The Cage: l’opera culto capostipite delle graphic novel

The Cage: l’opera culto capostipite delle graphic novel

Arriva in Italia il capolavoro di Martin Vaughn-James, la cui personalissima visione ha dato vita a un labirintico universo di segni ancora oggi oggetto di studio.

“Ancora una volta – avanzo di nuovo per questi corridoi, attraverso questi saloni, queste gallerie, in questa costruzione – da un altro secolo, questo immenso, lussuoso, albergo barocco – lugubre, dove corridoi infiniti si susseguono a corridoi…”
Alain Robbe-Grillet – L’anno scorso a Marienbad

Genesi letteraria e storica di un opera cult

The Cage 20contornoCi sono opere, cui si finisce per rivolgersi scomodando il termine capolavoro, che solo all’esame del tempo corrispondono la loro grandezza e importanza. The Cage indubbiamente è fra queste. Scriverne oggi a distanza di quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione permette di fare il punto sull’impatto che l’opera di Martin Vaughn-James ha avuto nel corso degli anni sulla scena del fumetto d’autore. Al contempo ci consente di avere un quadro più chiaro delle innumerevoli fonti d’ispirazione in ambito letterario e artistico che hanno contribuito alla sua natura enigmatica e multiforme.

Quando nel 1975 fu pubblicata a Toronto per la Couch House Press in tiratura di sole millecinquecento copie The Cage, prima ancora che a una corretta e oggettiva esegesi, sfuggiva a qualsiasi catalogazione. Suonava come una forzatura persino collocarla nel calderone del fumetto. In fondo cosa aveva del fumetto? Nessun personaggio, nessuna nuvoletta con testo, disegni che sacrificavano l’espressività in favore di un’oggettività fotografica. La stessa sequenzialità di vignette che costituiva del fumetto l’impianto comunicativo veniva messo in discussione da un’impostazione che non prevedeva più di una vignetta per pagina. Ovviamente non si trattava certo del primo esperimento nell’ambito della scena underground del fumetto di fine anni settanta, ma era comunque difficile rintracciarvi qualcosa che permettesse di risalirne all’ispirazione.

Nel 1975 il termine graphic novel non era ancora entrato nel lessico popolare, mentre oggi è l’etichetta sotto la quale vengono commercializzate opere di questo tipo. Vaughn-James anticipò di un intero decennio l’impiego su larga scala di tale definizione descrivendo all’epoca il suo lavoro come visual novel, ma ci vorranno ancora anni e opere come Maus di Art Spiegelman per renderla di uso comune. The Cage in fondo non ha mai ambito al successo popolare e tenendosi lontano dalla luce dei riflettori ha influenzato profondamente il mondo della letteratura disegnata. Un’acqua cheta che ha corroso le fondamenta del fumetto rendendo consapevoli tanti autori delle infinite possibilità di un medium troppo spesso relegato alla semplice funzione di intrattenimento per ragazzi.

Ma in cosa The Cage è punto di rottura con quanto lo ha preceduto? Già a partire dalla sua stesura Vaughn-James, anziché affidarsi a una sceneggiatura, permette alla storia di auto-generarsi. L’idea nasce sicuramente in ambiente parigino, dove gran parte delle tavole sono state disegnate tra il 1972 e il 1973 e la si deve al principale teorico del Nouveau Roman francese: Alain Robbe-Grillet. Questi infatti promuoveva un approccio alla narrativa in cui i misteri non dovevano risiedere nelle storie bensì nei processi attraverso i quali queste si dispiegavano. Nell’interessante postfazione all’edizione italiana edita da Coconino Press, il semiologo Thierry Groensteen cita quanto enunciato da Vaughn-James nel risvolto di copertina di The projector (1971, Coach House) che, insieme a The park (1973, Coach House) ed Elephant (1970, New Press) appartengono al corpus di opere che gli ha permesso di gettare le basi per quello che poi sarà The Cage, che sembra avvalorare tale tesi: l’autore sostiene infatti che la storia debba progredire assecondando le esigenze da lei stessa generate.

Come The Cage ha rivoluzionato il medium fumetto

The Cage 24 ContornoMa in The Cage ci troviamo effettivamente di fronte a una storia? Non è facile dare una risposta a questa domanda per tutta una serie di ragioni che analizzeremo. La prima è senz’altro l’assenza di personaggi. In fondo l’idea che ne sta alla base è proprio quella di una narrazione in cui è il lettore stesso a sostituire il personaggio.

Le tavole sono dunque disegni fotografici (diremmo clinici nella loro perfezione) di spazi, ambienti e oggetti che si susseguono in dittici fedeli a due principi di transizione: quello di contiguità, una finestra che da su un altro ambiente per esempio, e quello assai più enigmatico di instabilità, che prevede la metamorfosi di luoghi e oggetti in modo del tutto sorprendente e apparentemente casuale (edifici che si tramutano in rovine, forme solide che si liquefano, ecc..). La trama con il progredire delle pagine anziché rivelarsi sembra farci sprofondare in un universo dominato dall’irrazionale, e quello che appariva reale assume il carattere transitorio e liquido del sogno. Come accadeva nelle opere di M. C. Escher, cui palesa una certo debito d’ispirazione, Vaughn-James sembra incoraggiare il lettore a perdersi nelle sue immagini surreali.

Eppure nel suo tratto freddo, essenziale ma attento al dettaglio l’autore di Bristol inizialmente convince il lettore a credere a quanto è disegnato come fedele alla realtà. Lo stesso ricorso ad oggetti che nel quotidiano sono strumenti di misurazione, osservazione e registrazione sembra fare da garante a una presunta adesione al reale. Ma è solo inganno, tutto ciò che l’autore mette in scena nelle sue tavole è reale solo in superficie. La stessa stazione di pompaggio dell’elettricità, edificio dalla curiosa architettura in stile neoclassico, diventa metaforicamente il motore che genera le immagini che compongono la narrazione.

L’arte, come intesa da Platone, non è altro che una copia sbiadita del mondo reale del quale non riesce a cogliere l’essenza. Vaughn-James attualizza tale critica cercando di andare oltre alla superficie delle cose. Per farlo non fa mistero che gli oggetti raffigurati siano mera rappresentazione di entità fisiche: carta, calamaio e inchiostro vengono dunque mostrati e impiegati quali attori sulla scena. L’ideale classico che prevedeva la trasparenza dei segni è abbandonato. E in questo ruolo di artefice del racconto assegnato al disegno, Vaughn-James prende in parte le distanze dai nouveaux romanciers offrendo una visione modernista persino più spregiudicata della loro perché non ancorata esclusivamente alla forma letteraria1.

Tra surrealismo e ambientalismo, l’arte di The Cage

The Cage 130contornoNell’attenzione posta al processo creativo l’autore sembra inoltre ripercorrere i sentieri battuti dagli esponenti della cosiddetta Land Art che, consapevoli dell’insufficienza di un’opera intesa in senso tradizionale, agiscono sul territorio ponendo la loro attenzione all’aspetto concettuale di tale operazione. Ecco allora che uno spazio incontaminato quale può essere il deserto si contrappone agli spazi espositivi asettici di un museo, facendo emergere le dissonanze della modernità. Curiosamente musei e deserti sono quanto di più vicino a ciò che troviamo rappresentato nelle pagine di The Cage. Ma è con l’esponente di maggior rilievo della Land Art, Robert Smithson, che Vaughn-James sembra avere ben più di un debito. In particolare con l’opera The Monuments of Passic (1967). Si tratta di sei fotografie di insignificanti paesaggi industriali, spogliati di qualsiasi richiamo artistico, titolate con ironia Monumenti perché, nonostante l’assenza di qualsiasi merito estetico, sono testimoni della storia dell’uomo in quel particolare periodo. Lui le definiva come rovine al contrario, nella cui identità vedeva una versione dell’eternità definita dalla ripetizione formale piuttosto che dalla longevità temporale. Allo stesso modo della Land Art, quelle di The Cage sono tavole in cui l’elemento umano ha carattere transitorio e mutevole a dispetto di una natura dalla forza primordiale e incontrollabile. Si vedano le stanze progressivamente invase dalla sabbia desertica o da una fitta vegetazione che ci ricordano come le forme geometriche primarie siano segni destinati a soccombere ai processi naturali andando incontro a un lento ma inesorabile degrado.

Il senso di rivalsa della natura sull’uomo che permea tutta l’opera sembra infine anticipare la visione primitivista di John Zerzan e il suo rifiuto della civiltà. Quello ambientalista era in fondo un tema assai diffuso nel movimento controculturale degli anni ’70 e Vaughn-James non fu il solo ad esserne influenzato e a tradurlo in opera grafica. Tra gli altri va ricordato Robert Crumb che nel 1979, quattro anni dopo The Cage, pubblicò A Short History of America (CoEvolution Quarterly) in cui viene descritto il processo che ha trasformato l’incontaminato paesaggio naturale americano nel degrado causato dall’urbanizzazione. Anche Robert Crumb, forse ispirato proprio da Vaughn-James, sceglie di farne un racconto senza personaggi in cui il punto di vista è quello di un osservatore imparziale che, come una telecamera, restituisce la realtà cosi come appare.

Tornando alle divergenze con la visione classica del fumetto, ciò che in esso determina il significato di un’immagine è proprio la sua iscrizione in una sequenza. Tale sequenza obbedirà a un ordine cronologico che si svilupperà nella direzione di lettura. Questa “regola” permette al lettore di risalire al significato di ogni singola immagine in modo logico e, soprattutto, immediato. Vaughn-James adotta invece una modalità di racconto non lineare che obbliga il lettore a sfogliare le pagine avanti e indietro alla ricerca delle infinite relazioni possibili tra gli elementi costituenti la narrazione. Nella sua analisi dell’opera, Groensteen parla di rete e tessitura per descrivere le modalità di fruizione non lineare e non sequenziale della storia tirando in ballo persino internet. Curiosamente la sua versione primordiale, Arpanet, nasceva e si sviluppava proprio in quegli anni. In fondo i collegamenti ipertestuali che ci permettono di navigare nel web seguendo le nostre ricerche sfruttano la medesima logica alla base di The Cage: anche qui siamo noi ad attivare le immagini alla ricerca di correlazioni che ci permettano di decodificarne il significato.

La pesante eredità di un opera che non accenna a invecchiare

The Cage 38copertinaMa è incredibile notare come The Cage sia stato precursore di un fenomeno di internet piuttosto recente, quello riguardante gli spazi liminali la cui definizione calza a pennello agli ambienti qui ritratti. Spazi liminali sono infatti tutti quei luoghi di transito (parliamo quindi di corridoi, disimpegni, ecc..) privi di soggetti e capaci nella loro austerità di generare inquietudine. Ma sono anche ambienti che permettono una riflessione sul carattere transitorio della vita e che mettono a nudo la nostra impotenza di fronte ai mutamenti e allo scorrere del tempo.

Un altro tema solamente accennato è quello che prevede da parte del lettore un coinvolgimento attivo nella creazione della storia. In quest’ottica acquista significato la scelta di inserire, all’interno di essa, una gabbia che diventa espressione figurata del suo spazio di manovra. Essa è infatti il libro stesso, ciò che è fatto oggetto della nostra lettura, i suoi confini fisici. Ma la gabbia è anche la singola pagina, e al suo interno ogni vignetta. In senso più macroscopico gabbia è anche il nostro pianeta. Forse faremmo prima a parlarne come di un contenitore o per meglio dire una matrioska che non finisce mai di svelare il suo contenuto. Ma gabbia è anche un luogo circoscritto, dal quale non è possibile fuggire, e la sua presenza centellinata ad inizio e fine dell’opera sembra volerci ricordare come nel nostro viaggio di lettori non ci si sia in realtà mai mossi. I tanti luoghi esplorati in realtà erano uno solo: una gabbia appunto

Il coinvolgimento attivo del lettore diventa pero’ anche pretesto per responsabilizzarlo circa gli orrori della società consumistica. Non solo, in quanto lettori veniamo resi testimoni/partecipi del sacrificio del personaggio la cui assenza non è semplicemente condizione assodata, ma viene posta in essere per mezzo del suo omicidio. Una violenza che esplode improvvisamente e che non potendo sfogarsi su un corpo è suggerita dall’inquietante presenza di oggetti appuntiti, macchie di sangue, tessuti stritolati, un letto che levita e da luogo di riposo diventa scena del delitto (qui William Friedkin con il suo L’esorcista nel 1973 probabilmente ha giocato un ruolo importante). E proprio in questo servirsi degli oggetti per suggerire la presenza di un corpo, sfruttando indumenti e lenzuoli dalla forma vagamente umana non possiamo non cogliere una certa somiglianza con l’arte di Max Ernst, L’angelo del focolare (1937) in particolare. Curiosamente anche Ernst, come il già citato Smithson muore proprio negli anni in cui The Cage viene disegnato.

Come avrete capito l’arte e l’idea alla base di The Cage sono la summa delle più disparate influenze artistico/letterarie. Non c’è un solo ambito che non sia possibile collegare in qualche maniera a quest’operadirettamente o meno. Merito di un autore che ha trascorso la sua vita viaggiando e stabilendosi in ben quattro continenti: Canada, Australia, Giappone, Francia e Belgio sono i luoghi in cui ha vissuto abbandonata la sua terra natia l’Inghilterra. Scomparso nel 2009 a soli 65 anni Martin Vaughn-James ci ha lasciato in eredità ben pochi lavori la cui natura criptica e avanguardistica ne ha però fatto oggetto di studi e approfondimenti tutt’ora in essere.

A differenza di quegli edifici trasformati in rovine dal fluire del tempo, The Cage sopravvive infatti allo scorrere degli anni senza perdere, ma anzi acquisendo, un fascino tutto suo. Ed è giusto accennare a come abbia rischiato di venir dimenticato se non fosse stato per la lungimiranza degli editori di Impressions Nouvelles che nel 1986 decisero di puntare su quest’opera ormai già fuori catalogoproprio all’amicizia che lo ha legato al fondatore della casa editrice belga, nonché sceneggiatore, Benoît Peeters, dobbiamo una certa familiarità con il volto di Martin Vaughn-James. Perché l’ironia del destino ha voluto che l’autore che decise di fare a meno dei personaggi, proprio ad un personaggio (l’Augustin Desombres del ciclo Le città oscure) ha finito per prestare il volto

Non resta che spendere il giusto encomio a Ratigher e la sua collana Brick di Coconino Press per aver portato in Italia quest’opera cult, e aver permesso ai lettori italiani di perdersi in questo labirinto cosi magnificamente e mostruosamente orchestrato dal genio di un autore capace di precorrere il nostro tempo. Perché quelle cornici e quelle finestre che appaiono nelle sue tavole sono squarci su un futuro che è diventato il nostro oggi. Forse, ancora una volta, è bene ribadire che non è troppo tardi. Che possiamo fare qualcosa perché non si arrivi a quell’ultima vignetta, quella di una terra che non presenta più traccia del nostro passaggio.
Una terra che ci ha cancellati.

Abbiamo parlato di:
The Cage
Martin Vaughn-James
Traduzione di Clara Nubile
Coconino Press, 2017
240 pagine, cartonato, bianco e nero – 20,00 €
ISBN: 9788876187155


  1. A riguardo è consigliata la lettura del saggio di Jan Baetens Uncaging and Reframing Martin Vaughn-James’s The Cage. 

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