ostacolo, anzi. Sin dalla prima riunione, pur venendo da pianeti distanti tra loro, ci siamo resi conto che avevamo ben chiaro dove volevamo arrivare. Questo ci ha permesso di elaborare piuttosto rapidamente un’idea comune del percorso da seguire.  Poi, ovviamente, ognuno ha affrontato la fase di sceneggiatura con la sua sensibilità.

Dietro le quinte de "Il Commissario Ricciardi"

Alessandro, ci racconti un po’ la genesi grafica dei personaggi e di Ricciardi in particolare? Sono state usate le descrizioni presenti nei romanzi, De Giovanni vi ha dato direttive precise e quanto sono stati importanti gli studi preliminari della serie?
AN:
Di Ricciardi c’è qualche elemento descrittivo nei romanzi, ma non una vera e propria descrizione, e il riferimento che De Giovanni ci ha dato è stato quello di un giovane Andy Garcia. A occuparsi della creazione grafica di un po’ tutti i personaggi della serie è stato Daniele Bigliardo (disegnatore del primo numero e delle copertine). De Giovanni ha ovviamente dato delle indicazioni ed è stato decisivo il suo ok finale. Come sempre succede con i personaggi Bonelli però, le indicazioni e i riferimenti ad un attore servono fondamentalmente per iniziare a visualizzare il personaggio, ma poi è importante che questi viva di vita propria perché il disegnatore se ne impossessi e sulle pagine del fumetto non ci sia più l’attore, ma il personaggio in questione. In poche parole, il nostro protagonista è Ricciardi, non più Andy Garcia. E questo discorso vale ovviamente anche per tutti gli altri personaggi della serie.
Come per tutte le serie nuove, avere a disposizione gli studi dei personaggi è fondamentale per far sì che i disegnatori abbiano il tempo di “assimilarli” e riprodurli nelle proprie storie in modo riconoscibile per il lettore.

Quali sono state le difficoltà maggiori nel trasporre i romanzi di Maurizio De Giovanni in fumetti?
CF:
Per me di sicuro i dialoghi. Sono uno dei punti di forza dei romanzi ma, ovviamente, non era possibile trasporli “sic et simpliciter” – a Napoli diremmo “paro paro” – nella sceneggiatura. Ecco, conservarne la potenza drammatica, non tradirli, ma dare loro il ritmo, i “tempi” giusti per un fumetto, è stato senz’altro il lavoro più impegnativo.
AN: Per quanto riguarda il disegno, le difficoltà maggiori sono state sicuramente date dalla ricostruzione storica. Uno degli aspetti fondamentali dei romanzi di Ricciardi, è proprio la capacità dell’autore di descrivere la città, con i suoi palazzi, i suoi monumenti, le sue strade, la sua popolazione. E l’obiettivo che ci siamo posti con questa serie è stato appunto quello di provare a riproporre “visivamente” tutti questi aspetti.

Quanto sarete fedeli ai romanzi e quanto invece ritenete giusto aggiungere del vostro rispetto alle opere originali?
CF:
Abbiamo cercato di rimanere fedeli all’originale il più possibile. Perché le storie funzionano benissimo così come sono, perché ci sembra giusto che i lettori dei romanzi ne ritrovino l’essenza negli albi, e perché chi si avvicinerà al mondo di Ricciardi attraverso gli albi lo conosca così come Maurizio lo ha pensato. Però dovevamo trasformare i romanzi in fumetti, anzi in FUMETTI BONELLI. E in questo ci abbiamo messo del nostro.

Sfogliando l’albo dato in omaggio alla presentazione della serie, avvenuta lo scorso 7 aprile a Napoli, colpisce come le tavole, almeno le poche lì presenti, si allontanino molto dalla classica e canonica “estetica” bonelliana, soprattutto nella quasi totale scomparsa della tipica griglia narrativa e grafica che di fatto è stata, fino ai tempi più recenti, un forte valore identitario per i progetti della casa editrice.
Da dove è derivata questa scelta che ha sì un riscontro grafico, ma porta anche ricadute narrative?
AN:
Non è la prima volta che serie della casa editrice abbiano proposto cambi di impostazione nell’estetica della gabbia. Nella maggior parte dei casi è avvenuto per quelle più moderne, da quelle fantascientifiche di Nathan Never e Orfani, passando per il fantasy di Dragonero. Qualche tentativo è stato fatto anche da Gianfranco Manfredi (a cui sono legato per una lunga collaborazione), su serie come Magico Vento, Shangai Devil e Adam Wild. La caratteristica principale di Ricciardi però, è che ci siamo prefissati di mantenere sempre un’impostazione libera, senza il rigore delle tre strisce uguali e potendo disegnare, là dove ritenevamo fosse più opportuno, vignette a piena pagina. Quella del commissario Ricciardi non è di certo una serie d’azione (come nella più classica tradizione bonelliana), è un noir con qualche tinta horror, e trova, nell’interpretazione “libera” della sua gabbia, un tentativo di “movimentare” il linguaggio della tavola. In ogni caso, al di là di tutte le trovate che si possono sperimentare, bisogna sempre lavorare nell’ottica della chiarezza del racconto. Il lettore deve rimanere affascinato dalla grafica della pagina, ma non deve mai avere dei dubbi su ciò che accade. E per quanto mi riguarda, è quello che cerco da sempre di fare quando disegno una tavola a fumetti.

Dietro le quinte de "Il Commissario Ricciardi"

La serie avrà cadenza quadrimestrale e sarà interamente a colori. A cosa sono legate queste scelte editoriali?
CF:
I primi quattro romanzi con protagonista Ricciardi si sviluppano nell’arco di un anno, il 1931, seguendo il ritmo delle quattro stagioni. Gli albi faranno lo stesso, in più ciascuno avrà un colore di fondo legato alla stagione nella quale la storia si svolge. Tutto qua.

Per il momento SBE ha annunciato la trasposizione in fumetto dei primi quattro romanzi dedicati a Ricciardi da De Giovanni, cioè le “stagioni” del commissario. Visto che a oggi, tra romanzi e racconti, De Giovanni ha scritto molte storie con protagonista questo personaggio, c’è l’intenzione di proseguire la serie, finché il pubblico reagirà positivamente, adattando anche le altre storie?
CF:
Noi tutti, chiaramente, speriamo che la serie abbia successo e possa proseguire dopo i primi quattro albi. Quello che posso dirti al momento è che nel 2018 ci sarà un Ricciardi Magazine che conterrà quattro storie brevi tratte da altrettanti racconti.

Avete discusso con De Giovanni, la casa editrice e tra voi di una possibilità futura, sempre stante il successo dell’iniziativa, di creare storie ex novo di Ricciardi apposta per le sue avventure a fumetti?
CF:
No, di questo non abbiamo parlato. Prima, eventualmente, ci sono gli altri romanzi. È già un bel po’ di lavoro, non ti pare?

Il personaggio creato da Maurizio De Giovanni non è nuovo alle pagine del fumetto: ricordo un adattamento di alcuni anni fa uscito per Cagliostro Press e il più recente albo targato Star Comics. Per spirito documentaristico, avete visionato questo materiale e in che cosa pensate di differenziarvi rispetto a quella versione?
CF:
Io ho letto entrambi quando sono stati pubblicati (quindi ben prima che la Bonelli avviasse il progetto), perché sono un appassionato “storico” di Ricciardi e perché conosco e apprezzo Alessandro Di Virgilio, che ha sceneggiato entrambi gli albi. Credo che si tratti di prodotti estremamente diversi tra loro e che la cifra stilistica degli albi targati Bonelli sia, per sua natura, unica.
AN: Onestamente non ho mai visto nulla di queste pubblicazioni. Sapevo del tentativo della Star Comics, ma ignoravo quello di Cagliostro Press. Per quanto abbia grande rispetto per entrambe le pubblicazioni, credo che la differenza con il nostro Ricciardi stia nelle forze messe in campo; dalla casa editrice, che è un marchio di garanzia, allo staff di professionisti coinvolti nel progetto.

Secondo il tuo punto di vista, che cosa rappresenta per la SBE un passaggio del genere – cioè una serie incentrata su un personaggio nato in un altro contesto letterario e da adattare al fumetto – ,assolutamente inedito per la casa editrice che fino a oggi aveva sempre lavorato su personaggi originali?
CF:
Domanda da un milione di dollari! Che cosa rappresenti lo dirà solo il tempo. Io spero (e lo dico da accanito lettore bonelliano fin da quando avevo sei anni) che sia un punto di partenza in grado di dare al fumetto italiano una prospettiva nuova. Inutile dirti che sono davvero felice di essere stato coinvolto in questa bellissima avventura.
AN: La serie di Ricciardi rappresenta un tentativo da parte della Bonelli di ampliare la sua capacità di raccontare e di proporsi al pubblico. Le novità di Ricciardi a fumetti sono tante, dal suo non essere un personaggio nato in casa editrice, alla struttura narrativa delle tavole. Dalla possibilità di essere acquistato nel formato più “lussuoso” da libreria a quello classico da edicola. E poi ci sono i lettori. Ricciardi è un fumetto che può essere letto dal classico lettore di fumetti, all’appassionato dei romanzi di De Giovanni. Una parte dei potenziali lettori di Ricciardi a fumetti potrebbero essere appunto i lettori dei romanzi, che non hanno mai letto un fumetto, o che lo hanno letto in passato, e che ignorano che dietro quelle nuvole parlanti c’è un mondo fatto di editor, disegnatori, sceneggiatori e redattori, che continuano a lavorare, a sognare e a credere nella forza e nella potenzialità del racconto a fumetti.

Intervista realizzata via mail nel mese di aprile 2017

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