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Se il MCU incontra Omero: Eyes of Wakanda e Odissea

10 Febbraio 2026
Seconda tappa del percorso di avvicinamento all’uscita dell’Odissea di Christopher Nolan con una serie di articoli sugli adattamenti a fumetti del poema.
Leggi in 10 minuti

L’Odissea – assieme all’Iliade uno dei due grandi poemi epici attribuiti a Omero – potrebbe essere definita attualmente un trending topic, vista l’attesa per il misterioso adattamento cinematografico a opera di Christopher Nolan che arriverà nelle sale il 16/07/2026 (qui il primo trailer).
Il fumetto ha più volte avuto a che fare con le gesta di Ulisse/Odisseo, adattando il poema omerico per vari tipi di lettori – dagli adulti ai bambini – o traendone ispirazione per opere che, distaccandosi dall’originale per ambientazione e vicende, ne incorporavano comunque lo spirito e gli spunti narrativi.

Questo secondo approfondimento continua un percorso di avvicinamento all’uscita della pellicola di Nolan, con protagonisti Matt Damon (Ulisse) e Tom Holland (Telemaco), che si svolgerà attraverso l’analisi di varie storie a fumetti – e non solo, come nel caso in essere – che hanno adattato il poema o ne hanno tratto spunto per nuove narrazioni.
Dopo la prima puntata, dedicata una serie della Bedé francese che adattava il poema, stavolta il focus non è sul fumetto ma su una serie animata che dal fumetto direttamente deriva, più precisamente dall’universo supereroistico della Marvel Comics. Nello specifico ci riferiamo a
Eyes of Wakanda, disponibile sulla piattaforma Disney+, nella cui seconda puntata appare Odisseo.

SE IL PASSATO MITICO DEL WAKANDA INCONTRA QUELLO GRECO

Eyes of Wakanda (Gli occhi del Wakanda) è la quindicesima serie televisiva ambientata nel Marvel Cinematic Universe. Sviluppata come una miniserie antologica animata in quattro episodi della durata di trenta minuti ciascuno, è stata resa disponibile (anche in Italia) su Disney+ a partire dal 1 agosto 2025.
Prima serie di quella che viene denominata la Fase Sei del MCU e quarto prodotto animato realizzato dai Marvel Studios, Eyes of Wakanda porta gli spettatori a spasso nei secoli, seguendo le gesta degli Hatut Zaraze, guerriere e guerrieri wakandiani incaricati di svolgere pericolose missioni fuori dai confini del regno africano dell’universo Marvel, con l’obiettivo di recuperare una serie di manufatti tecnologici basati sul vibranio che sono stati trafugati e portati in varie parti del pianeta.

Ciascuno dei quattro episodi è ambientato in una diversa epoca storica, dalla più remota della puntata di esordio (1260 A. C.), fino al 1400 della terza puntata e al 1896 della quarta.
L’episodio su cui questo approfondimento si concentra è però il secondo, Legend and Lies (Leggende e menzogne), ambientato durante i giorni finali dell’assedio di Troia da parte dei Greci e nel quale assistiamo al momento in cui Odisseo illustra ai suoi compagni l’idea del cavallo di legno per ingannare i Troiani e impossessarsi una volta per tutte di Ilio.
Il guerriero wakandiano protagonista della puntata è Memnone che appare legato da un forte vincolo di amicizia con Achille, il più forte tra le fila dei Greci, il cui obiettivo è recuperare una collana che Elena di Troia porta al collo e che in realtà non è un gioiello ma un artefatto wakandiano.

In più occasioni il fumetto statunitense di stampo supereroistico è stato definito una sorta di epica moderna, una nuova mitologia che, al posto delle divinità, ha come protagonisti supereroine e supereroi (nonché vere e proprie divinità come Thor ed Ercole).
È da notare come, attraverso decenni di storie, i pantheon supereroistici si siano arricchiti a loro volta di elementi narrativi che facevano riferimenti a passati mitologici di quegli universi, popolati di divinità e semidei dai quali spesso gli stessi eroi avevano ereditato i propri superpoteri.
Uno dei passati più interessanti dell’universo Marvel è indubbiamente quello legato alla storia della nazione africana del Wakanda, la cui civiltà affonda le proprie radici nei millenni antichi. Diventa dunque interessante che una serie animata del MCU legata proprio al racconto degli eventi storici che hanno portato nel corso dei secoli all’affermazione tecnologica del regno guidato da Black Panther intrecci i propri fili narrativi con l’epica e la mitologia occidentali per eccellenza, cioè quella greca. Ancora di più, visto che lo fa legandosi a uno dei poemi epici, l’Odissea, che insieme all’altra opera omerica sono unanimemente considerate il punto di inizio dell’arte del racconto e della potenza delle storie per come le intendiamo ancora oggi.

ILIADE E ODISSEA FUSE INSIEME

La puntata di Eyes of Wakanda che prendiamo in esame si rifà, seppur con una necessaria e scontata quantità elevata di modifiche, alla presa di Troia, conseguenza della guerra decennale raccontata solo parzialmente nell’Iliade. Dunque, partiamo dalle basi.
Il primo dei due poemi omerici narra gli eventi degli ultimi cinquantuno giorni del conflitto, quelli decisivi per determinarne le sorti: inizia con il rifiuto del capo acheo Agamennone di restituire al sacerdote troiano la figlia Criseide e termina con i funerali di Ettore. In mezzo troviamo l’ira di Achille, costretto a cedere all’Atride la schiava Briseide, e il suo ritiro dalla guerra, le sconfitte achee dovute all’assenza del loro guerriero più forte e il ritorno in battaglia dello stesso per vendicare la morte dell’amico/amante Patroclo, caduto sotto i colpi di Ettore.

E l’incendio di Ilio? E il cavallo di legno? Cercare le risposte a queste domande nell’Iliade è inutile. Dall’Odissea si ottiene poco, mentre dall’Eneide si ricava molto.
Il secondo poema omerico si concentra “in diretta” sugli ultimi quaranta giorni dell’avventura di Odisseo a dieci anni di distanza dalla caduta di Troia, ma l’autore attraverso una serie di flashback riesce a cantare anche i numerosi eventi precedenti. Ci interessa ciò che precede l’analessi più famosa dell’opera, pertanto facciamo riferimento al libro VIII dell’Odissea. Il protagonista, ancora nell’anonimato, è ospite del re dei Feaci Alcinoo e ascolta, commosso, il canto dell’aedo Demodoco che rievoca una contesa tra lo stesso Odisseo e Agamennone. Successivamente, dopo aver precisato “ora sventura e dolori mi vincono. Molto ho sofferto, nelle guerre degli uomini e tra le onde paurose del mare” (Od., VIII, vv. 182-3, da Omero, Odissea, a cura di Maria Grazia Ciani e di Elisa Avezzù, Bur Rizzoli, 2008), il figlio di Laerte si cimenta nelle gare sportive, riceve i doni ospitali degli abitanti di Scheria e chiede al cantore: “Canta la storia del cavallo di legno, che Epeo fabbricò con l’aiuto di Atena, la trappola che il divino Odisseo portò sull’acropoli, dopo averla riempita degli uomini che poi distrussero Ilio” (Od., VIII, vv. 492-5). Prontamente Demodoco lo accontenta, riprendendo il racconto “da quando, saliti sulle navi dai solidi banchi, dopo aver dato fuoco alle tende, ripresero il mare gli Achei, e gli altri intanto, con Odisseo glorioso, stavano sulla rocca di Troia, nascosti dentro il cavallo. Sull’acropoli lo trascinarono gli stessi Troiani. […] E sarebbe finita così, era infatti destino che la città perisse dopo aver accolto il grande cavallo di legno dov’erano tutti i più forti dei Danai, che ai Troiani portavano morte e rovina. Cantava come, scesi giù dal cavallo, abbandonata la trappola cava, distrussero la città i figli dei Danai,  come l’alta rocca devastarono da ogni parte, come Odisseo simile ad Ares alla dimora di Deifobo andò con Menelao divino. E qui sostenne una dura battaglia e vinse ancora – così narrava – con l’aiuto di Atena” (Od., VIII, vv. 500-4, 510-20).

A complemento, come anticipato, dobbiamo affidarci all’Eneide e ai versi che Virgilio scrive nel secondo libro del suo poema. “Sfiniti dalla guerra, respinti dal destino, i condottieri greci, trascorsi tutti quegli anni, con l’aiuto divino di Pallade erigono un cavallo simile ad un monte e ne intessono i fianchi con travi d’abete. Fingono che sia un voto per il ritorno e la voce si spande. Dentro, di nascosto, nei fianchi tenebrosi, chiudono i guerrieri migliori tratti a sorte e le cavità immense del ventre riempiono d’armati. Di fronte alla riva è Tènedo un’isola famosa, colma di ricchezze finché durò il regno di Priamo, ora soltanto una rada, asilo malfido per le navi: spintisi lì, sulla spiaggia deserta si celano i Greci. Noi li crediamo partiti e col vento diretti a Micene. Così tutta la terra di Troia dal lungo dolore si scioglie; si aprono le porte, si gode a uscire e rivedere il campo greco, i luoghi deserti, la spiaggia abbandonata. Qui erano i Dòlopi, qui le tende del feroce Achille qui le navi, qui fronte a fronte usavano combattere. Qualcuno poi, stupito davanti al dono funesto di Minerva, ammira la mole del cavallo. Timete è il primo, esorta di tirarlo dentro le mura e porlo nella rocca: o per inganno o che il fato di Troia ormai fosse segnato” (En., II, vv. 13-34, trad. di Mario Ramous, Marsilio, 1998).

Nella puntata della serie animata Marvel viene ripresa la centralità di Odisseo che, come abbiamo appena letto, porta il cavallo all’interno della rocca troiana e si nasconde nella “pancia” dell’enorme struttura; poi la sceneggiatura aggiunge un fatto che non trova spazio né nell’Iliade né nell’Odissea: la morte di Achille. Per saperne di più interroghiamo nuovamente l’Eneide a cui aggiungiamo la storia narrata da Apollodoro Mitografo, come riporta Károly Kerényi ne Gli dei e gli eroi della Grecia (Il Saggiatore, 2009): “Achille cadde alle porte Scee come Ettore morente aveva visto e predetto. Colpito nel tallone destro, l’eroe girò ancora una volta su se stesso e allora una seconda freccia lo colpì nel petto. […] Aiace di Salamina prese il cadavere sulle spalle e, sotto una pioggia di frecce, lo portò lontano dal luogo della battaglia. Odisseo protesse Aiace dagli attacchi dei Troiani”.

LE DONNE SULLE MURA CICLOPICHE

All’inizio di Leggende e menzogne vediamo alcune donne posizionate sulle alte mura di Ilio. Impugnano un arco ciascuna e scagliano frecce contro i nemici. Deduciamo quindi che stiano dalla parte dei Troiani e che siano guerriere specializzate nel combattimento a distanza. Il collegamento con le Amazzoni viene spontaneo e non è assolutamente sbagliato. Nella puntata non c’è un riferimento esplicito al popolo ripreso anche tra le pagine di Wonder Woman, però Arctino di Mileto nell’Etiopide racconta che le donne guidate da Pentesilea giunsero a Troia per vendicare la morte di Ettore e sfidare Achille. La regina delle Amazzoni perì contro il Pelide, ma non subì il trattamento feroce già riservato dall’eroe Acheo al più forte tra i Danai: il corpo della giovane figlia di Ares fu consegnato alle sue compagne di guerra e onorato adeguatamente.

MEMNONE, CHI ERA COSTUI?

Nella seconda puntata di Eyes of Wakanda il wakandiano protagonista della missione di recupero di un artefatto si chiama Memnone e lotta al fianco degli Achei. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, stando ai poemi omerici, partecipano alla guerra di Troia vari popoli, diversi dai gruppi comunque eterogenei indicati con i nomi di “Greci” e “Troiani”. Anche se parliamo di universi narrativi totalmente differenti e creati a più di duemila anni di distanza, restando nell’ambito della finzione, sarebbe stata plausibile la presenza di guerrieri wakandiani sotto le alte mura di Ilio…

Lasciando da parte le speculazioni nerd, veniamo a Memnone, perché nell’Iliade e nell’Odissea si cita un guerriero con questo nome, ripreso anche da Esiodo, da Pindaro e nella Crestomazia di Proclo. Figlio di Eos (l’Aurora) e di Titone (principe troiano), “Memnone venne a Troia dall’orientale paese solare di Etiopia, per portar aiuto alla stirpe di suo padre, e cadde per mano di Achille” (Károly KerényiGli dei e gli eroi della Grecia). Il guerriero è di bell’aspetto e indossa le armi forgiate per lui da Efesto, sta di fronte al Pelide, a sua volta figlio di una divinità ed equipaggiato con armi “benedette”, per combattere uno scontro che viene deciso dal Fato. Come ha fatto poco prima, in occasione del duello tra il mirmidone ed Ettore, Zeus prende la sua bilancia dorata e pesa le anime dei due contendenti: “la kér [destino] di Memnone tirava in basso il piatto e la dea dell’aurora avrebbe dovuto piangere il figlio morto” (ibidem).

C’ERA UNA VOLTA UN CAVALLO…

Anche se nella puntata della serie animata cambia il modo in cui il famoso e famigerato cavallo di Troia viene introdotto nella città, pur sempre un equino di legno viene messo in scena. Il contesto altro in cui ci trasporta la serie Disney ci invita a prendere in considerazione un’interpretazione alternativa molto interessante: e se il famoso e famigerato cavallo di Troia non fosse stato un cavallo?

Facciamo riferimento alle tesi di Francesco Tiboni, autore del saggio La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare. L’archeologo sottolinea che nell’antichità già Pausania metteva in dubbio che il cavallo fosse veramente un cavallo, ma la tecnologia attuale mette a disposizione risorse diverse e più avanzate. Tiboni ha cercato la verità storica alla base dei testi omerici utilizzando gli strumenti dell’archeologia navale e spiega come il termine utilizzato nell’Iliade per descrivere l’oggetto da costruire per ingannare i Troiani sia “hippos”. La parola greca ha due significati: quello più noto di “cavallo” e quello di “nave”. Non si tratta di una nave qualunque ma di una che, nella realtà, veniva utilizzata allo scopo di pagare i tributi in caso di sconfitta bellica. Era prassi riempire simili imbarcazioni di metalli preziosi da donare ai principi. Nell’Iliade, la nave-hippos sarebbe allora stata lasciata sulla piana di Troia con il trucco di risarcire i Troiani e avere gli dei benevoli per un felice ritorno a casa, anche perché è verosimile che i Greci, abilissimi nel costruire navi, abbiano allestito o sistemato una nave piuttosto che abbiano fabbricato un cavallo di legno senza essere notati dai nemici.

Seppur in maniera incidentale e parziale, la seconda puntata di Eyes of Wakanda prende alcuni elementi dell’Odissea e li adatta in modo efficace e funzionale alla narrazione e alla trama dell’episodio. Elementi peraltro di secondo piano e meno conosciuti del poema omerico, dimostrando una attenta e non scontata conoscenza da parte degli autori dell’opera originaria, che “tradiscono” con rispetto per piegarla alle proprie esigenze.

Abbiamo parlato di:
Eyes of Wakanda episodio #2 – Legends and lies
Disney+, 2025
Marc Bernardin, John Fang

Federico Beghin

Federico Beghin

Padovano, Federico legge molto e ama il calcio. Scrive per le riviste "Lo Spazio Bianco" e "Quasi", parla per i podcast "hipsterisminerd" e "La Kame House" e per "LSB Live".
Ha sceneggiato "Origini SegretiSSSime" per i disegni di Denis Gatto (In Your Face Comix). Insieme a Nicola Stradiotto ha realizzato “Una carcassa grottesca”, fumetto breve pubblicato in “Zazà Mag” #4, la cui versione estesa è presente in "Jackpot" (In Your Face Comix), e "Stand-up comedy" (Interiors).
Insieme a Emanuele Vascon ha scritto l'antologia di racconti "In due" (Amazon).
Ha scritto il saggio "Il Batman: sanguinario e spensierato" (Oblò) ed è presente nel libro "Quaderni di Comicon: Edmond Baudoin" con il saggio "Piero, Baudoin e i giovani lettori".
Suoi racconti si trovano nelle antologie "Francamente me ne infischio" vol. 1 (Re Artù Edizioni), "Otaku Stories" (Idrovolante Edizioni), "Albori Letterari".

David Padovani

David Padovani

Fiorentino, classe 1972, svolge la professione di architetto. Grazie a un nonno amante della fantascienza e dei fumetti, scopre la letteratura fantastica e il mondo degli albi Corno della seconda metà degli anni '70.
Tex e Topolino sono sempre stati presenti nella sua casa da che si ricordi, e nella seconda metà degli anni '80 arrivano Dylan Dog e Martin Mystere e la riscoperta del mondo dei supereroi USA.
Negli anni dell’università frequenta assiduamente le fumetterie, punti d’incontro di appassionati, che lo portano a creare assieme ad altri l’X-Men Fan Club e la sua fanzine ciclostilata, in un tempo in cui di web poco si parlava ancora.
Con l’avvento del digitale, continua a collezionare i suoi amati fumetti diminuendo la mole di volumi cartacei acquistati, con somma gioia della compagna, della figlia e della libreria di casa!

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