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Settemila battute su Sacro Terrore (Holy Terror) di Frank Miller

4 Maggio 2012
In occasione della pubblicazione italiana da parte di Bao Publishing di Sacro Terrore (Holy Terror), l'ultimo fumetto di Frank Miller, ripubblichiamo l'intervento con il quale Antonio Solinas cerca di inquadrare aspetti dell’opera che l’approccio "in your face" (e invero superficiale) dell'autore rischia di oscurare.
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Il nuovo fumetto di Frank Miller si chiama Holy Terror e racconta quella che è una vera e propria ossessione dell’ultimo Miller, ovvero la minaccia dell’Islamismo nei confronti dell’Occidente (vedi frankmillerink.com/2011/11/anarchy). Dati i toni forti e l’intransigenza dell’opera, il fumetto non ha mancato di suscitare polemiche: Holy Terror non lascia certamente indifferenti.

Le impressioni, però, a quanto parrebbe, purtroppo per Miller sono praticamente tutte unanimemente negative, se non altro per quanto riguarda l’Italia, che pure è un paese che a Miller ha dimostrato sempre parecchio affetto (e che spesso ancora lo cita).
A Lucca ho sentito proferire le parole: “Miller si è bevuto il cervello”, sul mio facebook il fumetto è stato definito “una merda fumante”, e sul web ho letto stroncature che canzonano un Holy Terror apparentemente fatto in fretta e tanto per fare.

Oggettivamente è difficile poter controbattere seriamente ad alcune di queste critiche così tranchant, tanto è involuta e deludente la vena narrativa di un uomo che in precedenza aveva prodotto opere d’impatto dirompente come il Dark Knight e Sin City. E non si può chiaramente difendere l’impianto ideologico di Holy Terror, visto lo spirito reazionario e livoroso (nonché insopportabilmente superficiale) con cui l’autore tratta il controverso tema del terrorismo islamico sul suolo americano.

Non aiuta nemmeno il fatto che in Holy Terror Frank Miller faccia tutto da solo, dalle matite, alle chine, al lettering, ai (pochi) colori. È simbolico il fatto che anche Lynn Varley, certamente a buon diritto artefice di una parte del successo delle opere di Miller, lo abbia mollato (non solo in spirito: i due hanno divorziato nel 2005, quando Miller ha iniziato a fare i soldi e, presumibilmente, ha concluso la spirale verso il basso iniziata con The Dark Knight Strikes Again).

Ma se si trattasse solo di questo, la potremmo anche chiudere qui e buona notte.

E invece no. C’è molto di più.
Perché tutto si può dire, ma non che Holy Terror non sia un’operazione pensata a fondo. Anzi, il fumetto è, stilisticamente, una delle cose più complete e “quadrate” che Miller abbia mai fatto. In tutta la storia, non c’è un particolare che non sia compiutamente milleriano, a livello grafico e narrativo. A partire dal logo che richiama Sin City, dal formato “trecentesco” e dalla scelta di un bianco e nero “assolutista” che lascia spazio solo a poche pennellate di colore piatto quando richiesto dalla narrazione (e soprattutto per evidenziare le emozioni primarie dell’uomo, in particolare sesso e violenza “estremi”: guarda caso come le opere che, sulla pagina disegnata e sul grande schermo, hanno fatto di Miller un vero e proprio marchio).

Dal punto di vista del disegno, le tavole sono come “cristallizzate”, cosa che raramente era capitata in precedenza, se non quando era stato fondamentale l’approccio creativo di un’altra visione forte (penso all’influenza unificante delle chine di Janson nel Dark Knight originale e dei colori della succitata Varley in Elektra Lives Again).
Solitamente, le tavole di Miller rappresentano sempre un cantiere in cui l’autore, soprattutto quando ha le redini del comando, non si pone problemi a “sperimentare” (nell’ambito dei recinti che si è scelto, chiaramente). Persino in Sin City, snodo epocale del percorso artistico milleriano, c’è un’evoluzione visibile pagina dopo pagina (per dire, nel caso della prima miniserie dedicata alla città del peccato, è progressivamente sempre più evidente la crescente sicurezza in sé stesso di Miller, contrappuntata dalla stilizzazione via via più spinta e “sparata” a livello di luci, ma è solo un esempio).

Invece in Holy Terror no, non c’è progressione (o anche involuzione) fra una tavola e l’altra. Le pagine sono tutte perfettamente in linea l’una con l’altra. Sempre a proposito di Sin City, pietra di paragone inevitabile e ricorrente per Holy Terror, nella raccolta in volume delle storie apparse su Dark Horse Presents Miller aveva inserito tavole nuove, le cui campiture di nero spesse e violentemente avvolgenti staccavano in maniera decisa rispetto ai primi, ancora incerti capitoli. Non è il caso invece di Holy Terror, dove le tavole dell’attacco alla Statua della Giustizia, chiaramente una rilavorazione/aggiunta successiva alla versione originariamente concepita (e presumibilmente disegnata), si confondono con le altre con successo. Come se l’autore si sforzasse di disegnare a là Miller.
E questo è un particolare che viene fuori praticamente sempre: Miller che cerca di fare Miller. L’autore sfoggia un tratto che richiama un po’ quello stilizzato dell’ultimo Sin City, un po’ quello “euro-artistoide” di Elektra Lives Again e persino un po’ quello “post-manga” tutto piedoni e manone del DK2.
A volte, ma solo a volte, Miller sembra interrogarsi, ma la perplessità è sempre solo sullo stile già codificato da adottare.

L’ambientazione a là Sin City, con la pioggia che sferza il paesaggio sempre e comunque, si miscela con le maestose architetture dei tetti della Hells Kitchen di Devil e le asperità – appropriatamente gotiche – della Gotham di Batman, per fornire l’adeguato supporto d’atmosfera a una narrazione che, come di prammatica (e senza sorprese per nessuno), vagola fra momenti di iperdilatazione (le 22 pagine iniziali in cui non succede praticamente niente di nota, nemmeno il sesso, ad esempio), e di compressione “post-Dark Knight” (le 160 vignette bianche che Miller riesce ad infilare in una pagina per raccontare la devastazione). L’autore sguazza in questo eccesso: tutto è spinto al parossismo in maniera sistematica e funzionale, quasi come se Miller sentisse il bisogno di fermare una crisi di mezza età cercando di affermare la propria identità in maniera forzata e posticcia.

Pensiamo ai personaggi: Fixer è un Batman al cubo, con io narrante che oscilla fra psicosi omicide e cavalleresco attaccamento al senso del dovere, Natalie Stack (Cat Burglar!) è Catwoman ancora più sadomaso, e Dan Donegal è un commissario Gordon giovane.
Appropriatamente, la storia è l’adattamento proprio di un ciclo di Batman proposto nel 2006 che non si fa fatica a capire come la DC non abbia voluto/potuto accettare.

Non che a Miller importi: dietro la bandiera dei discorsi della “propaganda”, del “patriottismo” e dell’approccio “offensivo verso tutti” si nasconde solo la voglia di continuare a baloccarsi con il proprio giocattolo anche quando si è persa ogni capacità di comunicare, anche usando un’istituzione come il Batman di Miller (vedere le pagine 21, 64 e 78, dove la sbianchettata al simbolo sul petto di Batman è data in maniera particolarmente pigra e svogliata).

Se vogliamo vedere l’esperimento come una sorta di “supercontinuity” in stile morrisoniano, dove tutti gli elementi essenziali dell’autore Miller, a partire dalla donna-puttana e tentatrice (anche le integraliste arabe che flirtano come pazze!), sono messi insieme in una sorta di “qui e ora” in cui ogni stilema si ripresenta in sincrono, allora Miller riesce alla grande, anzi Holy Terror è un trionfo.

Peccato solo che manchi qualunque tipo d’idea intellettualmente stimolante, ciò che rende i fumetti (a volte) un medium degno di esistere.
Diventare la parodia di sé stesso è per un autore la peggiore maledizione, anche per un ultracinquantenne (evidentemente) in crisi d’identità.

Abbiamo parlato di:
Holy Terror [hardcover edition]
Frank Miller
Legendary Comics, 2011
120 pagine, cartonato, colori – 29,99$
ISBN: 978-1937278007

Edizione italiana:
Sacro Terrore
Frank Miller
Traduzione di Michele Foschini
Bao Publishing, 2012
120 pagine, cartonato, colori – 19,00€
ISBN: 978-88-6543-072-9

 

Antonio Solinas

Antonio Solinas

(Collaboratore esterno) Antonio Solinas è stato fanzinaro e fondatore del primo circolo dedicato ai fumetti in Sardegna a metà anni ’90, ha pubblicato come sceneggiatore per la casa editrice Liberty di Ade Capone ed è stato tra i fondatori di alcune storiche webzines dedicate al fumetto, Rorschach, Comics Code e De:Code.
Ha collaborato alla rivista Scuola di Fumetto e ha redatto pezzi di critica per iniziative editoriali importanti.
È co-autore di libri dedicati a due figure chiave del fumetto britannico moderno, Dave Gibbons e Grant Morrison: Lezioni di Fumetto: Dave Gibbons, in collaborazione con smoky man e Grant Morrison: All Star, scritto insieme a Giovanni Agozzino e Nicola Peruzzi.
In Panini Comics, dove svolge il lavoro di editor e traduttore, dedica particolare attenzione al campo dei fumetti “indie” americani. Fra le opere da lui curate c’è la pubblicazione del Concrete di Paul Chadwick, la prosecuzione di Love and Rockets dei fratelli Hernandez, la gestione (insieme a Nicola Peruzzi) del monumentale ciclo di Grendel, la proposta per la prima volta in Italia di Zenith di Grant Morrison e Steve Yeowell e la supervisione di diversi volumi prodotti da Brandon Graham e Jonathan Hickman.
Nel 2015, le sue passioni per il fumetto per l’hip hop si sono fuse quando è stato il curatore/traduttore dell’edizione italiana di Hip Hop Family Tree di Ed Piskor, che narra la nascita del movimento hip hop.
Nel 2016 è uscito per Becco Giallo una biografia a fumetti dedicata al rapper Tupac Shakur, da lui scritta per i disegni di Paolo Gallina.

5 Comments Commenta:

  1. Solinas da l’impressione di non aver letto, e quindi compreso, il lavoro di Miller. Non starò qui a fare l’elogio artistico di Miller e a elencare tutte le pietre miliari che ci ha regalto per credo siano molto note.
    Quindi mi limiterò semplicemente a giustificare (se mai ce ne fosse bisogno) questo splendido “angry work” di Miller. La frase che troviamo all’inizio del fumetto: “se incontri un infedele uccidi l’infedele” esiste davvero ed è la meno cruenta che si trova nel corano (ci sono anche le donne paragonate a cani). Il fatto che ci siano studiosi che – puntualmente – ricorrono a interpretazioni non credo le rendo meno ambigue.
    Questo lavoro poi è stato realizzato subito dopo l’11 settembre. Bisogna rendersi conto di cosa voglia dire per un americano, cosa suscita in lui quel giorno maledetto?
    Miller si è “sfogato”, attraverso un’autoanalisi catartica, realizzando una sorta di propria vendetta metaforica, interiore. Insomma, invece di prendere una pistola e sparare al primo musulmano che incontrava ha preferito (meno male) utilizzare la matita e i colori (pochi).
    Cos’è che fa incazzare o inorridisce? Che non è stato politically correct? Perché se si parla dell’islam bisogna andarci piano? Perché Miller è fascita?
    Beh intanto il fascismo è un prodotto tutto made in italy e gli americani, per quanto reaganiani siano, non hanno mai toccato tale fondo.
    Infine holy terror non è contro l’islam ma contro il terrorismo… Cos’è bisogna essere politically correct anche verso il terrorismo? Ma andiamo su…

  2. Recensione superficiale. Oltre all’autore per nerd, c’è un Miller che sa affrontare temi scomodi con coraggio e infondendo talento creativo. Altro che “baloccarsi con il proprio giocattolo”. In Holy Terror c’è un Miller valevole. Per il resto, il commento di Gaetano coglie nel segno.

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