Un palermitano a Manhattan: intervista a Marco Failla

Un palermitano a Manhattan: intervista a Marco Failla
Durante il ComicPark di Erfurt abbiamo incontrato Marco Failla, disegnatore palermitano che da anni lavora negli Stati Uniti, per Marvel, DC Comics e Afterschock. Abbiamo parlato dei suoi inizi, della sua carriera e del suo futuro.

Failla_Interviste Dopo gli inizi come inchiostratore su titoli come Masters of the Universe, Geronimo Stilton e Monster Allergy, Marco Failla ha intrapreso la carriera di disegnatore a tempo pieno. La firma, nel 2012, con l’agenzia Tomato Farm gli apre le porte per gli USA, dove ha l’opportunità di disegnare Harley Quinn per la . L’amicizia con Katie Kubert sviluppata in questo periodo lo fa approdare in Marvel, dove disegna per moltissimi titoli, da Spider-Man e gli X-Men ai Guardiani della Galassia, da Moon Girl a Ms. Marvel. Dopo un lavoro in coppia con Paul Jenkins per Afterschock (Jackpot), Failla è attualmente impegnato sulla miniserie Age of X-Man: Marvelous X-Men.
Incontro Marco nell’atmosfera rilassata del
ComicPark di Erfurt, in una pausa tra una commission e l’altra. È la sua prima volta in questa fiera e sta trovando piacevole l’atmosfera senza stress del festival. Iniziamo così una interessante chiacchierata sulla sua carriera, sui suoi lavori e su come si stia sviluppando il mercato d’oltreoceano in questi anni.

Ciao Marco e grazie della tua disponibilità.
Prima di iniziare, vorrei che ti introducessi parlando del tuo inizio e di quello che ti ha spinto a diventare un disegnatore e a orientarti verso il fumetto.

Ho iniziato molto giovane a disegnare, perché lo faceva mio padre, avevo sempre sott’occhio lui, avevo a disposizione, oltre agli strumenti e ai materiali, anche una persona che potesse darmi qualche dritta. Poi ho scoperto i fumetti per caso, ricordo che il primo che ho letto è stato un numero di Topolino, comprato perché in realtà cercavo la pubblicità di un giocattolo. Poi, visto che avevo l’albo, ho letto anche il fumetto. Da lì sono passato ad altre cose, come Sturmtruppen. L’innamoramento con i fumetti più simili a quelli per cui ho lavorato negli anni a seguire è stato con un vecchio Oscar Mondadori dello Zio Tibia, che conteneva il materiale americano di Creepy degli Anni Settanta, con tutta una serie di autori importanti: c’erano Reed Randal, Archie Goodwin, Frank Frazetta, Bernie Wrightson, Alex Toth, disegnatori che anche oggi continuano a essere i miei preferiti, soprattutto Toth. So che se ne vede molto poco nel mio modo di disegnare, perché chiaramente lavorando per il mercato supereroistico, eleganza e semplicità non sono le priorità.

Hai iniziato la tua carriera in veste soprattutto di inchiostratore (prevalentemente a pennello), poi hai avuto l’opportunità di disegnare e di apprendere nuove tecniche di inchiostrazione. Cosa cambia in questo passaggio?
In realtà ho sempre voluto disegnare. Ho passato un periodo a inchiostrare perché ho trovato un’occasione di lavoro interessante, visto che obiettivamente trovare lavoro come inchiostratore è un po’ più semplice. Siccome ci sono meno persone che vogliono farlo, c’è una buona richiesta. Per me in quel momento era una buona occasione e l’ho accettata. Era un periodo in cui si iniziava a lavorare via internet, con le prime connessioni veloci nelle case, ma io inchiostravo Emiliano Santalucia, un disegnatore che abitava nella mia stessa città, Palermo, su Masters of the Universe, miniserie del 2002 pubblicata da Image Comics. Di interessante c’è che iniziai a entrare in contatto con l’ambiente professionale, visto che stando a stretto contatto con il disegnatore vedevo quali erano le problematiche che doveva affrontare. Essendo amici da prima e abitando vicini, abbiamo vissuto l’avventura insieme. Ho cominciato a capire come funzionava il mercato americano, anche da un punto di vista strettamente commerciale: cosa vendeva, come funzionavano i pagamenti, con quanto anticipo bisognava consegnare un lavoro. Quando Masters of the Universe è finito, ho continuato a fare lavori di inchiostrazione, principalmente su Monster Allergy e Geronimo Stilton. Ho acquisito manualità e credo di poter dire che fino a qualche anno fa il punto forte del mio modo di lavorare era proprio la linea. Niente di quello che si fa va buttato, rimangono sempre degli insegnamenti grazie ai vari lavori svolti.

Da un punto di vista prettamente tecnico, invece, cosa cambia negli strumenti che usi?
Da quando ho iniziato a lavorare per la Marvel uso solo il digitale per realizzare le pagine dei fumetti, per una questione di tempo, perché il mercato americano richiede una velocità stratosferica e il digitale aiuta veramente tanto in questo senso. Però ho iniziato a lavorare da professionista a mano. Ora, soprattutto per noi che lavoriamo per gli editori americani più grossi, c’è questo mercato delle commission per i collezionisti privati che è diventato una fetta di guadagno interessante, perciò lavoro ancora parecchio in modo tradizionale. Tutto quello che posso evitare di fare in digitale lo faccio a mano, magari perché poi posso vendere lavori di questo tipo. Certo, il piacere di lavorare sulla carta c’è, però anche il digitale non è male.

MarvelRising_Failla-1_Interviste Girando su internet, ho trovato una bella intervista rilasciata ormai più di dieci anni fa su uno dei portali di autistici.org e una più recente per Meridionews. Vorrei partire da alcuni spunti di queste due interviste, iniziando dal mondo del fumetto italiano e siciliano: come si è evoluto l’ambiente palermitano in questi anni e quale è la tua relazione con esso?
C’è stato un momento, in quel periodo che noi consideriamo ancora un momento d’oro, in cui eravamo tutti molto uniti: ci scambiavamo le informazioni, collaboravamo. Poi siamo professionalmente cresciuti e ognuno si è chiuso nel suo studio, senza eventi personali catastrofici che abbiano portato a un allontanamento. Semplicemente, quello era un momento in cui tutti annaspavamo per cercare l’occasione giusta e pian piano l’abbiamo trovata tutti quanti: molti in Sicilia hanno buone posizioni come disegnatori. Peccato che ci vediamo meno, perché era molto stimolante. Molti lavori che facevo io, come le inchiostrazioni di Monster Allergy, sono stati fatti al pub insieme agli altri: a fine giornata ci riunivamo per lavorare insieme ed era quasi una famiglia.

Dall’Italia agli Stati Uniti: sei stato tra i primi disegnatori dell’ondata italiana in Marvel. Come hai iniziato a lavorare nell’industria statunitense e cosa è cambiato secondo te nel corso degli ultimi dieci anni?
Ho iniziato a lavorare per il mercato americano grazie all’agenzia Tomatofarm con cui ho firmato una decina di anni fa, dopo un periodo in Francia. In realtà ho cominciato con DC Comics: il mio primo lavoro è stato su Harley Quinn. Quando gli editor si sono spostati dalla DC alla Marvel, ho continuato a lavorare con le stesse persone seguendo il loro spostamento.
Ho visto dei cambiamenti rispetto a quando ho iniziato, sicuramente il metodo di lavoro in Marvel si è un po’ “disneyzzato”. Ho lavorato anche in Disney Italia e certe cose che sto vedendo adesso un po’ le ricordo. C’è un po’ più di attenzione a certi aspetti della produzione, rispetto ai miei inizi. Magari si sta un po’ più attenti alle caratteristiche del personaggio rispetto alla narrazione. È un approccio più consueto in Disney: loro sono abituati a fare i fumetti come se dovessero vendere un prodotto di merchandising. In Marvel è un po’ strano vederlo, perché la Marvel, soprattutto dagli Anni Ottanta fino agli ultimi anni, ha sempre incoraggiato molto gli autori a personalizzare, che è una delle cose molto belle di lavorare per il mercato dei supereroi: non c’è un controllo molto pesante da questo punto di vista, infatti non mi è stato chiesto praticamente mai di disegnare come un altro, cosa che in altri ambienti, come in quello Disney, è la norma, perché approccio e target sono differenti e un disegnatore si deve uniformare, anche per motivi pratici. In Marvel si reinterpretano in continuazione i personaggi e quindi c’è uno spazio per chi vuole dare una propria impronta alle cose, però negli anni sta diventando minore. Vedo uno spostamento dell’attenzione, anche dal punto di vista narrativo: rispetto al passato, per esempio agli anni Novanta in cui c’erano contaminazioni giapponesi nel fumetto americano, si punta di più a una pagina che sia molto chiara e molto leggibile. Ora non vogliono più quelle pagine con layout assurdi, un po’ alla Humberto Ramos, che noi siamo abituati a vedere e capiamo, perché una persona che vede un albo per la prima volta può avere delle difficoltà. Adesso chiaramente questi albi devono essere più che mai indirizzati a un pubblico globale a causa dei film, quindi si cerca di rendere tutto chiaro, anche sacrificando un po’ la spettacolarità del layout.

Ms.MarvelFailla_Interviste Parlando di Ms. Marvel, come è stata la tua esperienza sul titolo e il tuo lavoro con G. Willow Wilson? La serie ha riscosso un enorme successo perché tratta il tema dell´adolescenza e della multiculturalità in maniera molto naturale, intelligente e realistica. Hai studiato molto i vari usi e costumi della comunità del Jersey?
È stato bello lavorare con l’autrice, ma ricordiamo che non sempre si hanno contatti diretti con gli sceneggiatori e nel mio caso non ce ne sono stati. Però è stato bello, nel senso che mi piacevano le sceneggiature. Lo ritengo un avvenimento fortunato, perché leggevo Ms. Marvel e quando mi hanno proposto di occuparmene ero felicissimo, dato che conoscevo già il personaggio. Mentre per altre serie sono stato costretto ad andare a leggere di corsa alcuni albi precedenti, per Ms. Marvel non è stato necessario. È una serie che graficamente dà una libertà ancora maggiore rispetto alle serie Marvel più classiche. Ho dovuto studiare usi e costumi della comunità del Jersey, tra l’altro il primo numero del mio arco narrativo si apre proprio con una festa importante della cultura musulmana, quindi mi hanno mandato la documentazione delle pietanze, mi hanno spiegato tutto ed è stato fantastico, uno di quei lavori divertenti e da ricordare.

Hai avuto la possibilità di disegnare Ms. Marvel anche sul numero 0 di Marvel Rising, progetto multimediale su cui la casa editrice sta puntando molto: come sei stato coinvolto nel progetto?
Era una situazione molto sciolta. Alla Marvel era piaciuto il mio lavoro su Moon Girl e volevano mantenere quel tipo di linea per la nuova proposta. È stato un lavoro abbastanza divertente, un po’ più complesso a livello di layout, come sempre quando ci sono più personaggi a riempire le pagine. Comunque, nel mio numero avevo solo due protagonisti da gestire ed è stato bello essere coinvolto, perché quando apprezzano quello che fai ti senti libero di continuare a seguire la tua linea.

Nel 2016 hai collaborato con la Afterschock Comics, una giovane realtà statunitense che sta riscuotendo grandi consensi e sta ampliando a vista d’occhio la sua offerta, coinvolgendo autori importanti del panorama mainstream. Cosa puoi raccontarci di questa tua esperienza e della serie Jackpot, realizzata con Ray Fawkes?
L’esperienza è stata abbastanza simile a quella con Marvel e DC e devo dire che non ho sentito grosse differenze, passando da un editore all’altro. Anche gli editori più piccoli sono stati corretti, professionali e mi hanno dato grande libertà. Nel caso dell’Aftershock ho avuto ancora più libertà, perché si trattava di una serie che partiva con me, di cui ho curato anche il character design.

Quasi  venti anni di carriera alle spalle, fatta di tanta gavetta e titoli importanti. Il tono dell’intervista mi ha lasciato l’impressione che nel 2006 non fossi ancora riuscito a trovare una storia o un progetto che ti lasciasse soddisfatto al 100%. Allora mi chiedo, quale è stata la migliore esperienza avuta finora? E quale invece è causa di maggior rimpianto? E se potessi scegliere, cosa vorresti realmente realizzare?
È una domanda difficile, perché sono un disegnatore che ancora oggi dopo tanti anni continua a lavorare per se stesso, principalmente. Tengo molto al lavoro artistico che esce da casa mia e spesso vengo anche rimproverato per questo, nel senso che potrei consegnare delle cose prima, però me le tengo, le coccolo, le aggiusto e le sistemo. Voglio sempre rivedere le pagine a mente fresca, per vedere se posso migliorare qualcosa, quindi la risposta forse sarebbe che il lavoro migliore sarà il prossimo e il peggiore quello prima. Certamente ci sono lavori in cui mi sono sentito più a mio agio, come Ms. Marvel, che era molto in linea con il mio stile. Io sono più riconosciuto come uno che ha uno stile un po’ cartoon, anche se adesso sto facendo una cosa abbastanza dark come  Age of X-Man: Marvelous X-Men  in corso di pubblicazione in USA, perché ovviamente cerco un po’ di adattarmi. Forse una testata su cui mi sono sentito particolarmente a mio agio è stata quella di Moon Girl, perché c’era il dinosauro e perché era abbastanza cartoon: io alla fine cerco sempre il lato più divertente, non sono uno che vedresti facilmente su una serie “pesante” sia dal punto di vista narrativo che grafico. Le cose di cui mi pento sono sempre quelle che ho dovuto fare di fretta, come dover consegnare una pagina che per la mia sensibilità non andava ancora bene. Rivedendo oggi quelle pagine, penso che le rifarei. Ma comunque è una situazione a cui sono abituato: una cosa mi piace abbastanza mentre la faccio, poi la finisco e non mi piace più.

MarvelousXMen_Failla_Interviste Parlando del presente, stai lavorando su una testata degli X-Men: puoi raccontarci di più di questa nuova avventura?
Ancora oggi, quando mi capita di lavorare per la prima volta su un personaggio veramente celebre, ho un brivido e mi emoziono; c’è quella sensazione di rispetto che pensavo col tempo sarebbe passata, invece no. Di recente ho fatto delle illustrazioni per una linea di giocattoli con cui giocavo da bambino e, può sembrare infantile, ma sono cose che emozionano. Per esempio, credo che sia la prima volta che disegno Colosso e sono andato a studiare il modo di rendere i riflessi sull’acciaio. Gli editor in passato mi hanno dovuto incanalare, perché ci sono elementi a cui da lettore si guarda con occhio diverso, anche se io sono molto attento ai disegni. Per esempio, mi hanno detto che Spider-Man non va mai disegnato fermo e ho dovuto “capire” il personaggio, non è stato immediato, nonostante lo vedessi da una vita.

Piccola curiosità finale: sei un grande appassionato di musica, soprattutto metal, e negli anni hai disegnato copertine per band palermitane e non solo. Sei rimasto in contatto con l’ambiente musicale della tua città? In giro si stanno moltiplicando i fumetti dedicati alla musica, non si sa mai che si possano prendere due piccioni con una fava…
Sì, ci ho provato varie volte negli anni, però non ci sono mai riuscito. Mi piacerebbe realizzare qualcosa che fosse ambientato in un mondo con quel tipo di estetica, però prima di riuscirci sono entrato nel vortice del fumetto commerciale e adesso rinunciare a una sicurezza è difficile, anche se mi piacerebbe davvero. Sicuramente non aiuta il fatto che non sono molto bravo a scrivere, quindi avrei sempre bisogno di cercare qualcuno che mi aiutasse, perciò per il momento non la vedo come una cosa fattibile, sebbene ci abbia pensato tante volte.

Intervista realizzata dal vivo durante il ComicPark Erfurt il 27 aprile 2019

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