Un’adozione, una famiglia: intervista ad Andrea Ferraris

Un’adozione, una famiglia: intervista ad Andrea Ferraris
Due chiacchiere con un grande fumettista, ma anche a un grande padre che racconta in un graphic novel la nascita della sua famiglia.

Quanto è difficile adottare? Io lo so solo dalle parole degli amici che hanno affrontato il percorso: per trovare una sintesi imperfetta, in due parole, lungo ed estenuante. Per il risultato, di questo percorso, non sempre, ma spesso, ne basta una: amore. Lo racconta bene nel suo ultimo lavoro come autore indipendente: Una zanzara nell’orecchio, la storia del viaggio, interiore oltre che fisico, che lui e sua moglie Daniela hanno intrapreso per arrivare ad adottare la piccola Sarvari (con l’accento sulla i). 

Andrea ci porta in India fra le pagine di un libro realizzato tutto ex-post perché quando Sarvari stava male (“il dolore per lei era così grande che ci assorbiva completamente”) non riusciva che a concentrarsi su di lei. Genitori, del resto, si diventa in un attimo. Dopo tanti anni però, è riuscito a colorare – giocando tantissimo con i disegni – le infinite emozioni che si possono provare in situazioni come questa, facendole arrivare in modo lieve e potente direttamente al cuore e allo stomaco. Lo abbiamo intervistato partendo proprio da qui.

Partiamo dalla storia della zanzara… è un susseguirsi di emozioni. Secondo te ci sono emozioni che le parole spiegano peggio di un disegno? Esattamente come può fare un abbraccio al posto del linguaggio?
Bella metafora. Diciamo che sarebbe bello riuscire a far arrivare ogni storia al lettore come un abbraccio. In questo caso, si tratta di una storia personale, un evento particolarissimo della mia vita e quindi ho davvero sperato di riuscire a far passare quelle emozioni, di arrivare a far sentire quell’“abbraccio”. Ma in tutti i miei racconti, da Churubusco a La Lingua del diavolo, ho tentato di avere quello stesso approccio, cercando di arrivare al cuore del lettore. Ci sarò riuscito? Alla fine di ogni libro il dubbio resta sempre.

Tua figlia è intervenuta in qualche modo nella stesura?
È intervenuta, eccome. Intanto, all’inizio, dicendo che non aveva piacere che questa storia venisse raccontata. Abbiamo perciò abbandonato l’idea, ce ne siamo dimenticati per anni. Mi sono concentrato su altre cose. D’altra parte, il suo consenso era fondamentale per poterci lavorare. È stata lei che a un certo punto ci ha chiesto che fine avesse fatto il progetto della sua adozione. Aveva 16 anni. Abbiamo letteralmente riaperto il cassetto dei ritagli, delle fotografie e abbiamo cominciato a ricordare, a ridere, a scrivere.

Quale bagaglio leggero porteresti oggi, col senno di poi, in un viaggio così?
Riporterei tutto, anzi, a pensarci bene, sono arrivato in India impreparato. Ero partito fin troppo leggero. L’impatto emozionale è stato così grande che, con il senno si poi, cercherei di prepararmi in qualche modo.

E quali paure hai ancora, invece? Come padre? E come fumettista?
Ormai, tutte le paure che può avere un genitore classico.
Con Sarvari si è creato un feeling importante. Ha attraversato l’adolescenza, come molti suoi coetanei, con fatica, ma la comunicazione non si è mai interrotta. Almeno così ci è sembrato. Ora è una studentessa dell’università, divide con altri studenti un appartamento. Sembra, per quanto possibile, serena.
Come fumettista, di paure, ne ho parecchie. Negli ultimi anni sento sempre più forte il senso di precarietà di questo mestiere. Il Virus e una guerra sotto casa non aiutano a migliorare la situazione. Come categoria non abbiamo nessuna certezza sul nostro futuro e, anche se come autore completo, non mi sono mai sentito così forte come adesso, mi è sempre più chiaro che farlo diventare un mestiere è piuttosto difficile. Solo pochissimi autori ci riescono.

C’è qualche episodio che è rimasto fuori dalla versione finale? E perché? Come si “compone” una storia?
Ce ne sono diversi: ne abbiamo parlato in diverse occasioni con l’editor di . In alcuni momenti, quando durante il racconto, ho cominciato a parlare dell’India tendevo a divagare, dimenticando il tema principale. Si ritornava allora al focus, che era quello dell’adozione. Alcuni di questi “tagli” li ho poi riutilizzati per una Cartolina uscita su Internazionale qualche tempo dopo. Slegati dal libro, raccontavano qualcosa. Funzionavano.

Rivivendola, per raccontarla, c’è qualche nuova lezione che hai imparato da questa avventura? Scriverla ti ha fatto accorgere di qualcosa che non avevi notato?
Ho capito mentre scrivevo che probabilmente per me quell’avventura ha rappresentato il passaggio alla mia età adulta, la mia linea d’ombra.

Il disegno è osservazione. Ma anche fantasia, e trasformazione. Lo dimostra la varietà di escamotage espressivi di cui ti avvali e che danno l’idea di una realizzazione scorrevole. È stato così? Io l’ho trovato molto piacevole anche per questo, per esempio.
Può anche essere visto come un limite, forse – l’utilizzo di tante metafore. A me sono servite non solo per snellire il racconto, ma anche come chiave per poter entrarci dentro, per iniziare a raccontare.

Che tecnica hai usato? Come lavori?
Diversamente dagli altri questo è un libro particolare, che rimarrà unico per me in questo senso. Volevamo usare gli acquarelli, anche perché questa storia non riuscivamo a vederla senza colori. Il colore è utilizzato anche in senso narrativo, scandendo il racconto in tre parti. La prima parte, monocromatica, per il racconto della vita genovese prima dell’idea di adottare, una seconda parte, con i colori della bandiera indiana, il verde il bianco e l’arancione, ad immaginare una nostra “idea” dell’India.
Una terza parte, la più corposa, in cui, dopo l’atterraggio in India, entrano tutti i colori. Tutte le parti a colori sono di mia moglie Daniela, a ribadire che si tratta di un libro “comune” realizzato da più teste. Un diario di famiglia.

Hai raccontato finora, nella tua carriera, storie molto diverse, dal topo ai romanzi storici alla vita personale… cosa li unisce? E cosa offre una forma all’altra?
Innanzitutto direi che questo libro è un po’ un trait d’union fra il mio lavoro Disneyano e le mie storie più adulte. A volte nel libro ho utilizzato un tratto meno adulto, in altri momenti – la trasformazione degli oggetti, il tigrotto, per esempio – rimandano a un tipo di fumetto che si allontana dai miei libri precedenti.

Cos’è la cosa che ti piace di più e quella che ti piace di meno del tuo lavoro?
Quella che mi piace di più è non avere un datore di lavoro che mi soffia sul collo, il fatto di poterlo fare nei tempi che preferisco e dove voglio. La cosa che mi piace di meno è non avere un datore di lavoro che mi soffia sul collo…eh eh… Ci sono altri momenti che mi manca condividere il lavoro con qualcuno. Fondamentalmente, è un lavoro solitario.

Anche perché fai sempre libri storici, quindi anche tutto il lavoro di ricerca è solitario…
Non sempre, la ricerca storica ti permette di entrare in contatto con alcune persone che possono raccontarti o indicarti situazioni. E per me un momento del lavoro condiviso. Il prossimo, per esempio, è ambientato negli anni ‘90 genovesi. Ho chiacchierato con amici di quei tempi. Alcuni dei loro racconti entreranno nel libro. Genova mi manca molto, ho una forte nostalgia che è poi uno dei motivi che mi ha spinto a iniziare a lavorare su questo racconto. Un giallo, che parte da un avvenimento realmente accaduto, che mi permette di tornare nella Città Vecchia, tra i caruggi. Disegnare e rivivere la città, quella stagione.

Cosa c’è, se c’è, che non va ancora nel fumetto italiano oggi? Rispetto magari all’estero, dove in certi paesi c’è più pubblico forse?
Che il fumetto d’autore ha ancora un po’ di strada da percorrere. Ci vuole pazienza. In Italia siamo abituati al fumetto popolare, che frequento con piacere come autore e lettore. È un tipo di fumetto fatto da professionisti con grande abilità e passione. Di grande livello. Il pubblico è abituato a quel tipo di prodotto e fa fatica a spostarsi su racconti differenti. È anche vero che, nonostante non ci siano ancora grandi numeri di pubblico nel fumetto autoriale, ci sono molti editori che permettono di pubblicare con relativa facilità. C’è, perciò, la possibilità di vedere il proprio lavoro diventare un libro, far sentire la propria voce. Non è poco.

Tu hai lavorato in tanti posti diversi… dall’Italia, alla Francia, alla Spagna… è necessario essere fisicamente in un luogo, anche nel 2022? E dove si lavora meglio per la tua esperienza?
Vivere in Spagna ha aiutato tantissimo il mio lavoro disneyano – c’era un art director, disegnavamo insieme, imparavo tantissime cose sul campo – così come vivere in Francia mi ha fatto toccare più da vicino il mondo dei festival, degli autori, ma anche la chiacchiera con i librai mi ha permesso di farmi un idea precisa della situazione. La bellezza di questo mestiere è che puoi spostarti agilmente. Non hai bisogno di spostare cose ingombranti. Fogli, matite, china e il gioco è fatto.

C’è qualche insegnamento prezioso che hai ricevuto e che passeresti a chi vuole intraprendere la professione?
Ai ragazzi direi di tuffarsi in questo mestiere, che è il più bello del mondo, solo se scoprono di avere una grandissima passione. Bisogna avere qualcosa da dire o da raccontare e trovare una forte motivazione per realizzare la propria idea. Fare fumetti è un lavoro che può dare grandi soddisfazioni ma, è bene saperlo, è un lavoro duro, impegnativo.

Intervista condotta via mail a luglio 2022.

Andrea Ferraris

andrea ferrarisDopo gli inizi nel mondo della televisione e del teatro, nel 1992 inizia a collaborare con Italia su storie di e . Nel 2007 si trasferisce a Barcellona e continua a lavorare su Paperino attraverso lo studio creativo . Oltre a questo ha collaborato con Alias, La Lettura, Internazionale. Nel 2008 esce per Bottecchia, su testi di Giacomo Revelli. Nel 2011 e 2012 pubblica due libri illustrati per bambini per Gallucci editore, Il Pinguino e la Gallina e Cocco e Drilli. Nel 2016 esce il suo primo fumetto da autore unico, Churubusco, edito in Italia per -. Nel 2018 per Oblomov Edizioni esce La lingua del Diavolo. Nel 2021 esce Una zanzara nell’orecchio per , racconto autobiografico della adozione di sua figlia Sarvari.

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.