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Sara Menetti e Claudia ‘Nuke’ Razzoli, tra self-publishing e fumetto autobiografico

Abbiamo fatto qualche domanda a Sara Menetti e Claudia 'Nuke' Razzoli, importanti autrici del collettivo Mammaiuto, sui rispettivi esordi nel fumetto e sulla loro esperienza nel campo dell’autopubblicazione.
Articolo aggiornato il 22/09/2017

Sara Menetti e Claudia ‘Nuke’ Razzoli hanno pubblicato con Mammaiuto interessanti volumi autobiografici: Tokyo. Un viaggio illustrato e Fototessere nel caso di Sara, e I diari della Nuke da parte di Claudia. Sara ha anche pubblicato Cose stupide che succedono a persone stupide con Katlang!.
Abbiamo fatto loro qualche domanda sui rispettivi esordi nel fumetto e sull’esperienza nel campo dell’autopubblicazione.

Sara Menetti e Claudia 'Nuke' Razzoli, tra self-publishing e fumetto autobiograficoParliamo un po’ di voi e dei vostri esordi: quando avete iniziato a fare fumetto e cosa vi ha spinto verso questa specifica forma artistica? 
Ho sempre voluto scrivere e disegnare, fin da piccolissima, e quasi subito ho intuito che il fumetto potesse essere un linguaggio adatto per raccontare storie. Credo che il primo vero fumetto definibile tale risalga alla fine delle elementari, quando, non soddisfatta dei cartoni animati visti il pomeriggio prima, riscrivevo il finale sui banchi o sui libri. È andata avanti così fino al 2004, quando mi sono iscritta alla Scuola Comics di Firenze. Ma solo dopo 5 anni dal diploma ho stampato la mia prima autoproduzione, Red con Katlang!.
Sara Menetti Anche io da bambina scrivevo moltissimi racconti, ma credo siano state le continue letture di Topolino a farmi scoprire il fumetto: la scrittura unita alla narrazione tramite immagini mi risultava efficace e, soprattutto, mi permetteva di disegnare tanto, cosa che adoravo più di qualsiasi altra. Ho tenuto questa passione in secondo piano per molti anni finché, con l’iscrizione al corso di fumetto alla Scuola Comics di Firenze, non ho deciso di voler fare sul serio e imparare davvero a utilizzare questo linguaggio. Dopo il diploma mi sono unita al collettivo Katlang!, stampando con loro diverse pubblicazioni autoprodotte, ho disegnato qualche storia a fumetti che è stata poi pubblicata in antologici (editi da Double Shot e Kappa Edizioni) e sono infine entrata in Mammaiuto.

La pubblicazione dei vostri lavori su Mammaiuto è stata una scelta obbligata, causata dalla difficoltà di inserirvi nel mercato editoriale, oppure avete scientemente preferito il mezzo elettronico per la diffusione dei vostri lavori?
S.M. È vero che l’editoria può essere un mondo in cui è difficile inserirsi, ma la scelta di pubblicare su Internet deriva anche dalla necessità di portare avanti uno o più progetti senza l’approvazione di nessuno e senza per forza muoversi all’interno di un’ottica di tipo commerciale.
C.R. A parte i vari disegni sparsi pubblicati su dei blog personali, che ho sempre trascurato tantissimo, non avevo proprio mai pensato alla pubblicazione Web. La prima volta che mi sono resa conto del suo potenziale è stato proprio da lettrice di Mammaiuto. Prima riuscivo a percepire il fumetto soltanto su carta stampata, quindi una cosa con un costo specifico, riservata a chi aveva voglia di comprare un libro a scatola chiusa, cosa che non succede a causa di quel grave problema che sono i soldi. Con il Web e la filosofia del dono è tutto ribaltato: i soldi smettono quasi di esistere (o perlomeno esistono lo stretto indispensabile), non c’è davvero più nessun ostacolo tra te e la pubblicazione, e neppure tra il fumetto e il lettore.

Sara Menetti e Claudia 'Nuke' Razzoli, tra self-publishing e fumetto autobiograficoQuali sono le principali difficoltà che avete incontrato nell’inserimento del mondo del fumetto, e quali più in generale sono gli impedimenti che un giovane autore attualmente incontra in questo settore in Italia?
C.R. L’inserimento nel mondo del fumetto è difficile solo se lo percepisci come un lavoro come gli altri, cosa che almeno per me non è. Mi spiego meglio: inizialmente avevo deciso che fare fumetti era l’unica cosa che volevo fare, e che quindi avrebbero dovuto occupare tutto il mio tempo, e che quindi avrebbe dovuto essere il mio lavoro. Sulla base di parte di questi ottimi consigli proposi la mia prima graphic novel agli editori, diversi anni fa e gli editori mi dissero quello che dicono gli editori, cioè che aveva bisogno di tanti miglioramenti e modifiche varie prima di essere pubblicabile (e avevano un sacco ragione). Il problema è che io volevo raccontare storie così come erano nella mia testa, non me la sentivo di modificare quella storia per renderla più bella e pubblicabile, avevo bisogno che restasse esattamente così, perché così me l’ero immaginata. Quindi l’ho autoprodotta e ho deciso che il mio vero desiderio non era occupare il tempo raccontando storie, ma raccontarle come volevo io, nel tempo che avevo a disposizione. Dopo l’incontro con Mammaiuto (dove ho pubblicato I diari della Nuke, che è davvero un diario estemporaneo, quindi l’apoteosi della libertà espressiva), sono stata contattata da che in pratica mi ha proposto di fare quello che stavo già facendo, semplicemente su una piattaforma diversa.
S.M. Il trovarsi da soli a voler fare fumetti può penalizzare; da soli è facile scoraggiarsi e gettare la spugna. Per quanto riguarda me, posso dire che al momento la difficoltà più grande trovata sulla strada è la mia feroce vena autocritica, che mi impedisce di lavorare serenamente e continuativamente a un progetto. Se fossi da sola, avrei già lasciato perdere, ma avere accanto un buon collettivo di autori e amici ai quali chiedere (e dare) consigli incoraggia molto e dà un grande supporto.

Entrambe avete scelto la strada del racconto autobiografico. C’è un motivo specifico? È forse più semplici partire da se stessi per raccontare delle storie, oppure farlo ha per voi una valenza quasi catartica e di autoanalisi?
S.M. Sono dell’idea che in tutti i fumetti ci sia una base autobiografica, la quale viene più o meno celata al lettore o diluita all’interno dell’intera storia. Io ho scelto di parlare apertamente di me perché mi diverto, conosco l’argomento e c’è una quantità potenzialmente infinita di aneddoti da raccontare: trovo insomma che la strada autobiografica sia una fonte inesauribile di ispirazione (oltretutto, su carta, riesco a essere meno timida di quanto lo sia dal vero…).
C.R. Sono d’accordo con Sara: una base autobiografica c’è nella maggior parte delle storie (che siano fumetti, film, romanzi, canzoni). Io l’ho fatto direttamente ne I diari della Nuke, per due motivi: mi divertiva raccontare alcune cose della mia vita e non mi potevo permettere l’analista. Quindi sì, almeno quel progetto ha avuto una valenza principalmente di autoanalisi, letteralmente!
Oltretutto considero l’autobiografia (che sia dichiarata o meno) un ottimo esercizio per imparare a raccontare storie per una serie di motivi. Innanzitutto noi stessi è un argomento che conosciamo (chi più chi meno) alla perfezione, e quindi è più immediato e a nostra disposizione (non servono documentazioni o studi particolari insomma), poi la maggior parte di noi difficilmente ha avuto esperienze come rapimenti alieni o simili, di conseguenza riuscire a raccontare di avvenimenti ordinari con un linguaggio convincente è un ottimo esercizio per scrivere poi al meglio di rapimenti alieni.

Sara Menetti e Claudia 'Nuke' Razzoli, tra self-publishing e fumetto autobiografico

Dai Diari e dal progetto Fototessere emerge un certo interesse nei confronti del racconto delle piccole miserie umane, della solitudine, della diversità sociale. È corretto? In che modo riuscite ad arginare il rischio di cadere in derive patetiche e ciniche, ma allo stesso tempo a comunicare il disagio dell’impossibilità di sostenere la condizione presente?
C.R. Ne I diari in pratica non faccio altro che lamentarmi, cosa che poi succede nella vita vera. Sono molto contenta di riuscire a trasmettere il disagio di alcune situazioni senza scadere nel patetismo, cosa che mi farebbe decisamente odiare i miei lavori. In realtà per ottenere questo risultato non mi sforzo. Sono molto scema di natura, nel senso che mi piace raccontare le mie “disgrazie” facendo ridere gli altri. È una cosa che ho imparato da piccola, un trucco per autotutelarmi: quando mi trovavo a raccontare del divorzio dei miei, o del mio babbo assenteista, le persone si dispiacevano e mi guardavano in modo patetico, nonostante il mio tono abbastanza neutrale. Quindi piano piano ho elaborato un linguaggio che distogliesse l’attenzione dalla condizione di piccola fiammiferaia e la dirigesse tutta sulle scemenze che stavo dicendo. Siccome funzionava, è diventato il mio modo di parlare e quindi di scrivere.
S.M. In Fototessere non c’è rielaborazione di alcun tipo, riporto le cose esattamente così come le sento e le vedo e in questo cerco di essere quanto più possibile neutra e imparziale. Mi sono sorpresa a notare come siano i lettori ad attribuire a ciascuna fototessera un proprio significato e farne una lettura del tutto soggettiva, trovando in quell’immagine qualcosa di divertente, oppure cinico, patetico, o ancora tenero o commovente. La scelta della situazione da ‘fototesserare’ deriva da un dettaglio che può piacermi particolarmente nella persona che raffiguro, o da una cosa che quella persona dice e che trovo interessante: attraverso questo progetto mi auguro di riuscire a tratteggiare quanta più umanità possibile, fototessera dopo fototessera.

Sara Menetti e Claudia 'Nuke' Razzoli, tra self-publishing e fumetto autobiograficoC’è qualche autore da cui traete fonte di ispirazione o che comunque è stato di fondamentale importanza per la vostra crescita personale e professionale?
C.R. La maggior parte del materiale a cui mi ispiro viene dal cinema più che dal fumetto. Francesco Nuti da piccola, poi Woody Allen, Wes Anderson, Sofia Coppola, Hitchcock e Lubitsch da grande, sono i registi sceneggiatori da cui credo di attingere a piene mani quando scrivo, ma anche quando disegno, visto che (in particolare Allen, Anderson e Coppola) hanno tutti un impatto visivo molto specifico e personale.
Per quanto riguarda il fumetto credo che Jimmy Corrigan di Chris Ware e Il Signore di Montetetro di Tardi-Forest siano i miei due più grandi punti di riferimento.
S.M. posso citare Gipi e Fior per la tecnica, Bill Watterson e Charles Schulz per la ricchezza psicologica dei personaggi e per come utilizzano il mezzo della striscia, Craig Thompson e Joann Sfar per la delicatezza. Ma per me il vero sblocco è arrivato non tanto da una lettura (quelle semmai portano ispirazione) quanto da un modo di essere e disegnare. Quando ho cominciato a disegnare dal vero, partecipando agli Sketchcrawl e aderendo infine al movimento degli Urban Sketchers, ho cambiato completamente impostazione e mi sono sentita più libera e capace di personalizzare i miei lavori.

C’è qualcosa a cui state lavorando insieme in questo momento, quali sono i vostri progetti editoriali per il prossimo futuro?
C.R. A parte fare parte della stessa associazione culturale, non c’è un progetto comune, anche se la cosa ci piacerebbe molto. Personalmente, sto per ricominciare a disegnare Muri (il webcomic già uscito su Mammaiuto e scritto da Samuel Daveti), sto scrivendo La Necropanda (altro webcomic che uscirà su Mammaiuto) e a fine aprile ucirà Effetto Casimir, la mia prima graphic novel non autoprodotta, edita da Rizzoli Lizard.
S.M. Oltre a proseguire la serie di Fototessere e la serie di Cose stupide, ho in cantiere Dalla culla alla tomba e Pupe, due storie lunghe a fumetti entrambe scritte e disegnate da me. Inoltre io e Claudia, assieme agli altri autori Mammaiuto, stiamo lavorando alle storie inedite che verranno raccolte nel primo antologico dell’associazione.

 

Intervista realizzata via mail nel mese di aprile 2015

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